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Posted by on 8 Lug 2015 in collettivo experia, Resistenza in Sicilia | 0 comments

Le politiche antipopolari in Italia nel 1960 – L’uccisione di Salvatore Novembre

Le politiche antipopolari in Italia nel 1960 – L’uccisione di Salvatore Novembre

 

 

Catania luglio 1960.

Il governo Tambroni, degno continuatore delle politiche dei suoi predecessori, tese a mantenere le masse popolari italiane sotto il torchio dello sfruttamento padronale, e in più sostenuto dai fascisti del Msi, fu oggetto di pesanti contestazioni. La repressione fu violenta: il giorno dopo i fatti di Reggio Emilia, in cui persero la vita cinque operai, l’Italia fu attraversata da scioperi ovunque. Anche a catania, dove inoltre si manifestava contro recenti licenziamenti, la polizia attaccò i manifestanti, uccidendo l’operaio edile Salvatore Novembre.

A distanza di 13 anni da Portella delle Ginestre, e in una condizione sociale simile, che vedeva i proletari stanchi della propria condizione e determinati a cambiare registro, si rispondeva ancora col fuoco. Era la ratifica del fatto che in Italia questa era la risposta alle istanze proletarie: in Alle idee e nei fatti volevano anche loro, come la borghesia nazionale, che la società classista ristrutturata dopo il fascismo regnasse sovrana, contro qualsiasi pericolo di trasformazione sociale che vedesse il proletariato emancipato dallo sfruttamento.

 

[dal racconto di  Nicola Musumarra]

Nel 1960 il PCI aveva a S. Cristoforo cinque sezioni. Alle manifestazioni partecipavano soprattutto lavoratori che provenivano da quel quartiere e dai quartieri limitrofi. Quell’anno ero segretario delle sezioni (unificate proprio nel 1960) “Ilio Barontini” e “Fratelli Cervi”.
Gli edili costituivano il settore predominante della classe operaia catanese: erano i braccianti della città, dato che l’espulsione di manodopera dalle campagne aveva fatto giungere nel centro urbano una massa considerevole di ex braccianti agricoli.
In quegli anni gli scioperi degli edili e i cortei erano di migliaia di persone, venivano puntualmente caricati dalla polizia e, spesso, anche i dirigenti sindacali subivano violenze.

Nel luglio del 1960 si verificarono alcune coincidenze particolari: alla zona industriale due fabbriche (la Siclea e la Sepca, oggi Scac) avevano licenziato circa 150 operai. Il sindacato contestò i provvedimenti e attivò un movimento di lotta alla zona industriale e nei cantieri edili. La realtà particolare di Catania si intrecciò con gli avvenimenti nazionali (la lotta popolare contro il governo Tambroni sostenuto dall’MSI).

Il 7 luglio si svolse un attivo cittadino del PCI per analizzare la situazione; mentre discutevamo sul da farsi, la CGIL comunicò che aveva indetto per l’indomani lo sciopero generale. La mattina seguente i comunisti furono davanti ai cantieri per i picchetti: in alcuni cantieri, quelli di Costanzo, non era facile picchettare, data la presenza costante di malavitosi.

Il concentramento operaio era fissato alla Camera del Lavoro: il clima era molto teso e avevamo già notato che le forze di polizia erano dislocate in diversi punti del centro città. Ad un tratto giunse alla CGIL un funzionario della questura che voleva notificarci il divieto per qualsiasi corteo: nessuno, però, volle accettare la notifica e pertanto il funzionario fu costretto… ad appenderlo con un chiodo al portone della CGIL.

Ci fu uno sbandamento nelle nostre file; alla fine si decise che ci saremmo ritrovati nel pomeriggio. Pochissimi, però, andarono a casa; molti si fermarono nelle adiacenze della Camera del Lavoro e in tal modo potemmo renderci conto che la città era in stato d’assedio: i negozi non riaprivano nel pomeriggio, il traffico fu vietato dalla polizia.

I dirigenti della CGIL e del PCI invitarono tutti i compagni a restare alla Camera del Lavoro; ma aspettare avrebbe significato farsi intrappolare definitivamente. L’episodio che diede il via agli incidenti accadde ai quattro canti. Una compagna, Maria Lo Presti, stava diffondendo una volantino contro il governo Tambroni quando la polizia tentò di impedirglielo; si raccolse un’enorme folla di compagni, fra questi Nino Di Bella, che cominciò a protestare energicamente.

La polizia voleva arrestare Di Bella e la Lo Presti: tutti i presenti cercarono di impedire la provocazione; fu a questo punto che uno dei commissari indossò la fascia tricolore e ordinò la carica. In verità l’attacco era premeditato: velocissime, decine di camionette sbucarono da diversi punti tentando d’investire la gente che stava sui marciapiedi.

Fu a quel punto, e solo dopo questo ennesimo atto provocatorio, che i lavoratori reagirono per legittima difesa. Per prima cosa i manifestanti “rispedirono al mittente” le bombe lacrimogene che la polizia aveva cominciato a sparare; poi, per cercare un riparo dai numerosi colpi d’arma da fuoco che la polizia sparava ad altezza d’uomo, la folla si spostò nella zona tra piazza Spirito Santo e l’attuale Corso Sicilia. Lì si trovavano i carretti dei venditori ambulanti che servirono a formare delle barricate.

