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Posted by on 16 Gen 2015 in collettivo experia, crisi, slide | 0 comments

Sul welfare 2.0, sui suoi rischi

Sul welfare 2.0, sui suoi rischi

 

welfare-experia

La gestione politica, economica, finanziaria della crisi sta mutando il volto delle nostre città, non è una constatazione, è un dato di fatto.
Basta andare in giro a piedi per rendersene conto: degrado, abbandono, pignoramenti, sfratti, saracinesche abbassate, precarietà esistenziale (non solo economica) sono l’habitat all’interno del quale ci muoviamo. Gran parte dei servizi a cui prima eravamo abituati, è stata dapprima privatizzata, generando enormi sacche di corruzione e precarietà, e poi abbandonata per effetto dei tagli connessi alla crisi. Non occorre essere dei raffinati sociologi o urbanisti per cogliere gli effetti macroscopici del periodo che stiamo attraversando. Non occorre però nemmeno fare l’errore opposto: ritenere che i processi che regolano la crisi siano semplici da analizzare e gestire. La loro complessità è tale che ogni semplificazione spesso rischia di fare il gioco di chi specula e investe sulla crisi, la nostra parte avversa.
Per tali ragioni, una delle responsabilità che chiunque faccia politica in città dovrebbe assumere come sua, consiste proprio nel fare chiarezza: definire il contesto, analizzarne gli aspetti, capire quali sono le direzioni verso cui, collettivamente, ci stiamo muovendo. Solo in questo modo è possibile poi costruire momenti di conflitto e lotta capaci di incidere realmente sulla realtà.
Questo documento risponde a tale esigenza: costruire un punto di vista di sinistra in merito ad alcune delle questioni che in questi mesi hanno interessato la vita politica cittadina.

 

La crisi, sempre la crisi

Ma partiamo dal principio, chiedendoci cioè quale tra i macrofenomeni innescati dalla crisi finanziaria investa maggiormente il territorio urbano di Catania. A nostro avviso è lo spostamento di quote rilevanti di sovranità politica ed economica verso organismi transnazionali. Con l’inserimento del vincolo di pareggio di bilancio in costituzione, con l’approvazione del SIX PACK (e quindi del patto di stabilità), l’Italia ha di fatto delegato la gestione economica e finanziaria delle proprie risorse ad autorità transnazionali europee (che per semplicità vengono denotate col termine di Troika). Le finanziarie, il rapporto Debito/Pil, il profilo stesso della spesa pubblica adesso sono gestite da organismi europei che possono imporre pesanti aggiustamenti strutturali su qualsiasi proposta di gestione della cosa pubblica avanzata da Camera e Senato.
Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Basta una lettera, un’improvvisa impennata dello spread per costringerci a cambiare premier. Prima Monti, poi Letta, adesso Renzi: questo è il terzo governo che si è succeduto alla guida del paese, senza essere eletto. Ogni azione politica, oggi, è dettata da entità retoriche quali l’Europa e i Mercati, simulacri dietro i quali si nasconde la realtà nuda e cruda di ingenti movimenti di capitale finanziario e non solo. Ti opponi alla Fornero? Non puoi, è l’Europa a chiedercelo. Ti opponi al Jobs Act? Non puoi, sono i Mercati a chiedercelo. Camera e Senato oramai servono soltanto a ratificare decisioni prese altrove.
Le tornate elettorali, i sindacati, gli stessi partiti sono visti con fastidio. Non sono più utili alla causa. Il dispositivo di controllo è molto più raffinato di quel che era dieci o quindici anni fa. La crisi di istituzioni quali Comuni, Province e Regioni nasce da qui, da questa nuova configurazione che il potere ha assunto sulla nostra pelle.
Nel contesto attuale, il loro ruolo è diventato privo di senso. Aggregare il consenso sul territorio, mediarlo, guidarlo attraverso un’accurata gestione dei fondi pubblici sono tutte attività che non servono più a nessuno. I flussi finanziari hanno dimostrato di poter orientare le decisioni strategiche in merito a riforme e bilanci dello Stato molto meglio e molto più semplicemente che assessori, sindaci, presidenti di regione.
È un cambiamento importante, un cambiamento epocale, con il quale stentiamo ancora a confrontarci. La sostenibilità del debito, il sostegno alle banche, la finanziarizzazione di ogni aspetto della nostra esistenza hanno la precedenza su tutto il resto, welfare compreso. I cittadini sono chiamati solamente a partecipare alle perdite, a contribuire con i loro capitali a rifinanziare il debito. Questo è il ruolo ritagliato per loro. Ridurre tutto all’incompetenza di questa o quella giunta, o peggio ritenere che la crisi sia un evento pre-politico, già dato, in virtù del quale appellarsi a una generica solidarietà tra cittadini, significa fare il gioco di chi sulla crisi sta costruendo dei veri e propri imperi economici. Purtroppo, molte delle iniziative che attraversano la vita pubblica cittadina si muovono proprio lugno questo solco: porsi come stampella di un potere che tramonta e divenire dispositivo di controllo di un potere, molto più pervasivo, che sta muovendo i primi passi. Abbiamo chiamato tutto questo Welfare 2.0. Ma per spiegare al meglio questo passaggio occorre fare un ulteriore passo indietro (l’ultimo, promesso) e occuparsi di quella che è stata sino ad oggi la gestione del welfare a Catania.

