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Posted by on 11 Ott 2012 in collettivo experia | 0 comments

Vento di Elezioni in Sicilia

Vento di Elezioni in Sicilia

Sembra essere il destino della Sicilia quello di fare, ad ogni elezione, da laboratorio per i cambiamenti politici che si profilano all’orizzonte per il resto del Paese e questa tornata elettorale non fa eccezione. Il problema è capire di che tipo di laboratorio si tratti. (scarica il pdf dell’articolo ElezioniRegionali_Experia)

Proviamo ad analizzare i fatti.

Dalla scorsa estate l’Italia è stata di fatto commissariata dalla troika che ha imposto l’attuale governo e dall’agenda politica che esso deve portare avanti. Un’agenda fatta di tagli alle pensioni, ai diritti dei lavoratori, al sistema sanitario ma fatta anche di privatizzazioni, rincari, tasse sempre più inique e di repressione, insomma l’austerity ovvero quell’insieme di pacchetti, disegni di legge e norme che mirano ad un unico, cristallino obiettivo: far pagare i costi della finanziarizzazione dell’economia alle classi medie, ai proletari e ai sottoproletari garantendo ampi margini di profitto a chi, in realtà, controlla e specula sui mercati mondiali.

Negli anni scorsi abbiamo gridato “Noi la crisi non la paghiamo”, purtroppo si è verificato esattamente il contrario: la crisi la stiamo pagando e la stiamo pagando cara.

Ma a ben vedere sta succedendo anche altro. L’attuale transizione da un capitalismo prettamente “produttivistico” ad uno nettamente “finanziario” fondato sul debito che sta investendo gran parte dell’occidente, non sa che farsene degli organismi democratici che finora ne hanno regolato la vita politica e sociale. Perché i grossi capitali dovrebbero mantenere il costo di strutture quali i partiti e i sindacati attuali? Per mediare cosa?
In una realtà fondata prevalentemente sul precariato e su un sistema di norme che riduce continuamente i diritti dei lavoratori, i sindacati semplicemente non servono più a nulla. Negli ultimi anni i conflitti sono nati principalmente in quel che rimane del vecchio tessuto produttivo ossia nelle realtà come Pomigliano, l’Alcoa, Cabonsulcis, Wind jet, Aligrup, Nokia, ST Microeletronic dove ancora convivono diverse forme contrattuali e dove soprattutto è rimasta ancora forte la memoria delle lotte sindacali del passato.
Ebbene anche in queste lotte – dove il ruolo di un sindacato conflittuale avrebbe potuto realmente incidere sugli equilibri reali di potere – i sindacati hanno preferito intraprendere una strada che si è rivelata suicida: quella della concertazione, dei cortei colorati, delle manifestazioni-passeggiata, degli scioperi generali “normalizzati”. Non c’è da stupirsi se mai come ora i sindacati vivono una crisi profonda di obiettivi, strategie, mobilitazioni.

Stesso discorso vale per i partiti politici. Perché mai i grossi capitali dovrebbero mantenere in piedi una classe politica come quella attuale? Hanno realmente ancora bisogno di un sistema di partiti che faccia da cinghia di trasmissione tra le decisioni prese nei loro consigli d’amministrazione e le popolazioni che vivono sul nostro territorio? No, evidentemente no. In questi mesi abbiamo vissuto un continuo trasferimento di sovranità verso organismi che, tra l’altro, a volte non prevedono neppure meccanismi di elezione democratica: la BCE, il Consiglio Europeo, il FMI, l’UE. Ogni taglio, ogni giro di vite, ogni sacrificio è deciso altrove. Parlamento, Senato, Regioni, Province e Comuni servono solamente a ratificarle e metterle in atto, ad eseguire gli ordini.

In uno scenario simile, i grossi capitali non hanno più alcun interesse a mantenere la complessa geografia clientelare che negli ultimi anni ha permesso a strutture prive di una qualsiasi base militante di avere i numeri per governare. Partiti come il PD, il PDL, l’UDC, l’MPA o la Lega (e chi più ne ha, più ne metta) hanno esaurito il loro compito: quello di governare la transizione da un paese che veniva da vent’anni di lotte operaie e con un’avanzata esperienza rivoluzionaria ad un paese pienamente inserito all’interno della nuova fase capitalistica. Adesso é giunta l’ora di lasciare libero il campo ai tecnici: uomini legati direttamente alle varie correnti del capitale, uomini che non devono sottostare ad alcuna mediazione elettorale.
Non é un caso che in questi mesi si sia montata una campagna mediatica totalizzante nei confronti degli sprechi della casta, dell’inutilità di organismi come le Regioni, dell’esigenza di ridurre i costi della politica e, insomma, di ridurre ogni spazio che tradizionalmente fungeva da collegamento con un corpo elettorale il cui consenso veniva foraggiato e controllato mediante promesse di posti di lavoro, di fondi pubblici, di privilegi, di pacchi di pasta, di buoni benzina, etc.
E non è un caso che i partiti che più di tutti hanno interpretato tale ruolo siano oggi tutti in crisi.

