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Posted by on 10 Mar 2012 in comunisti sempre | 1 comment

9 marzo 1985. Pedro, omicidi di Stato.

9 marzo 1985. Pedro, omicidi di Stato.

Omicidi di Stato. Colpe che il tempo non cancella

Marzo: 1977 Francesco Lorusso [1] viene ucciso dalla polizia a Bologna durante gli scontri di piazza in un corteo studentesco; 1978 Fausto e Iaio [2] finiscono ammazzati in un agguato con 8 colpi di pistola nei pressi del centro Sociale Leoncavallo a Milano; 1980 Anna Maria Ludmann, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli [3], sorpresi nel sonno, vengono assassinati a Genova; 1985 Pietro Maria Walter Greco [4], “Pedro”, viene giustiziato mentre esce da casa a Trieste; 2003 Davide Cesare “Dax” [5] muore aggredito e accoltellato da fascisti a Milano; 2003 Mario Galesi [6], muore freddato da un agente della Polfer nei pressi di Arezzo.

Circostanze e storie di militanza diverse. Ma tutti questi nomi e queste date sono impressi nella memoria dei compagni e sono accomunati dall’essere omicidi di Stato, uno Stato assassino che con i suoi apparati o armando le mani dei fascisti non disdegna il ricorso agli omicidi.

Non sono intemperanze o esagerazioni, questo è il vero volto terrorista dello stato borghese e si mostra palesemente quando, come in queste circostanze, lascia cadere la sua rinsecchita maschera chiamata democrazia.  Nella guerra dichiarata contro il suo nemico interno, la lotta di classe e la lotta rivoluzionaria, il ricorso a questi metodi è lo specchio di quelli che usa contro il nemico esterno nelle guerre che conduce a fianco degli altri imperialismi contro i popoli da sottomettere.

È una guerra dichiarata poiché l’essenza dello Stato è quella di essere il tutore e l’organizzatore dell’oppressione di classe e quando non riesce a garantirla con metodi meno brutali, diventa normale passare a metodi più incisivi.

9 Marzo 1985 – 9 Marzo 2012 – Pedro vive nella lotta di classe e in quella rivoluzionaria

Nel 27° anniversario del suo omicidio ci piace ricordarlo con una lettera che allora è arrivata dal carcere di Parigi.

“… Pietro Greco è morto.
È morto, io non lo conoscevo nemmeno e non lo conoscerò mai.
Come non conoscerò mai Siegfried Hausner [7] che trasferirono morente e che non si riprese più; come non conoscerò Lorenzo Batessa, Riccardo Dura, Anna Maria Ludmann e Pietro Panciarelli massacrati in via Fracchia. ’75, ’80, ’85 sempre la solita logica di morte. Quanti dovranno ancora cadere? Pietro, ma avrebbe potuto chiamarsi Pedro, Peter o Pierre.
Puig Antich ’74 [8], il mio amico e compagno Ciro Rizzato ’83 [9].
E ancora loro sopravvivono nel cuore dei proletari e dei rivoluzionari.
Ma tutti gli anonimi? Quelli che crepano in fondo a una miniera o sotto le bombe di una multinazionale imperialista? E a uno scalino inferiore, i murati vivi, ostaggi di un capitale sempre più vorace e per questo sempre più vendicativo.
Pietro è morto, non sono stati i fascisti a ucciderlo come ho sentito dire, sono stati i nostri democratici e la loro logica del profitto ad ogni costo. Del sudore, delle lacrime e del sangue, ecco cosa ci promettono.
Basta!
La bestia ha sete, ma non le daremo più da bere! Senz’altro Pietro non sarà l’ultimo a cadere, la strada per il comunismo è ancora lunga; ma noi faremo in modo che ciò per cui lui si è battuto cresca e trionfi.
Ciao Pietro. Onore a te e a tutti i compagni caduti per il comunismo!”

Parigi, 14 marzo 1985
Regis Schleicher, prigioniero politico detenuto al carcere “La Santè” [10]

Compagne/i per la costruzione del Soccorso Rosso in Italia

[1] Francesco Lorusso, studente in medicina di Bari trasferitosi a Bologna e militante di Lotta Continua, ucciso l’11 marzo dalla polizia con una pallottola al cuore.