 

Il Welfare a Catania, storia d’amore e di coltelli

La storia della gestione welfare a Catania è lunga e variegata. Per ragioni di praticità, questo non è il luogo adatto per avviare una discussione sistematica su tutte le ramificazioni di un percorso che con un eufemismo potremmo definire tortuoso. Ci focalizzeremo quindi unicamente su quella che riteniamo la tendenza principale di tale storia: la trasformazione dei diritti in servizi. È una tendenza avviata circa venti anni fa, complici due macro-fenomeni: l’introduzione della flessibilità (e quindi della precarietà) e l’incredibile grado di penetrazione verso ampie fasce di popolazione dell’ideologia secondo la quale il privato gestirebbe la cosa pubblica in maniera migliore rispetto alle istituzioni pubbliche. Schematizzando in maniera brutale: l’ideologia ha creato il consenso, la precarietà le basi materiali sopra le quali costruire veri e propri imperi economici, la classe politica ha fatto il resto. Gli effetti sono stati devastanti.
La trasformazione di diritti in servizi ha privato di fatto i cittadini di tutti quei diritti, creando dal nulla un nuovo tipo di mercato, quello del welfare, nei confronti dei quali i cittadini sono considerati semplici consumatori. Enormi quantità di soldi pubblici sono andati a ingrossare i bilanci di enti privati i cui unici interessi non erano certo legati alla fruizione dei servizi stessi, ma alla loro commercializzazione e in alcuni casi finanziarizzazione. Nel frattempo le condizioni dei lavoratori impiegati nel welfare sono diventate ottocentesche. Basti guardare ai lavoratori della multiservizi, iperprecari, vessati, sfruttati, pagati poco e male; o a quelli delle cooperative sociali tenuti sotto scacco dal meccanismo perverso dei vaucher; o a quelli dei lavoratori culturali (e non dei dirigenti) che, nel migliore dei casi, hanno stipendi da call center.
Asili nido, consultori, comunità alloggio, scuole dignitose, presidi sanitari decenti, sono diventati appannaggio di pochi. La qualità della vita collettiva si è abbassata bruscamente.
Differentemente che in altri contesti, la crisi, qui a Catania si è innestata su un corpo pubblico già agonizzante. Il taglio dei fondi è arrivato come una mannaia. Persino quel minimo di servizi che veniva garantito dai privati adesso non è più sostenibile.
Naturalmente tutto questo genera tensioni. Tali tensioni solitamente hanno due sbocchi: uno di sinistra e uno di destra.
Quello di sinistra consiste nell’analizzare e criticare i dispositivi di gestione della crisi, svelando le connessioni tra questi e i flussi di potere e capitali che attraversano la città. Quello di destra consiste nell’alimentare guerre tra poveri e allo stesso tempo proporre capri espiatori verso cui dirigere la rabbia che la riduzione dei diritti crea in ampie fasce della popolazione.
A sinistra, dunque, ci si pone il problema di dare una rappresentazione ai conflitti che attraversano la città, organizzarli, farli diventare forza; a destra, viceversa, di tenta di sedare tali conflitti, rivolgendoli o alla propria pancia (la guerra tra poveri) o verso falsi nemici (i migranti, i tedeschi, la casta).
A quanto pare, il presente sta dimostrando l’esistenza di una terza via.

