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Posted by on 30 Apr 2015 in Resistenza in Sicilia | 1 comment

Portella della Ginestra

Portella della Ginestra

 

(dalla nostra pubblicazione “La Resistenza in Sicilia” disponibile presso la nostra sede)

A distanza di quasi settant’anni il dibattito storico sui responsabili della strage di Portella delle Ginestre è ancora aperto: con questo contributo non vogliamo rivelare chissà quali altre “verità” giudiziarie ma individuarne i retroscena e le cause storiche e politiche; per fare questo riteniamo indispensabile descrivere il contesto sociale, economico e politico siciliano nell’immediato dopoguerra.

Abbiamo già parlato, all’interno di questo dossier, di come, subito dopo la caduta del fascismo, i latifondisti siciliani, interessati a difendere i propri privilegi abbiano tentato di creare, col movimento separatista, uno strumento teso ad “annacquare” il malcontento delle masse popolari per le sempre più insostenibili condizioni di vita all’interno di generiche rivendicazioni di indipendenza.
A fianco del MIS, e come suo braccio armato, nell’ottobre del ‘44 era nato l’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana). Questo organismo che, in origine, era il frutto di un’alleanza tra l’ala reazionaria del MIS (di Finocchiaro Aprile) e quella “progressista” (di Canepa), dopo la morte di Canepa (giugno ‘45) si trasformò in uno strumento nelle mani dello stato maggiore del MIS, ormai completamente asservito agli interessi dei grandi proprietari terrieri.
Questi ultimi, abbandonata l’idea di una scissione della Sicilia dall’Italia da realizzarsi con l’appoggio degli angloamericani (illusione svanita con la riconsegna della Sicilia all’amministrazione italiana da parte degli alleati nel ‘44), resero il MIS un movimento a carattere autonomista ma nel quadro dell’unità d’Italia. E le azioni di guerriglia dell’EVIS (in questa sua seconda fase costituito più che da “militanti” da banditi assoldati dai vertici del MIS: Salvatore Giuliano nella Sicilia Occidentale, la banda Rizzo-Avila, cd. dei niscemesi in quella orientale) dovevano servire come strumento di ostentazione di forza nonchè di ricatto nei confronti del governo italiano, dal quale l’aristocrazia terriera siciliana voleva ottenere la garanzia del mantenimento dei propri privilegi.
Il calcolo che si trovava alla base del ricatto aveva il suo fondamento nella coscienza che esisteva un’identità finale di interessi tra proponenti e riceventi – fra l’aristocrazia agraria siciliana e il suo impresentabile alleato, la mafia, da un lato, e i settori moderati della politica, dell’economia e della burocrazia nazionali dall’altro – nella cristallizzazione della realtà economico-sociale dell’isola. L’idea di Mario Scelba (allora ministro degli interni ndr) era che qualsiasi trasformazione sociale in Sicilia era “prematura”, un’idea significativamente vicina a quelle espresse nell’ “Elogio del latifondo” del barone Tasca.” (F. Gaja). E proprio nell’ottica di questa intesa si inquadrano l’inserimento dei separatisti nel gioco parlamentare e la loro sconfessione formale, nel febbraio ‘46 della guerriglia.

Ma qual’era la situazione sociale che tanto i separatisti quanto i “settori moderati” volevano mantenere immutata?
Era quella di una società feudale a tutti gli effetti: la gran parte delle terre era nelle mani di pochi (nel territorio catanese il 2% del totale dei proprietari possedeva il 56% delle terre); i braccianti agricoli, pagati in natura (pane e cipolla) erano spesso costretti a partecipare con le famiglie a prestazioni di lavoro extra.
Lavoravano “di stiddi a stiddi”, cioè dall’alba al tramonto. Se possedevano piccoli pezzi di terra, erano del tutto legati, con vincoli feudali, a baroni, marchesi, conti, che riscuotevano le proprie esose rendite attraverso campieri, gabelloti e sovrastanti vari, il cui legame con l’aristocrazia e strapotere nelle campagne è da molti studiosi riconosciuto come “l’embrione” del fenomeno mafioso. Questa situazione, che aveva radici in secoli di storia e che il fascismo aveva lasciato intatta, creava una miseria diffusa indescrivibile. E la guerra aveva incrementato la fame: partenze per il fronte (cioè meno braccia), razionamento di viveri e bombardamenti avevano portato questa società ai limiti della rottura.