[2] Fausto Tinelli e Lorenzo (Iaio) Iannucci, uccisi il 18 marzo da 8 colpi di pistola. L’omicidio venne rivendicato dai Nar – brigata combattente Franco Anselmi, formazione di estrema destra attiva in italia durante gli anni della cosiddetta strategia della tensione.

[3] Anna Maria Ludmann, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, militante della colonna genovese delle Brigate Rosse, vengono uccisi dai carabinieri del generale Dalla Chiesa la notte del 28 marzo 1980. Fu una vera e propria esecuzione, poiché i compagni vennero colti nel sonno nel loro appartamento.

[4] Walter Maria Pietro Greco “Pedro”, avanguardia comunista costretto alla clandestinità in seguito al blitz di Quaresima, strascico dell’operazione del 7 Aprile, condotta sempre dal PM Calogero. Viene ucciso il 9 marzo 1985 in un agguato condotto da alcuni agenti della Digos e del Sisde a Trieste appostati sotto casa sua.

[5] Davide Cesarie”Dax”, militante antifascista e compagno attivo nelle lotte per il diritto alla casa. La sera del 16 marzo 2003 alcuni compagni vengono aggrediti da tre fascisti (due fratelli e il padre) fuori da un bar sulla zona dei Navigli, Milano. In seguito all’aggressione, tre compagni vengono portati in ospedale con gravi ferrite provocate da arma da taglio su tutto il corpo. Dax non ce la fa e muore in ambulanza. L’intervento delle forze dell’ordine rallenta l’arrivo dei soccorsi, ma è proprio arrivati all’ospedale San paolo che la polizia carica a freddo i compagni nelle corsie impegnandosi in una caccia all’uomo reparto per reparto. Al funerale di Dax hanno partecipato circa 4.000 compagni.

[6] Mario Galesi, militante delle Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente caduto il 2 marzo 2003 in uno scontro a fuoco con un agente della Polfer (Emanuele Petri), in seguito ad un controllo avvenuto a bordo di un treno in transito nei pressi di Arezzo.

[7] Sigfried Hausner, militante dell’ organizzazione rivoluzionaria  Raf (Rote Armee Fraktion), partecipò all’occupazione dell’ambasciata tedesca a Stoccolma il 24 aprile 1975, azione che  aveva l’obbiettivo di imporre la liberazione di 26 prigionieri politici detenuti in Germania. Nel corso di questa azione venne ferito gravemente e, benchè i medici svedesi avessero dichiarato che il trasferimento in Germania gli avrebbe provocato gravi rischi per la salute, fu trasportato ugualmente a Stoccarda, nel lager di Stammheim, dove morì il 4 maggio 1975. La Raf rese omaggio al suo militante caduto, quando una delle azioni più importanti, fu condotta da un suo nucleo denominato “commando Sigfried Hausner”: il rapimento e l’esecuzione dell’odiato Hans Martin Schleyer nel 1977, presidente della Confindustria tedesca.

[8] Salvador Puig Antich, anarchico spagnolo. Questo compagno è stato l’ultimo ad essere giustiziato con il metodo della garrota (strumento usato per eseguire le condanne a morte in Spagna dal 1822 al 1975, costituito da un ferro attaccato ad un palo che viene stretto da una vite attorno al collo del condannato fino a strangolarlo) in Spagna durante il regime di Francisco Franco. Con la morte del dittatore viene anche abolita la pena di morte in Spagna.

[9] Ciro Rizzato, militante formalmente indagato per i Colp (Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria). Muore a Parigi nel 1984 durante uno scontro a fuoco con la polizia avvenuto durante un esproprio, a cui Ciro aveva partecipato insieme ai militanti di Action Directe.