 

Il Welfare 2.0

I fatti degli ultimi mesi valgono più di mille parole. Alla riduzione drastica di bene e servizi pubblici, alcuni attivisti stanno rispondendo fornendo da sé, e su base volontaria proprio quei beni e quei servizi che sono stati spazzati via, utilizzando forme di riappropriazione che storicamente appartengono alla cultura di sinistra: l’occupazione, l’auto-organizzazione, la condivisione.
Con Welfare 2.0 noi denotiamo polemicamente tale fenomeno. Gli esempi oramai sono molteplici, la città si sta riempiendo velocemente di iniziative di questo tipo.
Partono tutti dalla stessa evidenza: i soldi sono finiti, in città non ci sono più spazi sociali dove fare cultura e aggregazione. Va notato che nessuno di loro prova a cercare di spiegare le radici di tale condizione, si limitano semplicemente ad attestarne l’esistenza. A partire da quella constatazione si propone alla cittadinanza di prestare la propria opera in forma volontaria per tentare di salvare il salvabile. La retorica, in questo passaggio, è fondamentale. Non si parla mai di volontariato, ma di partecipazione. Qui il termine partecipazione ha una connotazione particolare: non indica la partecipazione alla vita politica della città (quella non è annoverata nemmeno tra le opzioni possibili), ma alla riduzione del danno. Si parte di un dato di fatto, e si chiede a tutti di metterci collettivamente una pezza. È un meccanismo analogo a quello relativo al pagamento del debito: qualcuno da qualche parte lo ha generato, piuttosto che interrogarsi su chi è stato e quali sono le sue responsabilità, si invitano i cittadini a condividerne le perdite.
Nè tantomeno si tentano di analizzare le conseguenze della propria “partecipazione”. Proviamo a vederle nel dettaglio.

Prestando la propria opera in forma volontaria per quelli che dovrebbero essere servizi pubblici:

1. Si legittimano le amministrazioni e le istituzioni che hanno contributo a creare la fine del welfare pubblico, dando loro la patente di amministrazioni vicine ai cittadini, invece di denunciare le loro responsabilità (che ci sono e sono pesanti);
2. Si fa concorrenza al ribasso (e sleale) nei confronti di coloro che col pubblico ancora lavorano in maniera iperprecaria, invece di dare rappresentazione alle loro istanze, alla loro conflittualità, alle loro lotta;
3. Si nascondono sotto il tappeto gli effetti della crisi, disinnescando potenziali rivendicazioni e momenti di lotta, dilazionandoli, annacquandoli;
4. In prospettiva futura, si alimenta un meccanismo perverso per mezzo del quale diventa più economicamente sostenibile delegare a prestazioni volontarie servizi che dovrebbero essere gestiti dal pubblico. Quanto tempo passerà prima che un’amministrazione pubblica proponga una gestione su base volontaria degli spazi che ancora gestisce ma che ritiene antieconomici?
Basta pensare a servizi quali biblioteche, consultori, musei, siti archeologici, asili: non generano guadagni, ti obbligano a mantenere del personale stipendiato per il loro funzionamento, perché non scaricarli sulle spalle del volontariato?

