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Posted by on 24 Ott 2011 in resistenza | 1 comment

Roma 15 ottobre 2011

Roma 15 ottobre 2011

“TUTTI A DIRE DELLA RABBIA DEL FIUME IN PIENA E NESSUNO DELLA VIOLENZA DEGLI ARGINI CHE LO COSTRINGONO” (Bertold Brecht)

All’indomani del 15 Ottobre gli italiani si sono risvegliati sempre più poveri e con il loro futuro sempre più incerto.

La crisi avanza velocemente indebitando le famiglie, tagliando i servizi essenziali, imponendo disoccupazione, precarietà, privatizzazioni e spese di guerra a tutti (lavoratori, dei giovani, delle donne, dei pensionati) eccetto che ai padroni (banche, confindustria, nuove e vecchie mafie) per ricapitalizzare quelle stesse banche che questa crisi l’hanno generata e continuano a generarla senza sosta.
Di fronte a questo scempio l’Italia, sabato 15 ottobre, è scesa in piazza con un imponente manifestazione di piazza nella quale la sfiducia verso le istituzioni borghesi, il rifiuto dei diktat capitalisti, la volontà di cambiamento erano chiare e determinanti.

Che non sarebbe stata una manifestazione sorridente e consolatoria come quella che auspicavano Draghi e tutto l’establishment politico era evidente a tutti: mentre in tutto il mondo si moltiplicavano le iniziative di protesta che circondavano i palazzi del potere politico ed economico e si riappropriavano anche in maniera violenta di tutto ciò che è stato rubato (vedi Atene, Egitto, etc), a Roma il sindaco Alemanno e dietro di lui il governo, negava il centro storico, blindando la città, costringendo la manifestazione a un percorso obbligato che sarebbe dovuto concludersi con l’ennesimo comizio inconcludente, incontrando l’appoggio unicamente della parte “riformista” dell’organizzazione: i giovani del PD, SEL, IdV, CGIL, PRC e chi più ne ha più ne metta.

Il loro progetto politico era chiaro: far rientrare la rabbia e la frustrazione acuite da mesi di crisi e mal governo dentro le pastoie di una compatibilità cieca e complice con le scelte padronali, svilire il senso delle parole d’ordine che i movimenti si sono date in questo autunno caldo (diritto all’insolvenza, nazionalizzazione della banche, riappropriazione di forme di lavoro dignitose, etc), spianare il campo a una nuova corsa elettorale per sostituire a questa maggioranza malconcia e in chiara bancarotta di consensi, una nuova maggioranza più stabile e pronta a rispondere adeguatamente ai bisogni di Confindustria e della BCE.

Purtroppo per loro non è andata così.
Così, quel che è successo sabato è facile da spiegare, al di là di ogni costruzione mediatica: il 15 ottobre in piazza è esplosa la rabbia di una generazione a cui è stato rubato non solo il futuro, ma anche lo stesso presente, una rabbia che non trovando alcuno sbocco politico e organizzativo si è riversata sulle strade di Roma, investendo ogni cosa con il suo furore.

Una rabbia che esiste, è forte, ed è profondamente radicata in settori ampi della società.
A questo enorme problema sociale, non corrisponde un’organizzazione politica capace di dare sbocco a questa perenne richiesta di cambiamento, di alternativa, di conflitto. Ed ecco allora che si produce quello che è successo il 15 a Roma. La piazza ha scavalcato, e di molto, tutte le strutture politiche presenti, perché nessuna struttura politica riesce ad interpretare le esigenze di quella piazza. Ed è per questo che si produce quel livello di violenza. A volte (molte volte) la rabbia rimane repressa. A volte, come ieri, emerge.
Quando milioni di persone si rendono conto del pericolo che stanno attraversando, quando diventano consapevoli del futuro che banche, BCE, e confindustria stanno preparando loro, non si può proporre loro semplicemente di scendere in piazza con il sorriso sulle labbra e manifestare gioiosamente e pacificamente la propria indignazione.
Anni di precarietà, di non politica, di sconfitte, e ancora ci fingiamo stupiti di fronte a qualche scontro? Bisognerebbe stupirsi del contrario semmai.
E’ la natura stessa della crisi a chiudere gli spazi alla riproposizione delle solite ipotesi riformiste e pacifiche che si sono rivelate inefficaci e perdenti.