A questo va aggiunta la diffusione di una nuova prospettiva: l’emancipazione.
Del resto, già “di un’ansia sociale latente era impregnata la fiammata popolare di indipendentismo del 1944 e ‘45, nel senso che il contenuto della ribellione, nel popolo, era il desiderio di uguaglianza sociale, di sicurezza di lavoro e di retribuzione, di liberazione da uno stato di schiavitù attribuito, per l’equivoco ingenerato dai baroni separatisti, solo al “colonialismo” italiano”.
Ben presto le notizie della Resistenza partigiana al Nord, le possibilità offerte dalla pur limitata legge Gullo ( che prevedeva l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative di contadini, la proroga dei contratti d’affitto e una distribuzione meno iniqua dei prodotti con il 60% al contadino e il 40% al proprietario), l’energia con la quale militanti di base comunisti e socialisti si posero alla testa delle lotte per l’occupazione delle terre, trasformarono quelle vaghe tendenze di riscatto in aperto favore al socialiasmo.

Ciò è particolarmente evidente proprio alla vigilia della strage di Portella: nelle elezioni amministrative del marzo 1947 socialisti e comunisti, uniti nel Blocco del Popolo, conquistarono molti comuni dell’entroterra agricolo;e alle regionali del 21 aprile, nonostante una campagna elettorale costellata di omicidi di sindacalisti ed esponenti riconosciuti della sinistra, il Blocco del Popolo raccolse 590.881 voti, cioè più di un terzo del totale.
Proprio questa vittoria dava un significato particolare alla celebrazione di quel 1 maggio nel quale si consumò la strage di Portella; qui, per tradizione, convenivano per la Festa del Lavoro gli abitanti dei tre paesi di S. Giuseppe Jato, S.Cipirello e Piana degli Albanesi; qui, da un’altura vicina, per dieci o quindici minuti raffiche di mitra si abbatterono sulla folla lasciando a terra undici morti (Giovanni Grifò, Vincenzo La Fata, Lorenzo Di Maggio, Francesco Cossenzi, Costanza Introvaia, Serafino Lascari, Filippo Lascari, Margherita Crescesi, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta), ventisette feriti gravi, altri venti feriti leggeri.
Ad eseguire la strage, che doveva portare all’uccisione, tra gli altri, del dirigente comunista Li Causi che venne sostituito all’ultimo momento da un altro oratore, fu la banda di Giuliano, la cui ascesa da semplice bandito a “pezzo grosso” era stata legata al suo coinvolgimento nell’EVIS.

