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Posted by on 7 Dic 2011 in crisi | 3 comments

Lettera alle nonne

Lettera alle nonne

pensioni-monti-fornero-experia-cataniaCare nonne,

nei giorni scorsi vi hanno detto che a causa delle vostre pensioni, noi giovani un giorno non avremo la pensione; hanno anche detto che siamo noi giovani a pagare la vostra pensione e che a causa dell’aumento dell’età media voi prenderete molti più soldi di quanti ne versate.

Monti e la Fornero hanno parlato di equità e di patto generazionale, vi hanno chiesto un sacrificio per aiutare i vostri nipotini. La Fornero si è addirittura commossa pensando a voi e alla vostra generosità e probabilmente molte di voi le hanno creduto, hanno creduto a quelle lacrime.

Vi siete sbagliate. Quelle erano lacrime di coccodrillo. Il governo Monti sta semplicemente rubando tutto quello che può rubare da voi e da noi, per evitare di fare pagare anche un solo euro ai padroni.

Abbiamo pensato di scrivervi questa lettera, per spiegarvi perché questo vostro sacrificio in realtà è un furto.

Ma andiamo per ordine.

Sono veramente i nipoti a pagare la pensione dei nonni?

E’ falso, naturalmente.

La pensione è “salario differito”, ovvero una quota del salario “trattenuta” ogni mese e accantonata (nell’Inps o in altri istituti previdenziali), per poi essere “restituita” al momento del ritiro. Quindi chi va in pensione, ha già pagato ampiamente la propria pensione.

In televisione dicono che l’aspettativa di vita è circa 81 anni, quindi se si va in pensione prima si allungano gli anni di pensionamento. In questo modo potrebbe capitare che un pensionato prenda molto di più di quello che ha versato. E’ così?

Purtroppo quel dato è vero, ma è vero solo per le pensioni dirigenziali, quelle dei padroni. Per tutti gli altri è vero esattamente il contrario.

Facciamo qualche calcolo.

Prendiamo ad esempio una nonna qualsiasi, magari che lavora da una vita in fabbrica, la cui contribuzione previdenziale ammonta a circa il 33 % della retribuzione. Naturalmente questa nonna avrà un salario medio-basso, mettiamo 20.000 lordi annui, ciò vuol dire che quella nonna versa ogni anno 6.500 euro di contributi circa. Se quella nonna lavora per 40 anni, accumula, come montante contributivo, non meno di 260.000 euro.

Quella nonna, con quel salario annuo di 20.000 euro lordi, nel sistema più vantaggioso, quello retributivo, che è in via di esaurimento (tra poco non ci saranno più pensionamenti con il sistema retributivo puro), avrà una pensione lorda annua di circa 15.000 euro. Se la nonna ha cominciato a lavorare a 23 anni, che ci sembra un’età già abbastanza precoce, avrà diritto a pensione a 63 anni di età.

Per cominciare ad avvantaggiarsi della propria pensione, cioè per riprendere tutto quello che è stato versato come contributi, questo lavoratore dovrà arrivare ad una età di almeno 81 anni. Le ultime statistiche aggiornate (fonte: Banca mondiale 2009) danno per l’Italia un’aspettativa di vita a 81,4 anni, il che vuol dire che prenderà esattamente i soldi che ha versato.

Questo se ragioniamo riferendoci agli importi lordi di pensione, che comprendono anche ciò che lo Stato si riprende come tassazione.

Se, invece ragioniamo in termini di reddito netto, cioè con gli importi che realmente entrano nelle tasche della nonna, per recuperare tutto il capitale versato, quella nonna (che al netto percepisce circa 870 € al mese) deve vivere almeno fino a 87-89 anni. Visto che la vita media arriva a 81 anni, questo vuol dire che lo Stato avrà guadagnato 6-8 anni di contributi.

E nel sistema contributivo?

Avete ragione, nonne. Quel calcolo è basato su una pensione retributiva, pari all’80 % dell’ultima retribuzione. Come sapete, grazie al governo Dini, quel metodo di liquidazione sarà tra poco del tutto inapplicato, in quanto le pensioni si baseranno, secondo la riforma vigente del 1995, sul sistema contributivo, che porta già dall’inizio la pensione al 60 per cento, con accelerata tendenza verso il 40, della retribuzione.