La Sicilia, per tornare al discorso iniziale, é il laboratorio di tale crisi.

Da una parte ci sono Musumeci e Micciché, con il loro PDL spaccato in mille rivoli rancorosi in piena emorragia di consensi, dall’altra c’é il PD che con la candidatura di Crocetta tenta invano di ricostruirsi un’immagine dopo la squallida avventura con l’MPA di Lombardo.
Alla loro sinistra, la Federazione della Sinistra propone prima Fava con il pasticciaccio della sua candidatura e poi la Marano. In entrambi i casi il copione sembra sempre lo stesso: ripetere le esperienze di Pizzarotti, De Magistris e Pisapia, con un candidato che cavalchi allo stesso tempo sia la retorica legalitaria contro la casta sia alcune parole d’ordine appartenenti ad una parte di movimento come, ad esempio, quella dei “beni comuni” che rischiano di diventare gli unici riferimenti ideologici di una sinistra antagonista incapace di rielaborare una propria teoria sulla crisi e soprattutto sull’alternativa alla crisi stessa.
E poi ci sono il Movimento Cinque Stelle e il Movimento dei forconi, due delle forze politiche che negli ultimi mesi hanno rappresentato l’unica critica – seppure da destra e di posizione ultrapopulista – alle scelte economiche dell’attuale governo.
Il quadro, insomma, è veramente desolante come risulta evidente dai programmi delle forze in campo.
Pur con molte differenze che spesso sono soltanto di facciata, pur con i soliti slogans che in qualche modo mascherano una totale omogeneità sulle scelte di fondo, hanno tutti un elemento comune che li attraversa trasversalmente: la necessità di attrarre in Sicilia gli investimenti di aziende e imprese che si auspicano straniere con ogni mezzo: mediante la valorizzazione del patrimonio siciliano e della sua economia di scala (centrosinistra), mediante l’alleggerimento dei vincoli burocratici e della pressione fiscale (centrodestra), riproponendo l’urgenza di nuove infrastrutture (centosinistra e centrodestra) e via dicendo.
E’ sempre più evidente che tutto il resto (sostegno all’occupazione, misure di protezionismo, lotta alle mafie, lotta alla casta) è mera propaganda. Viene enunciato ma é impossibile capire su quali basi e con quali fondi tali promesse possano diventare realtà.
Tale omogeneità programmatica riflette il mutamento che sta avvenendo all’interno della struttura-partito per effetto della crisi.
La strategia della troika é stata chiara fin dall’inizio: abbattimento del costo del lavoro, abbattimento delle pensioni, aggravamento della posizione debitoria dell’Italia. Queste sono tutte azioni necessarie affinché si possa privatizzare e svendere (e a prezzi di saldo!) ai grossi capitali transnazionali tutto quello che fino ad ora è stato patrimonio dei piccoli capitali diffusi nostrani e, dunque, speculare su vite e territori. 

I partiti, all’interno di tale quadro, non sono più centri di potere da foraggiare con i fondi nazionali ed europei, quanto piuttosto dei “facilitatori” di tali operazioni di privatizzazione e svendita. Il ruolo che riusciranno a ritagliarsi sarà tanto più ampio, quanto più dimostreranno di saper costruire il consenso attorno alle operazioni finanziarie che via via verranno loro richieste. Il ruolo decisionale, comunque, è e resterà transnazionale.
Non c’è da stupirsi dunque se nei prossimi mesi, i partiti e gli organi di governo con i quali siamo abituati a confrontarci subiranno delle grosse potature.
E non c’è da stupirsi neanche se nei programmi elettorali nessuno dei candidati dice cosa farà nel caso che i bilanci dei principali centri urbani, una volta consolidati, mostreranno miliardi di euro di debiti, se i più grossi produttivi che sorgono come cattedrali nel deserto sul territorio chiuderanno o minacceranno di chiudere, se il governo imporrà la privatizzazione di beni e attività che fino ad ora sono rimasti comuni, se la crisi si accentuerà ulteriormente aggravando i redditi di fasce sempre più ampie di popolazione, se la disoccupazione continuerà a crescere, se grossi gruppi esteri sposteranno qui la produzione di beni e servizi profondamente inquinanti, se lo spread continuerà la propria corsa, se il governo nazionale deciderà di seguire il percorso che ha portato Spagna e Grecia sull’orlo del collasso, eccetera, eccetera, eccetera.