Quanto ai mandanti, presu-mibilmente gli stessi che un mese e mezzo dopo incaricarono la banda Giuliano di assaltare le sezioni del PCI di Carini, Borgetto, S. Giuseppe Jato, Partinico, Cinisi e Mon-reale, la strage di Portella, come quelle di piazza Fontana, Brescia, Bologna, Ustica, è avvolta nel mistero.
Quello che è certo è che una fitta trama di personaggi, episodi, testimonianze lega Giuliano non solo alle sue vecchie conoscenze separatiste, ma anche a esponenti delle forze dell’ordine italiane e, attraverso la mafia siculo-americana, ad elementi dei servizi segreti americani: è certo ad esempio che, al processo per la strage di Portella Gasparro Pisciotta, esponente della banda nonchè assassino di Giuliano, abbia indicato i mandanti nel democristiano Bernardo Mattarella, negli indi-pendentisti Alliata e Marchesano e nello stesso Mario Scelba (che, per inciso, il 2 maggio affermò con certezza che quello di Portella “non era un delitto politico”); ancora, è accertato che l’ispettore di pubblica sicurezza Messana avesse un informatore all’interno della banda (Salvatore Ferreri, che morì misteriosamente poco dopo la strage in una caserma dei carabinieri) ed è quindi plausibile che fosse a conoscenza in anticipo della strage.
Lo stesso Giuliano, negli anni in cui era intensamente ricercato, conduceva trattative segrete con l’ispettore Ciro Verdiani, che tentava di organizzarne l’espatrio; un altro esponente della banda, Epifanio Ajello, affermò che Giuliano ricevette l’incarico di sparare dal colonnello americano Charles Poletti.
Infine, una lunga scia di sangue accompagna il “caso” Giuliano: oltre a quella di Ferreri, anche quella di Giuliano stesso (ucciso da Pisciotta ma, secondo una prima versione “ufficiale” ucciso in un conflitto a fuoco dai carabinieri), quella di Pisciotta, avvelenato in carcere subito dopo un colloquio importante con un giudice, e molte altre di personaggi coinvolti.

Al di là di tutte le cose apparentemente inspiegabili, rimane, riguardo alla strage di Portella, un solo dato di fatto: l’imperativo categorico era “fermare il pericolo rosso”; un’esigenza avvertita tanto, su un piano nazionale, da separatisti, democristiani e quanti altri volevano la persistenza in Italia e nelle sue regioni di una società divisa in classi, quanto, su un piano internazionale, dagli americani. Questi ultimi volevano mantenere e rafforzare il controllo ottenuto con la conferenza di Yalta sull’Europa occidentale: controllo economico con il piano Marshall, che a fronte di aiuti economici statunitensi, garantiva agli USA il 10% del PIL dei 16 paesi europei fruitori del prestito, a ricostruzione avvenuta; controllo politico con il ricatto della non elargizione di questi benefici ai paesi che non avessero espulso i comunisti dai propri governi. ( e con la creazione di rapporti segreti con le organizzazioni clandestine reazionarie e anticomuniste di questi paesi).

E’ triste constatare che la strage di Portella delle ginestre costituì, di fatto, un precedente di modello repressivo per gli anni che seguirono.
Si può qui brevemente ricordare che gli anni ‘50 italiani sono ricordati come quelli della ripresa economica, dovuta sostanzialmente a quattro fattori: innanzitutto il già citato piano Marshall, che elargì, in cambio della pace sociale sostanziosi fondi agli industriali del nord (fondi il cui 75 % fu concentrato nella siderurgia, e quindi distribuiti tra Milano, genova e Torino).
In secondo luogo la ripresa della produzione fu legata alla linea adottata dal Pci in materia economica: in piena coerenza con la linea politica togliattiana, fu assunta la ricostruzione come primo obbiettivo, permettendo agli industriali di ristabilire i vecchi rapporti di classe; fu infusa nella classe operaia la logica del produttivismo e dell’efficienza, nonchè l’accettazione di un accordo sindacale senza precedenti da quando esistevano le fabbriche, che prevedeva la stipulazione non di un minimo salariale sotto cui i padroni non avrebbero potuto pretendere di scendere, ma bensì un massimo salariale, sopra cui i lavoratori non poterono pretendere di chiedere (tra l’altro molto basso).
In terzo luogo l’ondata di immigrati che approdarono dal sud Italia nelle fabbriche del nord, spinti dall’enorme miseria, senza la tradizione di solidarietà di classe acquisita dagli operai del nord durante la Resistenza, e quindi scarsamente conflittuali, permisero agli industriali di vedere scendere le ore di sciopero e di aumentare la produttività. In quarto luogo, appunto, gli anni ‘50 furono costellati di licenziamenti politici, che colpirono tutti quei lavoratori che, finita la guerra, mantennero alta la tensione, volendo proseguire la Resistenza anche contro la borghesia. Come si può facilmente notare, tutti i fattori della ripresa erano solo temporaneamente stabilizzanti, e avrebbero presto prodotto nuove contraddizioni. Infatti, malgrado l’apparente risollevamento della condizioni generali degli italiani, il periodo ‘48-’60 fu un continuo susseguirsi di scioperi e occupazioni di terre – e della relativa repressione.