Se rifacciamo i calcoli  riferendoli al sistema misto, la pensione della nonna dell’esempio ammonterà a circa 12.000 euro lordi all’anno (il 60% dei 20.000 di salario). In questo caso, la nonna, per poter cominciare a “guadagnarci”, con la sua pensione, dovrà occupare almeno 20 anni di vita dopo il pensionamento. Per chi andrà in pensione a 63 anni, ciò vuol dire che fino all’età di 85 anni si riprenderà solo quello che ha versato. Abbiamo superato di 4 anni l’aspettativa di vita media, nel nostro paese.

Se anche qui ragioniamo in termini di reddito netto, il pensionato con il sistema misto prenderà circa 700 € al mese e per recuperare il capitale dovrà viverre fino a 92 anni. 11 anni in più dell’aspettativa di vita media.

Quando purtroppo, con l’applicazione integrale del sistema contributivo, la pensione non sarà superiore al 40 %, la stessa nonna, per poter riprendere tutto il versato come contributi, dovrà campare fino a 96 anni.

Ma l’aspettativa di vita è veramente 81 anni?

Certo, per chi può permetterselo. Per chi può avere cura di sé, curarsi nelle strutture sanitarie migliori, permettersi uno stile di vita ben al di sopra di chi dopo una vita sacrificata ad un lavoro magari anche pesantissimo ed usurante, si ritrova con mille acciacchi a dover far fronte a problemi di salute appoggiandosi ad una sistema sanitario inefficiente, e non certo alle cliniche svizzere. Per tutti gli altri l’aspettativa di vita è molto inferiore, arriva a mala pena a settanta anni.

Quand’è che si è passati dal metodo contributivo a quello retributivo?

Il vecchio sistema, molto più equo di quello attuale, era figlio di lotte sociali durissime e prevedeva che si potesse andare in pensione percependo una cifra conteggiata percentualmente (2% per anno lavorato) sulla media dei salari percepiti negli ultimi anni. Per cui, ad esempio, un operaio che andava in pensione con 35 anni di anzianità avrebbe percepito una pensione pari al 70% degli ultimi stipendi presi.

Il “retributivo” era stato introdotto nel 1976 proprio per sostituire il “contributivo” (l’ammontare dell’assegno viene calcolato ai contributi effettivamente versati), che aveva prodotto una marea di “pensionati poveri”.

Nel 1995 l’approvazione della legge 335 (riforma Dini) segnò il passaggio dal sistema previdenziale a base retributiva a quello a base contributiva.

Nel sistema contributivo, il salario viene calcolato a partire dai contributi effettivamente versati (che per i lavoratori dipendenti è pari al 33% del salario) rivalutati secondo un tasso di capitalizzazione legato all’andamento del PIL. Ad esso inoltre viene poi applicato un coefficiente di trasformazione teso ad incentivare il prolungamento dell’età lavorativa. Come se ogni mese uno versasse idealmente quella cifra su un conto corrente.

Nonne ci siete ancora? Non vi spaventate se il calcolo a prima vista può sembrare molto complicato. E’ come il gioco delle tre carte. Vi fanno ballare i numeri davanti agli occhi, per nascondere una verità molto banale: le pensioni contributive ammontano a circa il 50-60% delle stesse pensioni se fossero state retributive; in soldoni: lo Stato vi paga di meno.

Ad infliggere questa pesantissima sconfitta ai lavoratori, nel 1995 è stato un governo tecnico (il governo Dini), succeduto al Governo Berlusconi e che ha potuto contare anche sul sostegno parlamentare del centrosinistra che ora come allora faceva appello alla ragionevolezza e all’unità nazionale per far fronte alla crisi incombente.

Inquietante no? Sono passati 16 anni e non è cambiato nulla.

Come si fa a capire se una pensione è retributiva o contributiva?

Nonostante la volontà dell’allora primo ministro Dini di applicare immediatamente la riforma a tutti il passaggio al nuovo sistema di calcolo venne modulato in funzione degli anni di anzianità maturati al primo gennaio del 1996.

Una data che con la complicità dei sindacati confederali arrivò a rappresentare una vero e proprio giro di boa in grado di separare i sommersi dai salvati.

Chi a quella data aveva già 18 anni di contributi avrebbe avuto la pensione calcolata col vecchio metodo, chi aveva meno di 18 anni con un sistema misto, mentre chi invece entrava nel mercato del lavoro dopo quella data sarebbe rientrato pienamente nel nuovo sistema previdenziale.

Cosa prevede la riforma Monti?