A questa rabbia lo Stato ha risposto con una duplice repressione.

La prima, quella classica, poliziesca.
Dapprima hanno spezzato in due il corteo, poi hanno impedito al grosso dei manifestanti di arrivare a piazza san Giovanni, che è stata assediata e quindi svuotata con cariche brutali. Infine hanno operato rastrellamenti e perfino irruzioni dentro gli ospedali.
Malgrado ciò, migliaia di giovani, di disoccupati, di studenti, di lavoratori hanno resistito per ore alla violenza poliziesca e alle provocazioni, sono rimasti in piazza difendendosi, esprimendo la propria protesta e la propria rabbia.
Il bilancio di quella giornata è stato pesantissimo: centinaia di feriti tra i manifestanti (tra cui alcuni gravi), decine di arresti indiscriminati e il pericolo concreto che ci “scappasse il morto” viste le cariche con cui blindati lanciati a tutta velocità hanno provato a falciare manifestanti.

La seconda, quella ancor più classica, l’isolamento.
I poteri forti hanno sguinzagliato i loro organi di stampa per creare il nemico, il black bloc, l’infiltrato, l’uomo nero che aveva in mente un unico piano: distruggere la manifestazione, evitare che il corteo arrivasse in piazza S.Giovanni, fare fallire l’accampamento e contrapporlo al manifestante buono: quello sorridente e colorato che tenda in spalle e tamburello in mano esprime il proprio dissenso accampandosi nelle piazze delle nostre città.
Le forze riformiste all’interno del movimento, vedendo fallire miseramente il loro piano di “compatibilità”, hanno deciso scientemente di accodarsi a questa ricostruzione per distruggere l’ala più radicale del movimento, l’ala che è in grado di leggere e mescolarsi alle istanze dei settori più avanzati di lotta (le popolazioni della val di Susa, di Terzigno, della Sardegna) e di dar voce a un conflitto sociale che si diffonde sempre più rapidamente dappertutto.
Per far questo coprono anche ideologicamente la delazione interna riveduta e corretta con i nuovi e più accattivanti mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione, sgolandosi nel frattempo su tutti i media per “prendere le distanze” dai violenti.

La verità è che hanno paura.

Plaudono alle proteste che incendiano le città nel resto del mondo, ma poi inorridiscono di fronte ad un cassonetto bruciato. Teorizzano la fine del debito, ma poi chiudono gli occhi di fronte alle espressioni del conflitto sociale. Parlano di alternative al capitalismo, ma poi si accordano con confindustria per sostituire Berlusconi, svendendo tutto.
Hanno talmente tanta paura da promuovere ed appoggiare la riproposizione di una delle leggi più fasciste che l’Italia abbia conosciuto: la legge Reale, nel tentativo di tagliare le gambe a qualsiasi realtà politica che non sia prona come loro ai poteri forti.
Questa sinistra moderata che vede bene le rivolte solo quando divampano in lontananza non cambierà lo stato di cose attuale, non ci darà mai quello che pretendiamo. Oramai è più che evidente.
Come è evidente che quei “violenti” che sabato hanno distrutto Roma sono gli stessi che abbiamo applaudito in Val di Susa ed a Terzigno in Italia, ad Atene in Grecia ed a piazza Tahrir in Egitto, cos’è cambiato?
Vogliamo veramente continuare a credere alla favola dei “500 incappucciati” che andavano ad addestrarsi in Grecia per fare gli scontri in Italia? O vogliamo continuare a dirci che sono sempre gli infiltrati a fare tutto, uomini della polizia o chissà dei servizi segreti che tramano nell’ombra? E perché no la Spectre di James Bond allora?
E’ inutile continuare a descrivere quanto accaduto ieri in termini di cronaca nera (e tra poco di cronaca giudiziaria), “depoliticizzando” la questione, come sempre si fa in Italia.