La dimostrazione che l’idillio non sarebbe continuato furono i fatti del luglio 1960. Il governo Tambroni, degno continuatore delle politiche dei suoi predecessori, tese a mantenere le masse popolari italiane sotto il torchio dello sfruttamento padronale, e in più sostenuto dai fascisti del Msi, fu oggetto di pesanti contestazioni. La repressione fu violenta: il giorno dopo i fatti di Reggio Emilia, in cui persero la vita cinque operai, l’Italia fu attraversata da scioperi ovunque. Anche a catania, dove inoltre si manifestava contro recenti licenziamenti, la polizia attaccò i manifestanti, uccidendo l’operaio edile Salvatore Novembre.
A distanza di 13 anni da Portella delle Ginestre, e in una condizione sociale simile, che vedeva i proletari stanchi della propria condizione e determinati a cambiare registro, si rispondeva ancora col fuoco. Era la ratifica del fatto che in Italia questa era la risposta alle istanze proletarie: in quindici anni di dopoguerra la repressione era affidata in generale alle forze “dell‘ordine”, e nel sud in particolare anche alle cosiddette forze “illegali”, che nelle idee e nei fatti volevano anche loro, come la borghesia nazionale, che la società classista ristrutturata dopo il fascismo regnasse sovrana, contro qualsiasi pericolo di trasformazione sociale che vedesse il proletariato emancipato dallo sfruttamento.

experia catania

Cronologia degli eventi in Sicilia dopo Portella

1948:
2 marzo: Petralia Soprana (PA): la mafia agraria assassina il segretario locale della Federbraccianti Epifanio Li Puma.
12 marzo: Corleone (PA): la mafia agraria assassina il segretario della locale Camera del Lavoro Placido Rizzotto.
30 marzo: Pantelleria (TP): la polizia spara su una manifestazione contro gli eccessivi gravami fiscali uccidendo Antonio Valenza, Giuseppe Pavia, Michele Salerno.
2 aprile: Camporeale (PA): la mafia agraria assassina il locale segretario della Federterra Cangialosi e altre due persone.

1949:
29 novembre: Bagheria (PA): Manifestazione contadina: scontri tra dimostranti e carabinieri, che uccidono la contadina Filippa Mollica Nardo.

1950:
2 marzo: Petralia (PA): la polizia apre il fuoco su una manifestazione: 2 dimostranti uccisi, 1 ferito.
10 agosto: Gibellina (TP): il contadino socialista Salvatore Garraci muore in caserma ucciso dalle torture delle forze dell’ordine.

1951:
17 gennaio: Adrano (CT): manifestazione contro la venuta in Italia del generale Ridgway e le condizioni di vita dei braccianti. La polizia carica i dimostranti e uccide a fucilate Girolamo Rosano. 11 feriti.
18 gennaio: Piana degli Albanesi (PA): a una manifestazione analoga la polizia spara e lancia bombe lacrimogene contro un corteo di cinquemila, uccidendo il bracciante Damiano Lo greco.

1954:
17 febbraio: Mussomeli (CL): manifestazione di protesta per la mancanza dell’acqua potabile. Polizia e carabinieri attaccano il corteo dei dimostranti, uccidendo tre donne (Onofria Pellicceri, Giuseppina Valenza, Vincenza Messina) e un ragazzo(Giuseppe Cappolonga).

1955:
16 maggio: Sciacca (AG): la mafia agraria assassina il sindacalista Salvatore Carnevale, segretario della Lega edili.