  1. il sistema di calcolo col “contributivo” viene esteso a tutti, anche a chi aveva più di 18 anni di servizio prima del 1995 (al tempo della “riforma Dini”); Ovvero si ritorna pienamente indietro di 40 anni, al sistema pensionistico pre 1976.
  • viene cancellata “l’anzianità” – ovvero la possibilità di lasciare il lavoro dopo 40 anni, anche se non è è ancora raggiunta l’età minima pensionabile; il minimo diventano infatti 42 anni di contributi, con “disincentivi” (un assegno pensionistico più magro) per coloro che intendono avvalersi di questa possibilità prima del raggiungimento dell’età pensionabile: il 3% dell’assegno per ogni anno prima dei 62;
  • contemporaneamente viene cancellata la “rivalutazione” dell’assegno in base all’aumento dell’inflazione per tutte le pensioni oltre i 940 euro al mese; a tutti gli effetti una vera e propria “tassa sul pensionato”, che oltre tutto non risparmia i trattamenti compresi tra i 1.000 e i 2.000 euro al mese. Il 48% del totale, e in questa fascia sociale non si tratta certo di “pensioni d´oro”.
  • età pensionabile che viene a sua volta innalzata, in modo da accorciare il più possibile il periodo della vita in cui si percepisce l’assegno pensionistico (l’ideale capitalistico è un’età pensionabile che coincide con le aspettative di vita); le donne che lavorano nel settore privato andranno in pensione a 62 anni, a partire da gennaio, qualsiasi sia la loro “anzianità”, e gradualmente si arriverà ai 66 anni nel 2018;
  • per gli uomini la “vecchiaia” si raggiunge a 66 anni da subito;

Cosa significa per voi?

Andrete in pensione più tardi, vi daranno sempre meno soldi, vi sfrutteranno fino all’ultimo momento disponibile, ruberanno gran parte dei contributi che avete versato.

Cosa significa per noi?

Si riducono i posti di lavoro disponibili (ammesso e non concesso che a ogni lavoratore che si pensioni corrisponda la creazione di un nuovo posto di lavoro), si riduce il potere d’acquisto dei pensionati e a cascata si ridurrà il potere d’acquisto per tutti quei nipotini che campano grazie anche alla pensione dei loro nonni. Secondo le rilevazioni dell’Istat infatti l’assenza di uno stato sociale realmente inclusivo e la mancanza di politiche del lavoro in grado di fronteggiare la disoccupazione hanno reso i nonni il più imponente ammortizzatore sociale del Paese. Spesso sono loro, che con il loro reddito, portano il peso economico della loro famiglia loro e spesso anche di quella dei loro figli.

Oltretutto, una riduzione del potere d’acquisto delle pensioni si traduce inevitabilmente in una tendenza ulteriore al risparmio: se in futuro prenderò una miseria, piuttosto che comprare la macchina adesso, metto i soldi in banca o alle poste per quanto mi serviranno. In una fase recessiva, come quella che viviamo, un ulteriore stretta ai consumi significa aggravare ancora di più la recessione e quindi il peso del debito pubblico.

Dove sta l’equità?

Da nessuna parte. Se da un lato infatti ci sono pensioni miserabili, dall’altro ci sono pensioni d’oro che vengono toccate pochissimo.

Se consideriamo pensioni superiori ai 5000 euro mensili, troveremo che esse coinvolgono in Italia più di 3 milioni di individui, per una spesa complessiva che si può tranquillamente ipotizzare superiore ai 200 miliardi annui. In questa categoria ritrovate sia il dirigente statale che sta poco sopra il tetto dei 5000 mensili, ma anche le decine di migliaia di situazioni di pensionamenti d’oro, alla Amato, o alla Ciampi, che ricevono decine di migliaia di euro al mese di pensione.

In Italia esiste una moltitudine piuttosto consistente di pensioni che superano le decine di migliaia di euro al mese, che incidono sulla spesa complessiva in maniera molto più decisiva delle pensioni dei lavoratori dipendenti, che unitariamente possono aggirarsi su una media che può andare da 800 a 1.500 euro lordi (per non parlare delle pensioni sociali al minimo).

Facendo riferimento al rapporto tra quanto versato come contribuzione e quanto viene erogato come pensione, lo squilibrio che è veramente intollerabile è da rintracciare proprio in queste categorie, non nella generalità dei lavoratori.

Se si volesse essere veramente equi occorrerebbe mettere un tetto massimo alle pensioni, in modo da livellarle ed evitare queste enormi discriminazioni.