La polizia stazionava nella zona di piazza Stesicoro: ad un tratto, dal lato della fiera, avvistammo un gruppo di poliziotti e di carabinieri, che si dirigevano verso di noi: ci stavano imbottigliando. Andammo di corsa verso un riparo: fu in quel momento che Salvatore Novembre rimase colpito a morte; io, come tanti altri, fui ferito (una pallottola allo sterno).

Non potrò mai dimenticare il volume di fuoco che sprigionò la polizia, la quale evidentemente utilizzò anche un mortaio, come confermò la presenza di numerosi frammenti metallici riscontrati nel corpo dei feriti.
All’ospedale ci furono numerose attestazioni di solidarietà: tutti i giorni era un andirivieni di delegazioni, singoli compagni, gruppi di varia estrazione che portavano messaggi.

Al momento del processo le parti furono paradossalmente rovesciate: noi manifestanti fummo accusati di aver sparato alla polizia! Era un’accusa vergognosa e assurda che fu smontata dal nostro collegio di difesa (tra cui Giovanni Albanese, Filippo Guzzardi, Papaleo).

Nicola Musumarra
(Segretario delle sezioni comuniste “Ilio Barontini” e “fratelli Cervi” nel 1960)

 

 

Appendice Cronologica
La Resistenza e le lotte in Sicilia 1950 – 1960

 

1948
2 marzo: Petralia Soprana (PA): la mafia agraria assassina il segretario locale della Federbraccianti Epifanio Li Puma.
12 marzo: Corleone (PA): la mafia agraria assassina il segretario della locale Camera del Lavoro Placido Rizzotto.
30 marzo: Pantelleria (TP): la polizia spara su una manifestazione contro gli eccessivi gravami fiscali uccidendo Antonio Valenza, Giuseppe Pavia, Michele Salerno.
2 aprile: Camporeale (PA): la mafia agraria assassina il locale segretario della Federterra Cangialosi e altre due persone.

1949
29 novembre: Bagheria (PA): Manifestazione contadina: scontri tra dimostranti e carabinieri, che uccidono la contadina Filippa Mollica Nardo.

1950
2 marzo: Petralia (PA): la polizia apre il fuoco su una manifestazione: 2 dimostranti uccisi, 1 ferito.
10 agosto: Gibellina (TP): il contadino socialista Salvatore Garraci muore in caserma ucciso dalle torture delle forze dell’ordine.

1951
17 gennaio: Adrano (CT): manifestazione contro la venuta in Italia del generale Ridgway e le condizioni di vita dei braccianti. La polizia carica i dimostranti e uccide a fucilate Girolamo Rosano. 11 feriti.
18 gennaio: Piana degli Albanesi (PA): a una manifestazione analoga la polizia spara e lancia bombe lacrimogene contro un corteo di cinquemila, uccidendo il bracciante Damiano Lo greco.

1954
17 febbraio: Mussomeli (CL): manifestazione di protesta per la mancanza dell’acqua potabile. Polizia e carabinieri attaccano il corteo dei dimostranti, uccidendo tre donne (Onofria Pellicceri, Giuseppina Valenza, Vincenza Messina) e un ragazzo (Giuseppe Cappolonga).

1955
16 maggio: Sciacca (AG): la mafia agraria assassina il sindacalista Salvatore Carnevale, segretario della Lega edili.

1956
20 febbraio: Comiso (RG): Assemblea di braccianti per il lavoro e la terra. Al termine c’è un’aggressione dei carabinieri che uccidono i contadini Paolo Vitale e Cosimo De Luca.
12 settembre: Alimena (PA): Occupazione simbolica di alcuni feudi già scorporati ma non ancora assegnati: la polizia carica, ferendo parecchi lavoratori.

1958
13 gennaio: Catania: la polizia ferisce decine di lavoratori durante una manifestazione. Il giorno dopo vengono arrestati quattro dirigenti sindacali della CGIL.

1960
5 luglio: Licata (AG): Sciopero contro il governo Tambroni: la manifestazione viene caricata da polizia e carabinieri fatti affluire in massa da altre località. Alla stazione ferroviaria la polizia spara coi mitra uccidendo il commerciante Vincenzo Napoli. Ventiquattro feriti, di cui cinque gravi, tra i manifestanti.

8 luglio: Palermo: manifestazione di protesta per i fatti di Reggio Emilia del giorno prima (le forze dell’ordine avevano caricato una manifestazione contro il governo Tambroni, uccidendo i cinque operai: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi). La polizia carica con caroselli di jeep e spara sui manifestanti, uccidendo Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano, Francesco Vella e Rosa La Barbera mentre sta chiudendo la finestra del suo appartamento. Trentasei feriti da arma da fuoco tra i manifestanti.

8 luglio: Catania: sciopero contro il governo Tambroni: poliziotti e carabinieri sparano lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco, ferendo gravemente l’edile Salvatore Novembre che, trascinato al centro della piazza Stesicoro e lasciato lì per 55 minuti privo di soccorsi, come “ atroce monito per i manifestanti che sostavano ancora ai lati della piazza”, muore. Altri sette feriti tra i manifestanti.

[tratto dal nostro dossier “La Resistenza in Sicilia“]

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