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Posted by on 5 Nov 2011 in resistenza | 0 comments

Ogni sacrificio è un furto. A fianco ai comitati Notav e al popolo della Val Susa

Ogni sacrificio è un furto. A fianco ai comitati Notav e al popolo della Val Susa

L’Italia si trova oggi ad essere un paese profondamente squilibrato, attraversato da ingenti flussi di ricchezza nelle mani di poche persone e sull’orlo del collasso.

Degli ottomila miliardi di euro che costituiscono il patrimonio italiano, circa il 45% (quattro miliardi di euro) è nelle mani di meno del 10% della sua popolazione, mentre il 50% degli italiani deve accontentarsi di spartire un misero 10% della ricchezza nazionale. Tra questi ultimi,quasi 15 milioni di cittadini (il 24% della popolazione, ovvero una persona su quattro) vivono sotto la soglia di povertà. Detto in parole povere: la ricchezza è centrata nelle mani di pochi che pagano pochissime tasse e spesso evadono, mentre il costo del debito è scaricato tutto sulle classi proletarie e sottoproletarie che hanno pagato, stanno pagando e continueranno a pagare un prezzo altissimo per la crisi.

Allo stesso tempo, gli indici di disoccupazione sono saliti alle stelle, circa il 40% della popolazione attiva, al momento, è disoccupata e questo numero tende a crescere. Naturalmente i soggetti che hanno subito maggiormente le conseguenze di questa flessione nel mercato occupazionale sono i giovani (anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile e la conseguente riduzione dei posti di lavoro disponibili) e coloro che vivono nel meridione (al Nord è occupato un giovane su due, al Sud meno di tre su dieci). Bisogna considerare anche che la qualità del lavoro offerto molto spesso è notevolmente bassa, si tratta per lo più di contratti precari, che non permettono né di costruire progetti di vita, né di separarsi dal nucleo familiare.

Inoltre, il debito non fa altro che aumentare a velocità sempre maggiore. Due dati risultano particolarmente significativi: da un lato, l’entità degli interessi che paghiamo sul nostro debito (circa 80 miliardi annui), dall’altro il suo avanzamento percentuale: circa 4,5 punti l’anno. Dal momento che una finanziaria “lacrime e sangue” si attesta circa sui 60 miliardi di euro e che il nostro tasso di crescita oscilla attorno allo 0,5%, questo significa che non solo non arriviamo a pagare neanche gli interessi sul debito, ma anche che questo è destinato ad aumentare in maniera crescente nei prossimi mesi.

La crisi avanza velocemente indebitando le famiglie, tagliando i servizi essenziali, imponendo disoccupazione, precarietà, privatizzazioni e spese di guerra a tutti (lavoratori, giovani, donne, pensionati) eccetto che ai padroni (banche, confindustria, nuove e vecchie mafie) per ricapitalizzare quelle stesse banche che questa crisi l’hanno generata e continuano a rigenerarla senza sosta.

In tali condizioni, l’ipotesi di una ripresa economica è semplicemente folle.

In questo scenario si posiziona una sinistra istituzionale (PD, SEL, IdV, CGIL, PRC e chi più ne ha più ne metta) con un chiaro progetto politico: far rientrare la rabbia e la frustrazione acuite da mesi di crisi e mal governo dentro le pastoie di una compatibilità cieca e complice con le scelte padronali; svilire il senso delle parole d’ordine che i movimenti si sono date in questo autunno caldo (diritto all’insolvenza, nazionalizzazione della banche, riappropriazione di forme di lavoro dignitose, etc); spianare il campo a una nuova corsa elettorale, per sostituire a berlusconiani malconci e in chiara bancarotta di consensi, una nuova maggioranza più stabile, pronta a svendere diritti e rispondere adeguatamente ai bisogni di Confindustria e della BCE.

Di fronte a questo scempio, l’Italia il 15 ottobre è scesa in piazza con un’ imponente manifestazione, nella quale la sfiducia verso le istituzioni borghesi, il rifiuto dei diktat capitalistici, la volontà di cambiamento erano chiare e determinanti. Una generazione a cui è stato rubato non solo il futuro, ma anche lo stesso presente, ha espresso il proprio malcontento con una rabbia che, non trovando alcuno sbocco politico e organizzativo, si è riversata sulle strade di Roma, investendo ogni cosa con il suo furore.

L’obiettivo oggi deve essere quello di organizzare la rabbia diffusa che quel sabato si è espressa in piazza, non quello di condannarla, o peggio fare finta di non vederla, perché questo malessere fa parte dei percorsi di noi tutti, è dentro chi ha un lavoro precario, o chi non ha neanche quello e deve accontentarsi di un lavoro nero per arrivare a fine mese, è dentro chi è costretto a vivere nelle nostre città da immigrato clandestino, è dentro chi percepisce una pensione da fame e con quella deve mandare avanti intere famiglie, è dentro chi vede espropriarsi interi territori in nome del profitto, è dentro quegli otto milioni di persone che in Italia vivono sotto la soglia di povertà, è dentro quei trenta milioni di persone che in Italia devono accontentarsi del 10 per cento delle ricchezze del paese e devono da soli pagare tutto il peso della crisi.

L’uscita da questa drammatica situazione non passa solamente dagli accampamenti degli indignados, ma anche e soprattutto dagli scioperi nelle fabbriche, dall’unione delle lotte, dall’autorganizzazione di settori sempre più ampi di società, dall’organizzazione del conflitto sul territorio e da alti momenti di resistenza, con la consapevolezza che non si lotta più per il futuro, ma per il presente.

Per questo oggi siamo a fianco dei comitati notav, a fianco della decennale lotta che il popolo della Valsusa conduce contro un’opera inutile, dannosa per l’ambiente e per l’uomo e maledettamente costosa: la ferrovia a d alta velocità (TAV).
Basta ricordare che con i soldi che servono per costruire 12 cm di ferrovia si potrebbe pagare lo stipendio di un anno di un lavoratore.
Ma nonostante i numeri, nonostante la dimostrazione dell’inutilità, tutti, da Berlusconi a Di Pietro spingono affinchè si faccia quest’opera per due motivi: il primo è che i nostri politici sono servi delle grandi ditte che nella costruzione della Tav si arricchiranno a dismisura, il secondo, ancora più importante è che per chi ci governa non è pensabile che il popolo vinca, che chi vive un territorio possa decidere e tutelare il futuro suo e dei propri figli, per chi ci governa ogni tentativo di resistenza sociale e politica al capitalismo deve essere distrutta.

Bisogna vincere e bisogna vincere ora.
Sempre meno indignati, sempre più incazzati!
Solidarietà e unità di tutte le lotte

 

Collettivo Politico Experia
4 novembre 2011

 

 

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