 

L’asilo 2.0

Un esempio concreto può aiutare a comprendere meglio il fenomeno nelle sue sfumature. Consideriamo gli asili nido e quel che è successo negli scorsi mesi. La storia è nota a tutti: i tagli al bilancio ne stanno decretando la chiusura. Ciò ha generato tensione, conflitti, prese di posizione. Da parte dei genitori che si sono visti ledere un diritto fondamentale, da parte dei lavoratori che sono preoccupati del proprio futuro professione, da parte della sinistra catanese che ha deciso di occuparsi della questione, dare ad essa visibilità, tempo, spazio. Nel nuovo scenario che qui profiliamo, la situazione già critica di suo, potrebbe ulteriormente peggiorare.
Nulla infatti vieta a gruppi di volontari di autodelegarsi la gestione dei disagi connessi a tale chiusura, aprendo delle strutture tampone magari in tutti quegli spazi che il Comune non ha più la forza né di gestire né di confezionare in vista di speculazioni future. Noi pensiamo che in casi come questo, la domanda da porsi – la domanda vera – non è tanto se si tratti di riappropriazione legale o meno, se quelli siano beni comuni o meno, se partecipazione significhi anche quello, ma molto più prosaicamente a chi conviene.
Analizziamo gli attori chiamati in causa. Partiamo dai bambini e dai loro genitori. Apparentemente loro avrebbero un beneficio da questo dispositivo. Piuttosto che non avere alcun asilo, hanno un asilo, pazienza se autogestito. Ma è veramente un guadagno? A noi pare piuttosto una sconfitta cocente. Quello che prima era un diritto, adesso non è più neanche un servizio, è una prestazione che dipende dalla disponibilità di questo o quel volontario. Non si capisce che senso abbia per loro pagare le tasse se poi devono sperare nel buon cuore dei volontari per vedere rispettato un proprio diritto inalienabile.
Prendiamo adesso in esame gli insegnanti. Per loro è una Caporetto. Costretti a una precarietà deprofessionalizzante e umiliante sotto tutti i profili (non ultimo quello economico), si vedranno ulteriormente ridurre i loro spazi di agibilità professionale. In molti saranno licenziati, alcuni andranno a lavorare nel privato; tanti, tantissimi, ingrosseranno le file dei disoccupati.
Vediamo adesso che succede agli attivisti. Ad ogni loro tentativo di organizzare il conflitto si vedranno rispondere che il modo corretto di risolvere il problema è seguire l’esempio dei volontari. Verrà detto loro che sono antiquati, fortemente politicizzati, invischiati all’interno di ideologie vecchie e destituite di ogni senso.
Nel frattempo, polizia, digos, vigili urbani sederanno a furia di manganellate ogni loro tentativo di organizzazione pratica del conflitto. Dunque è evidente che non conviene nemmeno a loro.
Ma allora a chi conviene? A ben pensarci ci siamo dimenticati di un’altro attore importante, forse il più importante: il Comune. Analizziamo la sua situazione. Dopo aver privatizzato i servizi ed esaurito i fondi da utilizzare per foraggiare i privati è oggettivamente in una condizione molto precaria. È abbastanza probabile che i suoi cittadini gli si rivoltino contro infuriati. La semplice repressione fisica potrebbe non bastare a raffreddare gli animi, né tantomeno c’è lo spazio per una qualche concessione, anche minimo, di tipo economico. I vincoli di bilancio sono stabiliti altrove, al Comune tocca la parte peggiore della faccenda: farli rispettare. Sembra destinato al collasso, quand’ecco che sul suo cammino si apre la possibilità di delegare quei diritti a terzi senza spendere un euro.
Somiglia a un sogno.
Cittadini che fanno gratis quello che fino a qualche anno fa pagavi. Cittadini che provvedono da sé stessi a nascondere gli effetti di una crisi che tu hai contribuito a creare e che non hai idea di come lenire. Cittadini che scalpitano per assegnarti la patente di miglior Comune d’Italia. Cittadini che potrebbero addirittura convincere altri cittadini a votarti nuovamente.
Se non è l’uovo di Colombo, poco ci manca.

 

Com’è potuto accadere tutto ciò?