[10] Regis Schleicher, militante dell’organizzazione rivoluzionaria Action Directe, fu arrestato il 15 marzo 1984, con l’accusa di aver eliminato due poliziotti a Parigi, un anno prima. Sottoposto a condizioni detentive durissime, ha scontato 25 anni di carcere, di cui molti in regime di isolamento. E’ uscito dal carcere nel luglio del 2009.

http://storify.com/ExperiaCatania/9-marzo-1985-pedro-omicidi-di-stato

 

 

 

 

1 Comment

  1. “…NON VOGLIAMO DISCUTERE DI FRONTE AL NEMICO LA LORO MORTE…”
    A 35 ANNI DALLA MORTE DI ANTONIETTA, LORENZO, ANGELO, ALBERTO
    (Gianni Sartori)*

    Negli anni settanta del secolo scorso il protagonismo politico e sociale delle classi subalterne conobbe una forte radicalizzazione.
    Anche nel Veneto, considerato una sorta di “Vandea” bianca e bigotta, ma che era stato periodicamente percorso da stagioni di lotte significative: dal “furto campestre di massa” a La Boje, dalle “Leghe bianche” (che in genere operavano come quelle “rosse”) alla Resistenza (v. i durissimi rastrellamenti del 1944: Malga Zonta, Asiago, il Grappa, il Cansiglio…).
    Senza dimenticare la rivolta operaia di Valdagno del 19 aprile 1968. E non mancarono, dalla Bassa padovana all’Alto Vicentino, componenti libertarie. All’inaugurazione di una delle prime sedi sindacali a Schio partecipò Pietro Gori (l’autore di Addio Lugano bella). Una tradizione testimoniata da personaggi come il compagno anarchico “Borela”, un Ardito del Popolo che accolse i fascisti in marcia verso Schio a pistolettate. Per non parlare di uno dei fondatori del Pcd’I, Pietro Tresso (“Blasco”, comunista dissidente, ucciso in Francia da agenti della Ghepeù stalinista) e di Ferruccio Manea (il “Tar”), eroico comandante partigiano ricordato da Meneghello in “Piccoli maestri”. Tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta a Vicenza era presente un gruppo anarchico, il MAV, molto attivo nella denuncia delle istituzioni totali. Altri gruppi a Schio, Valdagno e Marano vicentino (Circolo operaio anarchico).
    Di questa tradizione si alimentarono le lotte di autodifesa proletaria contro i devastanti progetti capitalisti degli anni settanta. Progetti che trasformarono gran parte della terra veneta in un’alienante territorio urbanizzato, il modello nordest della “fabbrica diffusa”. Contro la drastica ristrutturazione produttiva (licenziamenti, lavoro nero e precario, intensificazione dello sfruttamento, inquinamento ambientale…) sorsero alcune inedite forme di autorganizzazione come i Gruppi Sociali, i Coordinamenti Operai, l’Opposizione Operaia. I metodi non furono sempre “eleganti”, ma sappiamo che “non è un pranzo di gala”.
    La nuova Resistenza fu particolarmente attiva lungo la fascia pedemontana dell’Alto Vicentino in località come Schio, Piovene, Thiene, Lugo, Chiuppano, Calvene, Bassano…
    Il 7 Aprile 1979 è passato alla Storia come la data dell’arresto di alcuni esponenti dell’area dell’Autonomia Operaia organizzata (Negri, Vesce, Ferrari Bravo…). Nel vicentino la mobilitazione è immediata. Per l’11 aprile è prevista una manifestazione nazionale a Padova e la sera precedente a Schio si organizza un’affollata assemblea del movimento. Da segnalare che in seguito i partecipanti rischieranno di essere incriminati perché l’assemblea pubblica verrà classificata come “riunione del servizio d’ordine” in cui sarebbero stati pianificati futuri attentati. L’11 aprile la manifestazione nazionale si svolse al Palasport dell’Arcella (Padova) con la partecipazione di circa seimila persone. Ma contemporaneamente a Thiene esplodeva una bomba rudimentale uccidendo i tre giovani che la stavano confezionando. Si trattava di Antonietta Berna, Angelo Dal Santo e Alberto Graziani, tre noti e attivi militanti dell’Alto Vicentino.
    Resasi indipendente dalla famiglia, Antonietta viveva di lavoro nero svolto a domicilio. Angelo Dal Santo, operaio, nel 1978 era entrato nel consiglio di fabbrica della RIMAR. Grazie al suo impegno i lavoratori di questa fabbrica metalmeccanica di Lugo avevano ottenuto migliori condizioni normative e salariali. Aveva poi organizzato picchetti e ronde contro gli straordinari. Partecipò all’occupazione di case sfitte e della “Spinnaker”. Ai suoi funerali, oltre a centinaia di compagni, erano presenti tutte le operaie di tale fabbrica.
    Angelo Graziani, studente universitario, aveva preso parte a tutte le iniziative del movimento: lotte per la casa e contro gli straordinari, organizzazione di precari e disoccupati…
    In un comunicato del 1° maggio 1979 i tre militanti vennero ricordati dal “Comitato per la liberazione dei compagni in carcere”:
    “Come movimento comunista, al di là delle attuali differenze interne, rivendichiamo la figura politica di questi compagni. Maria Antonietta Berna, Angelo Dal Santo, Alberto Graziani sono stati parte integrante nella loro militanza di tutte le lotte dei proletari della zona. Sono morti esprimendo la rabbia, l’odio, l’antagonismo di classe contro questo Stato, contro questa società fondata e organizzata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nessuna disputa di linea politica e le differenziazioni di impostazione e di analisi e di pratica dentro il movimento possono offuscare e negare l’appartenenza di questi compagni all’intero movimento rivoluzionario, a tutti i comunisti. Di fronte all’iniziativa del nemico di classe, alle iniziative repressive, al terrore fisico e psicologico, al terrorismo propagandistico, allo stravolgimento e strumentalizzazione dei fatti, l’intero movimento di classe deve rivendicare a sé questi compagni caduti, per non dimenticare, per ricordare. Non vogliamo discutere di fronte al nemico la loro morte, essa vive oggettivamente e soggettivamente dentro il movimento di classe in Italia, alla sua altezza e nelle sue difficoltà, nel suo sviluppo fatto con la vita e con la morte di migliaia di compagni lungo una strada che porti fuori dalla barbarie capitalistica e dalla miseria del socialismo reale, per il comunismo. A questa strada difficile questi tre compagni hanno dato comunque il loro contributo, la loro vita. Per questo, oggi più che mai, sono con tutti noi”.
    La sera stessa arrivano i primi arresti. Vengono incarcerati Chiara, moglie di Angelo; Lucia, compagna di Alberto; Lorenzo, compagno di Antonietta. Nel giro di poche ore anche Corrado e Tiziana che abitavano con Chiara e Angelo. Un altro ordine di cattura viene spiccato contro Donato, al momento irreperibile. Nel frattempo vengono eseguite decine di perquisizioni e si effettuano numerosi fermi. Un gran numero di posti di blocco trasforma i dintorni di Thiene in un quartiere cattolico di Belfast. Tutti coloro che in qualche modo avevano a che fare con il Gruppo Sociale di Thiene rischiano ora l’incriminazione per banda armata. A tutti gli arrestati vengono contestati: l’appartenenza ad una associazione sovversiva costituita in banda armata; il concorso nella fabbricazione dell’ordigno esplosivo e nella detenzione di armi; il concorso in tutti gli episodi avvenuti nel Veneto negli anni precedenti. Fino al concorso morale nella morte dei tre giovani di Thiene. In un documento presentato da un imputato alla Corte d’Assise (“Quegli anni, quei giorni, autonomia operaia e lotte sociali nel Vicentino: 1976-1979”) viene riportato che “la sera dell’11 aprile Chiara, Lucia e Lorenzo vengono condotti all’obitorio dell’ospedale di Thiene e lì costretti al riconoscimento dei corpi straziati e devastati”. E aggiunge “…il riconoscimento venne effettuato con criteri infami usandolo come deterrente per tutti i compagni”.
    Lorenzo Bortoli subisce l’isolamento totale per quasi un mese. Dopo l’isolamento viene messo in cella con un altro imputato che starebbe già collaborando con i giudici, all’insaputa di tutti. Ricorda un suo amico che “gli si è voluto spezzare violentemente ogni possibilità di socializzazione, di vivibilità, di solidarietà all’interno del carcere, costruendogli addosso e attorno una realtà che solo attraverso la decisione di darsi la morte poteva negare”. Il primo tentativo di suicidio è dell’11 maggio con una ingestione di Roipnol. La direzione del carcere cercherà, invano, di farlo passare come un episodio di uso di sostanze stupefacenti. Numerose mozioni del Comitato Familiari
    che esprimono preoccupazione per la vita di Lorenzo, saranno sottoscritte da consigli di fabbrica e di quartiere. Anche sindacati e partiti intervengono affinché si ponga fine alla detenzione del giovane garantendogli la possibilità di ricostruirsi un equilibrio psico-fisico. Ma tra il primo e il secondo tentativo di suicidio (22 maggio) i magistrati spiccano un nuovo mandato di cattura accusandolo di aver preso parte ad alcune rapine. In realtà in quei giorni Lorenzo si trovava al lavoro. Il 29 maggio l’avvocato Carnelutti, suo difensore, presenta un’istanza con cui chiede la libertà per Lorenzo Bortoli e per Chiara Dal Santo che tra l’altro aspetta un figlio. La richiesta è motivata da “gravi e preoccupanti motivi di salute”. E ancora, quasi una premonizione: “Un possibile irreparabile danno all’integrità psico-fisica dei due giovani peserebbe sul processo”.
    Ma il 31 maggio l’istanza viene respinta e le accuse ribadite, anche l’omicidio colposo nei confronti di Antonietta Berna. Il 18 giugno Lorenzo Bortoli viene trasferito con destinazione Trento. Sosta nel carcere di Verona e viene sistemato in una cella da solo. L’avvocato Carnelluti deposita a Vicenza un’istanza (che fa arrivare direttamente al G.I.) in cui segnala “il delicato stato di salute di Lorenzo Bortoli (fra l’altro reduce da due autentici tentativi di suicidio e da provocazioni di un coimputato assai sospetto) e mi preoccupo per l’atmosfera squallida di un carcere che non è certamente tra i migliori. Perché questa scelta? Da chi viene?”. Raccomanda inoltre di “valutare attentamente l’intenzione del mio difeso di restare solo in cella dal momento che le esperienze negative del passato legittimano il sospetto che ogni compagno di cella possa essere un provocatore”. Ma ormai il destino di Lorenzo sta per compiersi. Si toglie la vita impiccandosi nella notte tra il 19 e il 20 giugno. Il suo ultimo desiderio, quello di poter essere sepolto con Antonietta si realizzerà solo in parte: le due tombe sono distinte ma comunque vicinissime.
    Gianni Sartori