1956:
20 febbraio: Comiso (RG): Assemblea di braccianti per il lavoro e la terra. Al termine c’è un’aggressione dei carabinieri che uccidono i contadini Paolo Vitale e Cosimo De Luca.
12 settembre: Alimena (PA): Occupazione simbolica di alcuni feudi già scorporati ma non ancora assegnati: la polizia carica, ferendo parecchi lavoratori.

1958:
13 gennaio: Catania: la polizia ferisce decine di lavoratori durante una manifestazione. Il giorno dopo vengono arrestati quattro dirigenti sindacali della CGIL.

1960:
5 luglio: Licata (AG): Sciopero contro il governo Tambroni: la manifestazione viene caricata da polizia e carabinieri fatti affluire in massa da altre località. Alla stazione ferroviaria la polizia spara coi mitra uccidendo il commerciante Vincenzo Napoli. Ventiquattro feriti, di cui cinque gravi, tra i manifestanti.
8 luglio: Palermo: manifestazione di protesta per i fatti di Reggio Emilia del giorno prima (le forze dell’ordine avevano caricato una manifestazione contro il governo Tambroni, uccidendo i cinque operai: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi). La polizia carica con caroselli di jeep e spara sui manifestanti, uccidendo Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano, Francesco Vella e Rosa La Barbera mentre sta chiudendo la finestra del suo appartamento. Trentasei feriti da arma da fuoco tra i manifestanti.
8 luglio: Catania: sciopero contro il governo Tambroni: poliziotti e carabinieri sparano lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco, ferendo gravemente l’edile Salvatore Novembre che, trascinato al centro della piazza Stesicoro e lasciato lì per 55 minuti privo di soccorsi, come “ atroce monito per i manifestanti che sostavano ancora ai lati della piazza”, muore.
Altri sette feriti tra i manifestanti.

 

 

1 Comment

  1. Invio questo contributo antifascista. E magari perché non pensare ad un gemellaggio? ciao, GS

    EL PORVENIR: UNA “PORTELLA DELLA GINESTRA” BOLIVIANA
    (Gianni Sartori)