L’obiettivo deve essere quello di organizzare la rabbia che sabato si è espressa in piazza, non quello di condannarla, o peggio fare finta di non vederla, perché questa rabbia fa parte dei nostri percorsi, è dentro chi ha un lavoro precario, o chi non ha neanche quello e deve accontentarsi di un lavoro nero per arrivare a fine mese, è dentro chi è costretto a vivere nelle nostre città da clandestino, è dentro chi percepisce una pensione da fame e con quella deve mandare avanti intere famiglie, è dentro chi vede espropriarsi interi territori in nome del profitto, è dentro quegli otto milioni di persone che in Italia vivono sotto la soglia di povertà, è dentro quei trenta milioni di persone che in Italia devono accontentarsi del 10 per cento delle ricchezze del paese e devono da soli pagare tutto il peso della crisi.
Qualcuno preferisce non vederli, noi al contrario li vediamo eccome. Perché facciamo parte di loro, le loro rivendicazioni sono le nostre, la loro rabbia è la nostra, e come loro subiamo la violenza vergognosa di Governo, Confindustria e BCE.

Il 15 Ottobre probabilmente sarà uno spartiacque. Pensare che i prossimi appuntamenti nazionali saranno appuntamenti pacifici e “sorridenti”, favorire con la delazione l’isolamento di realtà di lotta e di compagni alquanto scomodi in questo periodo, significa vivere nell’illusione che l’Italia sia un paese che non è sull’orlo della bancarotta. L’indicazione è stata chiara, netta: nessuno ci regalerà niente, dovremmo conquistare (e riconquistare) ogni nostro diritto metro dopo metro, al prezzo di lotte che saranno durissime, lo sappiamo tutti.
La discussione su violenti/non violenti non è altro che un falso problema, il più vetusto dei falsi problemi. Non è costruttiva e, come se non bastasse, offre il fianco alla repressione e alla delazione.
Quando c’è chi ha rischiato la vita per strada per opporsi a uno Stato di polizia cieco e fascista come quello che si è creato a Roma e si sta creando in Italia ad opera di Maroni e Di Pietro la priorità è essere solidali.
Oggi, accettare la ricostruzione dei fatti che Repubblica, il Corriere, i telegiornali hanno confezionato per noi, vuol dire essere complici di quella classe politica ed economica che a parole si contrasta ma che con i fatti si aiuta ogni volta che serve.

L’uscita dalla crisi non passa solamente dagli accampamenti degli indignados, ma anche e soprattutto dagli scioperi nelle fabbriche, dall’unione delle lotte, dall’autorganizzazione di settori sempre più ampi di società, dall’organizzazione del conflitto sul territorio e da momenti di lotta duri, condotti senza esclusione di colpi, con la consapevolezza che non si lotta più per il futuro, ma per il presente.

L’uscita dalla crisi passa rigettando la folle ipotesi riformista per farci credere che è possibile ri-costruire un capitalismo buono e non malato, capace di cambiare, “rivoluzionare”, le nostre esistenze e costruire una “società più giusta”.

L’uscita dalla crisi passa soprattutto da scelte politiche coraggiose e dalla consapevolezza che nessun Movimento senza una nuova Organizzazione Politica di classe (costruita dal popolo) in grado di tracciare ai lavoratori, ai giovani e al popolo italiano le scelte per superare questa crisi e il sistema capitalistico di cui è figlia, può essere determinate in cambiamenti “rivoluzionari”.

Bisogna vincere e bisogna vincere ora.
Sempre meno indignati, sempre più incazzati!

Collettivo Politico Experia di Catania
24 ottobre 2011

1 Comment

  1. daniele hai visto il servizio di report “effetto valanga”? La storia dei Cds non si può sentire. È niente di più e niente di meno che la vecchia truffa di assicurare una auto catorcio e poi prenderla a mazzate x incassare dall’ assicurazione. Solo che l’auto in questione sono gli Stati presunti sovrani.

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