La verità è che nessuno degli attuali candidati avrà un ruolo anche marginale all’interno di queste scelte. E non lo avranno neanche i sindacati che, come abbiamo già detto sopra, negli ultimi anni hanno scientemente deciso di abbandonare ogni possibilità conflittuale a favore di una politica concertativa che ha portato soltanto sconfitte.
Ed é incredibile come dentro un quadro simile (che è contemporaneamente regionale, nazionale, ed europeo) le forze che ancora oggi si dicono comuniste, in Italia, invece di seguire l’esempio delle grandi coalizioni di sinistra europea (un esempio per tutti, Syriza, pur con le sue contraddizioni) – le quali,  proponendo poche e semplici idee di alternativa all’attuale assetto capitalista, raccolgono maree di voti – abbiano deciso di seguire ancora una volta la politica fallimentare delle strategie di accordo col PD, con le forze di centro, nell’illusione di realizzare così un risultato elettorale che però non arriva mai. Dappertutto in Europa si parla di uscita dall’euro, di opposizione alla finanziarizzazione dei capitali, di alternative al debito e alla schiavitù del debito tranne che qui da noi, dove si parla sempre e solo di accordi, della foto di Vasto, di Bersani, Vendola e Renzi, del ruolo di Casini e dell’Udc, di beni comuni.
Sono almeno quindici anni oramai che assistiamo al misero spettacolo di una sinistra antagonista che non riesce a produrre altro che un logorante inseguimento del centrosinistra, un inseguimento fatto di accordi costantemente al ribasso e di svendita del patrimonio di lotte e saperi che la sua base le ha portato in dote, svendita che si riflette anche sul piano delle idee: dal convulso bisogno di liberarsi dal concetto di lotta di classe attraverso la sottrazione dei «beni comuni» alla dialettica delle classi, fino al rinvio della questione sempre più urgente della sussistenza della forza lavoro delegata a un reddito di cittadinanza messo sulle spalle della finanza pubblica che più che a Marx si riferisce, nel migliore dei casi, a Keynes.  

Parrebbe insomma che, qui in Italia, i comunisti preferiscano suicidarsi – e proprio nel momento in cui la società ha più bisogno di comunisti – piuttosto che tornare a pensare ad un mondo altro, lasciando così spazio a destra a tutte quelle forze, come la Lega, il Movimento Cinque Stelle, etc che su alcune semplici parole d’ordine raccolgono il malcontento diffuso in strati sempre più ampi della popolazione.
Noi del Collettivo politico Experia sentiamo sempre più forte l’esigenza di forze realmente comuniste, di forze cioè che nell’attuale fase di scontro tra capitali finanziari e lavoratori si metta dalla parte dei lavoratori senza se e senza ma, anche quando le politiche economiche corrispondenti ledano i gangli stessi dell’attuale organizzazione capitalistica.

Noi del Collettivo politico Experia sentiamo sempre più forte l’urgenza di forze realmente comuniste che propongano l’occupazione degli stabilimenti, la collettivizzazione di quel che rimane del tessuto produttivo, la redistribuzione di beni, lavoro e risorse come punti cardine del proprio agire politico.

Noi del Collettivo politico Experia non abbiamo alcun interesse a sostenere questo o quel candidato: siamo convinti che il loro agire e le loro promesse, anche nell’ipotesi che siano mantenute, si muovano tutte all’interno dello stesso orizzonte di teorie e pratiche. Ed è un orizzonte che abbiamo sempre contestato, quello del neoliberismo in tutte le sue accezioni (di sinistra e di destra), un orizzonte ristretto che riteniamo inutile per gli interessi dei lavoratori, dei precari e degli sfruttati.

Noi del Collettivo politico Experia, o sarebbe meglio dire, noi comunisti in Italia abbiamo scelto da tempo la nostra parte.

No, non siamo il novantanove per cento, come dicono in tanti, ma lo diventeremo.

 

Collettivo Politico Experia
11 ottobre 2012

 

 

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