    Il ruolo di “guardie bianche” (compresa la partecipazione a interrogatori e torture di sindacalisti e guerriglieri, veri o presunti, e dei loro familiari) esercitato in America Latina da esponenti della “destra radicale” italica, la stessa che talvolta si spaccia per “antimperialista”*, non sembra essersi esaurito nel secolo scorso
    Si intravede una italica mano (destra, ca va sans dire) anche dietro la strage di El Porvenir, in Bolivia, nella notte tra l’11 e il 12 settembre 2008. Ufficialmente i contadini assassinati sarebbero una quindicina, ma i sindacati boliviani parlavano di più di venti. Una vera “Portella della Ginestra” boliviana.
    L’ex paracadutista Marco Marino Diodato aveva seguito le tracce dei suoi “fratelli maggiori”, gli esponenti neofascisti che, soprattutto negli anni settanta, si erano rifugiati in America Latina mettendosi al servizio dei vari regimi golpisti del Cono Sud (Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia) coinvolti nell’”Operazione Condor” finanziata dalla CIA.
    Tra i più noti, Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia Nazionale che in precedenza aveva offerto i suoi servizi alla Spagna franchista collaborando alle azioni del regime contro gli indipendentisti baschi rifugiati in Iparralde (Paese basco sotto amministrazione francese) e contro la componente di sinistra del Carlismo. In particolare, venne documentata fotograficamente l’aggressione del maggio 1976 al Montejurra (Jurramendi, in euskara) in Navarra. Come ricorda lo storico basco Inaki Egana “dos centenares de mercenarios, bajo la pasividad de la Guardia Civil, dispararon contra los seguidores de Carlos Hugo de Borbòn Parma (all’epoca il maggior esponente del Consejo Federal de Direcciòn del Partito Carlista nda), provocando la muerte de Ricardo Garcia Pellejero y Aniano Jimènez Santos. Muchos de los que parteciparon en aquella agresiòn serian luego miembros significativos del BVE y del GAL (squadre della morte antibasche nda), entre ellos Stefano delle Chiaie, Mario Ricci, Augusto Cauchi, Giuseppe Calzona y Jean Pierre Cherid (e presumibilmente anche Concutelli e Cicuttini nda). El animador de esta masacre fue Juan Maria Araluce, presidente de la Deputaciòn de Gipuzkoa, muerto por ETA a finales del mismo ano”.
    Dopo il 1975, venute meno con la morte di Franco le protezioni di cui godevano, alcuni di questi personaggi presero la strada del Sud America.
    In Bolivia l’ex paracadutista Diodato, diventato un ricco uomo d’affari, aveva sposato una nipote del generale golpista Hugo Banzer e, secondo due giornalisti boliviani, in anni più recenti avrebbe “organizzato squadre di killer legate ai gruppi civici per l’autonomia regionale che si battono contro il governo di Evo Morales”.
    Nel 2004 Diodato era stato condannato per “riciclaggio e traffico di armi e droga”, ma era facilmente evaso da una clinica di Santa Cruz dove stava “agli arresti”. Determinanti i suoi ottimi rapporti con l’aristocrazia bianca della “mezzaluna”, le ricche province boliviane della pianura (Pando, Beni, Santa Cruz, Tarija) che si vorrebbero separare da quelle andine, abitate in prevalenza da indigeni (La Paz, Cochabamba, Chuquisaca, Potosi, Oruro).
    Diodato viene indicato come “uno dei consiglieri di Leopoldo Fernandez”, il governatore del dipartimento di Pando accusato di essere il mandante della strage. A questo punto l’analogia con Portella della Ginestra diventa interessante. Un movimento separatista manovrato dall’esterno (come avvenne per il “Movimento per l’Indipendenza della Sicilia” di cui il bandito Giuliano era il braccio armato), contadini contro possidenti, la presenza di fascisti ( alcuni storici hanno ipotizzato la presenza di ex-repubblichini a Portella della Ginestra). E non mancherebbe neppure la mafia, dato che le indagini avevano individuato il clan di Nitto Santapaola come rifornitore di armi e droga per il gruppo di Diodato.
    Nei giorni successivi ai fatti di El Porvenir, si contavano altre vittime negli scontri tra i sostenitori di Evo Morales e i soidisant indipendentisti (in realtà discendenti dei colonizzatori che difendevano i loro privilegi, paragonabili agli unionisti filoinglesi dell’Ulster), nonostante i tentativi del governo di Morales di risolvere pacificamente il contenzioso. Il vice-presidente boliviano, Alvaro Garcia Linera, si era incontrato con Mario Cossio, prefetto del dipartimento di Tarija ed esponente dell’opposizione. In questa circostanza la polizia aveva disperso i sostenitori del governo: un fatto quantomeno inusuale.
    Contemporaneamente un comunicato delle forze armate minacciava di non voler “più tollerare l’azione di gruppi radicali e violenti che portano soltanto allo scontro tra Boliviani”.
    Il generale Luis Trigo aveva poi preso posizione contro il presidente venezuelano Chavez che si era detto disposto a intervenire militarmente in sostegno di Morales e anche il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, aveva ribadito che ” i problemi tra Boliviani intendiamo risolverli tra di noi”.
    Soltanto qualche giorno prima del massacro sia la Bolivia che il Venezuela avevano espulso i rispettivi ambasciatori statunitensi. Coincidenza che aveva proiettato sui fatti di El Porvenir l’ombra di una ritorsione, quasi una rappresaglia.
    Ancora nel febbraio 2008, parlando dello studente-spia A.Van Schaick, Morales aveva denunciato una “cospirazione Usa per dividere la Bolivia, insieme a gruppi oligarchici e mafiosi “, evocando poi il precedente del Kosovo. Anche se forse l’esempio del Katanga (con Morales nelle vesti di Lumumba) sembrerebbe più indicato.
    Gianni Sartori

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