Secondo noi c’è un errore iniziale, un luogo comune che abbiamo alimentato per anni e adesso ci si ritorce contro: quello cioè che considera lo spazio urbano e la sua gestione si un terreno d’agibilità comune, frutto di discussioni pubbliche e partecipate, sebbene scarsamente inclusive, che coinvolgono i nostri delegati e che noi possiamo predeterminare mediante le campagne elettorali da una parte, e i tavoli di discussione dall’altro. Non è così. Non è mai stato così.
La città stessa, a volerla guardare senza filtri, appare come l’esito, mai predeterminato né scontato, dei conflitti che la attraversano in ogni sua direzione. Ogni città, in questo senso, è l’immagine concreta dei rapporti di forza che ne agitano le fondamenta.
Lo scontro è un elemento fondante della pianificazione e gestione urbana. Non c’è molta poesia in tutto questo. I consigli comunali, quelli provinciali, quelli regionali sono i luoghi all’interno dei quali i conflitti tra gruppi sociali ed economici differenti, – mossi da istanze, rappresentazioni, narrazioni e obbiettivi profondamente differenti – lungi dall’essere mediati o negoziati, sono sempre spinti fino al parossismo, di modo che, volta per volta, sia possibile stabilire chiaramente quali sono i vincitori, a chi appartiene la città.
Dal momento che gli interessi sono divergenti e insanabili, si va sempre allo scontro, scontro che oltretutto è sempre all’ultimo sangue, all’insegna del chi vince si prende tutto; chi perde, perde tutto.
La grammatica e la sintassi dei nostri spazi di relazione, produzione e riproduzione sociale riflettono l’articolazione di tali scontri. A Catania, come in ogni altra città italiana, e in maniera ancora più evidente nelle metropoli, non esistono forme di partecipazione alla gestione urbana che non siano inscritte nella logica del conflitto, malgrado ciò che noi desideriamo o pensiamo. Occorre inserirsi in tale logica, pena l’esclusione dai giochi.
La partecipazione democratica va dunque ripensata profondamente.
All’interno di uno scenario di conflitto, essa non può essere vista come un dato acquisito per il semplice motivo che non è un dato acquisito. Al contrario, essa è strettamente incardinata agli squilibri esistenti tra gli attori interessati alla pianificazione urbana. Non tenerne conto, non tenere conto della necessità di riequilibrare i pesi politici all’interno del discorso democratico,significa parlare di una città che non esiste, una mera rappresentazione teorica avulsa dalla realtà.
Lo stesso vale per l’immagine stessa che noi ci creiamo di città. La possibilità di immaginare una città differente è subordinata agli spazi di sovranità esistenti sul territorio e alla loro composizione. Sono elementi inscindibili della (ri)strutturazione urbana.
Occorre domandarsi che tipo di città corrisponde agli attuali rapporti di potere (economico, sociale, culturale e finanziario) esistenti in città. È facile prevedere che data una configurazione come quella attuale, con centri di potere distanti e indipendenti dalle città (per semplicità consideriamo solo la troika) che vengono percepite solo in quanto contenitori di debito, i territori subiranno delle trasformazioni enormi, volte a garantire non più la produzione, ma l’estinzione del debito, la solvibilità.
Se il potere centrale diventa un potere debitorio molte delle cose che siamo abituati a percepire come immutabili, muteranno. Il potere d’acquisto continuerà ad avere un ruolo cruciale, con ogni probabilità continuerà ad essere l’unico meccanismo d’inclusione sociale, tuttavia ad esso si affiancherà anche la capacità individuale di far fronte ai propri debiti, la solvibilità. Garantire la solvibilità significa anche costringere alla solvibilità, cosa attualmente impossibile con le configurazioni urbane esistenti.
Gli spazi di detenzione e controllo diventeranno infinitamente più capillari, le periferie somiglieranno sempre di più a degli enormi incubatoti di lavoro gratuito, regolato secondo meccanismi carcerari. Le stesse cordate di potere, per lo più rappresentazione di capitali deboli e frammentati, saranno investito dall’ingresso di player internazionali molto meglio organizzati e influenti.
È questo lo scenario con il quale ci confronteremo, non certo quello di città pacificate che si interrogano sull’ampliamento del meccanismo d’inclusione democratica. Quello è il nostro obbiettivo. Una cosa del tutto differente.
Per questo il termine cittadinanza attiva è una parola vuota se non è inserita all’interno di un progetto politico complessivo che ragioni anche sugli strumenti e percorsi in grado di modificare i rapporti di forza esistenti. Lo stesso concetto di sostenibilità è un concetto fortemente politico, marcatamente conflittuale. Ciò che sostenibile per un gruppo è insostenibile per un altro. La sostenibilità non è un valore tout court, come non lo è nessuno dei valori solitamente esposti in questi ambiti, compreso quello di bene comune.
Occorre ripensare tutte queste categorie, inserendole all’interno della conflittualità presente sul territorio.
Allo stesso modo è illusorio credere che tale conflitto possa risolversi da sé. La logica del profitto non è compatibile con quella della socialità, della condivisione, della partecipazione reale ai processi decisionali. Pensare che basti mettere in scena un dialogo tra le parti, spogliandolo di ogni discorso sulla legittimità di un apparato di potere che di fatto specula sulle risorse di tutti, reprime chi si oppone, abbandona al degrado qualunque cosa non possa essere riconvertito direttamente in guadagno di pochi, sfrutta e affama fasce sempre più ampie di popolazione, non è solo ingenuo, è funzionale al mantenimento dello status quo.
La compatibilità è uno spartiacque decisivo per capire quale delle parti del conflitto abbracciare come propria, nell’impossibilità oggettiva di porsi al di fuori di esso, della sua cruda evidenza. Noi abbiamo scelto di parteggiare con quanti sono (per scelta o per forza di cose) incompatibili con l’attuale sistema di produzione e consumo.
Siamo consapevoli che l’incompatibilità è una presa di posizione forte che comporta delle rinunce e degli obblighi nei confronti di chi si unisce a noi. Non pensiamo che questo sistema possa essere riformato, lavoriamo piuttosto alla creazione di un’alternativa. Per quanto ci riguarda ogni forma di compatibilità nei fatti è anche una forma implicita di complicità e subordinazione.