Non si capisce infatti perché un operaio che è stato al tornio per 40 anni debba prendere sei-sette volte meno di pensione di un magistrato, o di un ufficiale della polizia, o di un politico che per tutta la vita ha preso 10-20.000 euro al mese, e che quindi ha avuto maggiori opportunità di costruirsi una vecchiaia priva di problemi.

Perché attaccare le pensioni?

Per due motivi:

  1. La debolezza dei lavoratori Non bisogna essere marxisti per capire che se i lavoratori sono forti e organizzati, il salario cresce, se al contrario sono deboli diminuisce.

E’ storia: il ciclo di lotte trentennale degli anni cinquanta, sessanta e settanta aveva portato i lavoratori italiani a vedere accresciuto il loro salario reale che, e qui sta il punto, non è solo quello diretto; quello che per intenderci arriva in busta paga (per chi ce l’ha), ma che invece si compone anche di una parte indiretta (stato sociale) e di una parte differita (pensioni e TFR). Ed è proprio su queste due voci del salario che con la scusa del rigore negli ultimi venti anni si è concentrata maggiormente l’attenzione dei padroni. Il ragionamente è semplice: se ti tolgo 50 euro te ne accorgi subito, se invece ti taglio il servizio sanitario c’è il rischio che tu te ne accorga solo quando ti serve un ambulanza e non arriva.

Dovrebbe essere un’ovvietà, eppure sembra essere stata completamente rimossa dal discorso pubblico da gran parte della sinistra politica e sindacale (figuriamoci la destra). Così milioni di lavoratori credono veramente che sia indispensabile fare i sacrifici e di dover rinunciare per questo ad alcuni “privilegi”, tra cui la pensione.

  1. Costringere i lavoratori a usare fondi pensione privati. In America, dove non esiste uno stato sociale vero e proprio, tali fondi gestiscono ricchezze immense che giocano in borsa al fine di fare profitti mediante la speculazione. Sono i famosi investitori istituzionali: enormi fondi speculativi a cui sono associate solitamente banche commerciali e banche d’investimento. Tali fondi hanno avuto un ruolo determinante nella creazione della crisi che adesso stiamo scontando. In Italia, tali fondi esistono, ma non sono ancora “a pieno regime”, perché i lavoratori non si fidano ancora di essi, o più semplicemente perché non sono costretti a ricorrere ad essi. Grazie a Monti, questo squilibrio pian piano si appianerà.

Qual’è la soluzione?

Scendere assieme in piazza, nonne e nipoti. Hanno cercato in tutti i modi di metterci gli uni contro gli altri, padri contro figli, nonne contro nipoti, dicendoci che voi rubavate a noi il futuro, che voi eravate dei privilegiati e noi dei poveri sfruttati.
La verità è che noi siamo tutti sfruttati, e loro dei privilegiati.
La Fornero si commuove, e nel frattempo noi buttiamo sangue sul posto di lavoro.
Noi ci sacrifichiamo; e nel frattempo Monti, Draghi, il FMI, l’UE & company sacrificano noi.
Siamo stanchi di pagare per le crisi che il capitalismo genera per continuare ad esistere.
Dobbiamo fare una sola cosa, lottare come fanno i lavoratori dei sindacati greci: fino a che le cose non cambiano, in Italia e in Europa. Tutto il resto sono chiacchiere.

Ogni sacrificio è un furto.

Con affetto
I vostri nipoti del cpo experia di Catania

6 dicembre 2011


3 Comments

  1. Articolo geniale!

    • Complimenti compagneri,
      chiaro, diretto, e con un ‘analisi politica che condivido in pieno.
      lo diffondo ovunque…
      ciao, luciana

  2. Tutto ciò che scrivi è vero solo chi scrive sui giornali chi parla nei canali TV non lo dice alla popolazione che invece resta nell’ ignoranza. Peggio ancora gli si fa credere il contrario. Sono particolarmente arrabbiata. Se prima mi consederavo un prigioniero politico ora sono una schiava. Tutti i “governanti” NON fanno nemmeno lontanamente il bene del paese solo ed esclusivamente il loro. Hanno messo mano alle nostre pensioni di semplici lavoratori – mi dicono che le pensioni minime sono di 480,00 €. – vi ricordate così ha detto Monti, non lo sa neppure e cosa gli importa a lui di come campano gli schiavi, non hanno messo mano alle loro pensioni che sono una vergogna per ciò che vive il paese oggi.
    La risposta e quella che indichi tu e l’ informazione corretta pure così i veri lavoratori si uniranno nella lotta.

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