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Posted by on 21 Nov 2015 in collettivo experia, slide | 0 comments

Lo stupore è un lusso

Lo stupore è un lusso

 

Nei giorni scorsi, di botto, Parigi è diventata teatro di diversi attentati kamikaze, tutti conclusi con una strage di civili. Come spesso in questi casi, il sentimento collettivo che è prevalso è lo stupore: stupore nello scoprire di essere possibili bersagli di nuclei di kamikaze: stupore nello scoprire che anche i nostri cari, i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre sorelle, possono essere bersagli facili di chi vuole dare vita a un massacro; stupore nello scoprire che questo Occidente tanto tecnologicamente controllato, così attento alle proprie frontiere, così violentemente securitario, continua a rimanere un posto insicuro. Facebook, twitter, i telegiornali non hanno fatto altro che amplificarlo.

A questo sentimento si è unito un altro sentimento, molto più complicato: la paura. Paura per sé, per la propria incolumità fisica. Ogni occasione, ogni evento pubblico, pu diventare potenzialmente teatro di una strage. E’ lo stesso sentimento che vivono quotidianamente le donne e gli uomini di tutti i territori nei quali l’Europa è impegnata a portare “diritti e democrazia”.
Anche per loro qualsiasi occasione pubblica può diventare teatro di rappresaglia, anche loro temono per la propria sopravvivenza e quella dei propri cari, anche loro sanno di essere indifesi, violabili: vulnerabili. Diversamente da noi, per loro non provano stupore. Sanno benissimo di essere in guerra. La vivono ogni giorni sulla propria pelle, sotto forma di bombardamenti, razionamenti, stupri, esecuzioni sommarie, carneficine, carceri che sembrano lager a cielo aperto. A loro, ogni forma di stupore è negata.
Non dispongono della nostra tecnologia. Non dispongono di droni capaci di portare il fronte di guerra altrove, né di caccia di ultima generazione in grado di radere al suolo intere città in poche ore, né di contraeree degne di questo nome. Per loro, il fronte di guerra, sono i quartieri in cui vivono, le strade che percorrono per andare a comprare viveri, acque, le scuole che frequentano, non generiche immagini mandate in onda su rainews24 o sky.

In Siria, in Afghanistan, nell’Iraq perennemente rappacificato, in Palestina, provare stupore è semplicemente un lusso. Un lusso che noi possiamo permetterci per una ragione semplice: perché, pur essendo in guerra, non ne vediamo mai il fronte. E’ sempre altrove, mai in casa nostra. Spesso è situato all’altro capo del Mediterraneo, lontano, troppo lontano, per sentirlo come reale, concreto, brutale. Persino la nostra indignazione è asimmetrica. Totalmente indifferente alle stragi di civili che si compiono quotidianamente lungo i vari scenari di guerra, incredibilmente commossa e partecipe quando quei civili sono percepiti come “gente nostra”, gente che potremmo essere noi. Così, quando la guerra viene a bussare alle nostre porte, noi non la riconosciamo, ci sembra altro.
La chiamiamo terrorismo. La chiamiamo scontro tra civiltà. La chiamiamo guerra di religione. Non contenti, prestiamo orecchio a chi crea mondi fantastici nei quali degli uomini comprano kalasniskov e granate con l’unico intento “di ledere il nostro stile di vita” perché invidiosi delle nostre “libertà”. Tutta gente di destra, come Salvini, come Renzi, come la Le Pen, pronta a lucrare persino sul sangue dei morti, pur di gestire il proprio tornaconto elettorale, pur di far gli interessi di chi, su quelle guerra, crea profitti inimmaginabili. Propongono di chiudere le frontiere, di sacrificare parte delle nostre liberà per avviare politiche di controllo sempre più vincolanti, ci indicano il nemico contro cui scatenare il nostro odio: il migrante, lo zingaro, il nullatenente, il disoccupato.

I conti per non tornano. Le loro politiche non portano a nulla. Partono da un presupposto completamente sbagliato: le nostre guerre attuali non sono guerre religiose, ma squisitamente politiche ed economiche. In gioco ci sono gli interessi delle cordate di capitale che agiscono in medio-oriente e non solo. La partita si gioca sull’acquisizione delle fonti d’energia, sul controllo geopolitico di aree chiave, sulla possibilità di trovare uno sbocco commerciale all’industria delle armi. Rappresaglie come quelle parigine rispondono a questa logica. I kamikaze colpiscono civili francesi non perché infedeli, ma perché percepiscono questi ultimi come parte integrante delle forze d’occupazione. La loro azione mira a costruire uno spazio politico ben definito, a polarizzare il discorso collettivo, a creare nuovi militanti.
La religione non è il cuore della questione, è un fattore aggregante, serve a creare una cornice comune d’azione. Per questo, manifestazioni pubbliche di solidarietà come marce, fiaccolate e presidi secondo noi, servono a poco.
E lo stesso vale per il generico concetto generico di pace a cui tanto spesso ci appelliamo nel tentativo tardivo di lavarci le coscienze. Non esiste un’unica modalità di pace, ne esistono svariate, molte delle quali sono violente, brutali, feroci, imposte con la forza. La storia di questi anni ne è la prova.

Conflitti e dichiarazioni di pace sono all’ordine del giorno. Nulla per è risolutivo. La ragione è semplice: affinché una pace possa aspirare ad essere duratura deve essere anche giusta, e di giustizia, su quel versante del Mediterraneo se n’è vista sempre molto poca. Palestina, Iraq, Afghanistan, Siria sono tutti esempi di paci ingiuste, controllate a furia di raid e bombardamenti: andate a male. Dunque non è solo la pace ci che dobbiamo chiedere, ma anche la giustizia, perché non c’è pace senza giustizia. E dobbiamo reclamare entrambe le cose con forza, con fermezza, e con ogni mezzo, rifiutando la guerra sotto qualunque forma essa si presenti.

Qui in Sicilia veste le spoglie di antenne ultra tecnologiche.
Le hanno piantate con la forza sui nostri territori, fregandosene del pericolo che portino tumori. Servono a controllare i droni che portano terrore e distruzione in medio oriente. Vanno smantellate.
Noi lo diciamo da tempo e con noi il movimento NO MUOS. Rifiutare la guerra, vuol dire impegnarsi in prima persona a smantellare quelle antenne, vuol dire difendere i compagni colpiti dalla repressione per aver dato il proprio contributo, vuol dire abbandonare lo stupore, e tornare, finalmente, a lottare.

 

Collettivo Experia Catania
19 novembre 2015

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