 

La nostra proposta

In questo senso, come collettivo politico Experia, facciamo un’unica proposta: la città che vogliamo costruire è una città nella quale ci siano spazi di socialità (legali o meno), di aggregazione politica, di organizzazione delle lotte, entro i quali sia possibile fare politica (nel senso di costruzione consapevole ed auto-organizzata della critica e del conflitto). L’obbiettivo è quello di costruire una rete di relazioni, saperi, lotte sparse sul territorio, collegate tra loro e capaci di relazionarsi in maniera veloce, così da reagire prontamente alle questioni che la realtà, nella sua complessità, ogni giorno interroga il nostro agire politico.
Tanto per fugare ogni dubbio: non ci poniamo il problema della legalità, è un falso problema. Non ci dichiariamo apolitici, siamo politici e lo siamo fino al midollo, per questo ci reprimono. Rilanciamo con forza lo slogan che ci ha sempre contraddistinto: non c’è aggregazione senza lotta, senza lotta diritti niente. È un po’ sgrammaticato magari, ma riflette bene i nostri due obbiettivi di fondo: aggregare per lottare; lottare per riprendere i diritti che ci hanno tolto e per ottenerne tutti quelli che ci spettano.
Ciò che ci muove è rimasto immutato, come è rimato immutato il senso delle nostre azioni. Per noi, gli spazi urbani sono un obbiettivo solo se funzionali alla lotta, altrimenti diventano dispositivi di controllo di un potere che diventa ogni giorno più pervasivo. Detta in altri termini: occupare per far da stampella al comune significa sottrarre uno spazio alla collettività e senza tali spazi urbani, strutturare il conflitto diventa molto complesso. Si rischia di cadere nella logica del riot diffuso e irrisolto, logica dal quale siamo molto distanti.
Niente di nuovo. È ciò che ha tentato di fare e si ostina ancora a fare il Collettivo Politico Experia a 5 anni dallo sgombero e con diversi processi da affrontare proprio perchè “non compatibili”.

Noi poniamo alla città alcune questioni:
Perchè disperdere le tante risorse positive presenti in città in attività poco utili alla lotta e alla trasformazione della società?
Perchè chiedere il permesso per esercitare un diritto?
Perchè legittimare chi ci reprime e ci impoverisce?

 

IL PRESENTE E’ LA LOTTA IL FUTURO E’ NOSTRO

 

 

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