    *nda Per una serie di vicende personali chi scrive non ha partecipato direttamente alle lotte della seconda metà degli anni settanta di cui si parla nell’articolo. Credevo anzi di aver concluso la mia militanza, iniziata davanti alla Ederle nell’ottobre 1967, con le manifestazioni del settembre 1975 al consolato spagnolo di Venezia per protestare contro la fucilazione di due etarras e di tre militanti del FRAP. A farmi ricredere, nel 1981, la morte per sciopero della fame di Bobby Sands e di altri nove repubblicani dell’IRA e dell’INLA (contemporaneamente a quella di un prigioniero politico basco dei GRAPO).
    Quindi soltanto negli anni ottanta ho conosciuto alcuni di quei compagni dell’Alto Vicentino che avevano subito la repressione del 7 aprile. La mia prima impressione fu che in questa area pedemontana la “breve estate dell’Autonomia” avesse avuto caratteristiche simili a quelle dell’Irlanda del Nord e di Euskal Herria, sviluppando un’idea di “società molto orizzontale” (così Eva Forest mi spiegava la lotta dei baschi).

    Bibliografia minima:

    1)“Quegli anni, quei giorni – autonomia operaia e lotte sociali nel Vicentino: 1976-1979”

    (E’ un testo ricco di informazioni di carattere storico, indispensabili per comprendere il contesto dei tragici avvenimenti del 1979. Realizzato da un imputato vicentino del processo “7 Aprile-Veneto”, fotocopiato in proprio, pro manuscripto, forse reperibile in qualche Centro di documentazione ndr)

    2)“E’ primavera. Intervista a Antonio Negri” di Claudio Calia, BeccoGiallo edizioni, 2008
    (a fumetti)

    3) “Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie” (2 volumi) a cura di S. Bianchi e L. Caminiti, DeriveApprodi, 2007

    4) ed eventualmente per conoscere anche l’altra campana: “Terrore Rosso – dall’autonomia al partito armato” Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, editori Laterza, 2010.

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