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Posted by on 21 Set 2012 in collettivo experia, crisi | 0 comments

Sulla crisi

Sulla crisi

Alcoa, Carbonsulcis in Sardegna, Termini Imerese prima, oggi Wind jet, Aligrup, Nokia, ST Microeletronic in Sicilia e, su tutte, la vicenda della Fiat con l’annunciato cambio di programma da parte di Marchionne e lo smantellamento delle produzioni del lingotto in Italia.

La guerra contro i proletari si allarga e spinge vasti strati della popolazione alla povertà più nera.
Non passa giorno che un nuovo fronte della crisi non si apra e non passa giorno che non ci sia una dichiarazione da parte di confindustria o del governo che non metta l’accento sulla necessità di proseguire sul terreno del rigore e dell’erosione di quel che resta dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori.
E purtroppo questo governo passa velocemente dalle dichiarazioni ai fatti.
Così in pochi mesi è stato stravolto il sistema pensionistico in Italia (vedi lettera alle nonne), ed è stato abolito l’articolo 18 che lascia via libera ai padroni per licenziare con facilità.
Non solo: con la spending review si continua ad attaccare il sistema sanitario nazionale e si pongono le basi per i futuri licenziamenti di massa nel pubblico impiego.
Licenziamenti che in verità da un paio di anni sono già iniziati, nel sistema scolastico con una riduzione di più di 150000 lavoratori, tra docenti e personale ATA.

Se grandi industriali e banche marciano compatti dentro questa guerra, dal nostro lato, quello dei lavoratori, tuttavia grande è la confusione; anche se ci sembra sempre più chiaro il ruolo che sta giocando la CGIL: battagliera durante il governo Berlusconi, totalmente assente nell’opposizione al governo Monti. Riforme pesantissime, che distruggono presente e futuro di tutti noi sono passate con qualche ora di sciopero e qualche ridicolo presidio. La segretaria Camusso in nome dell’unità ritrovata con Uil e Cisl si è limitata a produrre sterili proclami, a paventare scioperi generali mai convocati, a lanciare ultimatum sempre prorogati.
Tutto con l’obiettivo di difendere le posizioni del Pd, in modo da evitare che la rabbia sociale si sfogasse contro un partito che convintamente sostiene il governo delle banche e della macelleria sociale.
A Catania il ruolo della Cgil serva sciocca del Pd in queste elezioni regionali è oramai alla luce del sole con funzionari e dirigenti del sindacato che, invece di difendere gli interessi dei lavoratori, si impegnano alacremente nella campagna elettorale del candidato Crocetta.
Solo la Fiom per il primo periodo del governo Monti è riuscita a tenere testa, a rappresentare l’opposizione sociale, probabilmente perché il gruppo dirigente dei metalmeccanici ha dovuto fare i conti con una base poco incline a ulteriori sacrifici e tatticismi di facciata.

Ma anche all’interno di questi ultimi sembra stia passando un tentativo di normalizzazione con l’allontanamento della sinistra interna.
Ma chi riempie questo enorme vuoto che viene lasciato da Pd e Cgil?
Attualmente nessuno è in grado di raccoglierlo, nessuno dei sindacati di base ha ancora grosse capacità di mobilitazione; se dal lato sindacale passiamo al lato politico, risulta sempre più evidente la rinnovata attenzione di Rifondazione nell’elaborare tecniche e strategie per riavere una rappresentanza parlamentare, con appelli all’unità con Sel e Idv in funzione anti Pd, tutto ciò a scapito dell’elaborazione di una strategia da indicare alle masse con cui uscire dalla crisi e dal capitalismo.
Ecco, questo è il punto nodale: il Capitalismo.
Non basta più dichiarare e denunciare le storture che questo sistema economico produce, non esiste nessun lavoratore che non abbia ben chiaro che cosa significhi vivere in questo sistema economico; quello che manca è la proposta alternativa.
E’ proprio per tali motivi che noi abbiamo il coraggio di affermare che il capitalismo non è riformabile e che non si può rendere più umano dall’interno, l’unica possibilità che può portare ad una vera giustizia sociale è quella di abbattere questo sistema, di organizzare la lotta per prendere il controllo dei mezzi di produzione e di governo del paese.
Sin da subito con la trasformazione della lotta nelle fabbriche contro la loro chiusura e smantellamento nell’occupazione delle stesse e nella prosecuzione della produzione sotto il controllo dei lavoratori.
 

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