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Posted by on 12 Nov 2011 in crisi | 5 comments

In diretta dal baratro. La prospettiva di un governo guidato da Mario Monti

In diretta dal baratro. La prospettiva di un governo guidato da Mario Monti

Secondo i maggiori quotidiani nazionali, la prospettiva di un governo guidato da Mario Monti (ex commissario Europeo, international advisor della Goldman Sachs, membro del direttivo del gruppo Bildeberg) allargato alle forze d’opposizione, e monco di Lega e Idv, sarebbe la “soluzione auspicata dai mercati” per risolvere la crisi del debito pubblico italiano.

A dimostrazione di questa tesi, riportano i dati relativi sia allo spread che al rendimento dei titoli di stato annuali (andati all’asta giovedì 10 novembre), entrambi in netta risalita, rispetto alla giornata nerissima di mercoledì (09 novembre).

Venerdì 11 novembre, Repubblica, per esempio, ha scritto che: “La prospettiva di un governo guidato dall’ex commissario europeo Mario Monti ha calmierato le tensioni sul debito pubblico: lo spread tra i titoli italiani e i bund tedeschi è sceso sotto quota 480 punti e il rendimento dei Btp decennali è calato al 6,7%, allontanandosi dalla soglia del 7%. Secondo Goldman Sachs un governo tecnico riporterebbe il differenziale di rendimento nei confronti della Germania (quello cioè che l’Italia deve offrire in più al mercato per finanziare il proprio debito) a 350 punti, il 3,5%”.

Sempre venerdì mattina, il Sole24ore afferma: “l’Italia respira una boccata d’ossigeno sui mercati finanziari. La prospettiva di un Governo a guida Monti ha allentato ieri la pressione dei mercati”. E più avanti, Stefano Folli, nel suo editoriale rincara la dose: “Il governo Monti deve ancora nascere, ma è già luna di miele con l’opinione pubblica e con le cancellerie tedesche. Quello del neosenatore a vita è, o meglio sarà, il governo del “presidente” nel senso più puro del termine: voluto, sostenuto e tutelato a ogni passo dal capo dello Stato”.

Secondo questa tesi, il crollo dei titoli di stato di mercoledì era dovuto in ampia parte alle tensioni scatenate sul mercato riguardo all’incertezza legata al passo successivo alle dimissioni del premier.
Berlusconi aveva dichiarato infatti che l’unica via d’uscita alla crisi di governo erano le elezioni.

Una simile ipotesi, a quanto pare, era temuta dai mercati come la peste, per via dell’incertezza sugli esiti di tali elezioni e sulla scarsa fiducia nelle possibilità di un nuovo governo di “attuare le riforme che l’Europa e i mercati ci chiedono”. Repubblica, Corriere della Sera, il Sole24ore, la Stampa, Sky & co. erano tutti concordi nel ritenere che la “crisi di fiducia” che per settimane aveva investito l’operato del governo Berlusconi adesso si stava riversando sul dopo-Berlusconi, tanto da gridare al salvataggio alla notizia della nomina di Mario Monti a senatore a vita da parte di Napolitano, segno inequivocabile che il Colle aveva preso una posizione netta sulle questione: niente elezioni, governo tecnico.

Mossa che evidentemente ha colto nel segno, se poche ore dopo, lo stesso Silvio Berlusconi avrebbe ritrattato la sua barricata contro un “ribaltone”, cedendo sulla possibilità di un governo di larghe intese.

Questa tesi, per quanto suggestiva, ha soltanto un piccolo problema: non tiene conto della realtà.

L’ipotesi che, mercoledì, i mercati siano stati pilotati dall’incertezza politica sulle sorti politiche del nostro Paese non è stata giustificata da nessuna analisi sui dati. L’unico dato di cui si è tenuto conto è stato il fatto che mercoledì i mercati erano in caduta libera e giovedì erano in ripresa. Un po’ poco per affermare che l’ingresso di Mario Monti in politica “ha calmierato le tensioni sul debito pubblico”, salvando l’Italia dal baratro.

Proviamo quindi ad andare ad analizzare la giornata di mercoledì per capire come sia stato possibile che il rendimento dei titoli decennali abbia superato il 7% (con uno spread superiore ai 500 punti) e come mai soprattutto ci sia stato un crollo totale dei prezzi dei BoT annuali (il cui rendimento ad un certo punto è andato oltre il 10%).

[per sapere cosa sono Btp, BoT e spread vedi il riquadro alla fine dell’articolo]

Un mercoledì nero, anzi nerissimo
All’apertura delle borse, lo spread era in lieve salita, segno che l’incertezza sul dopo-Berlusconi effettivamente aveva influenzato i mercati, ma non troppo. Non c’era la discesa che molti si aspettavano dopo l’annuncio delle dimissioni, ma tutto sommato le variazioni erano piuttosto contenute. Dopo nemmeno mezz’ora, lo spread inizia a salire vorticosamente e la borsa di Milano inizia a cadere. Alle 09.30 fa il primo balzo e arriva a quota 499. Alle 10.00 è già a quota 507, alle 11.15 è a quota 529, alle 11.30 sfonda i 550, alle 13.00 è arriva a 570.

Cos’è successo? Cosa ha spinto gli investitori a vendere titoli italiani a più non posso? C’è stata una dichiarazione di Berlusconi? O di Sarkozy? O della Merkel? Tremonti ha tentato il suicidio? Niente di tutto questo. La notizia più rilevante dal punto di vista “politico-economico”, è arrivata solo alle 12.45, quando il commissario europeo Olli Rehn in un’intervista dice che l’Europa “è seriamente preoccupata per l’Italia”. E’ evidente che ci deve essere stato qualcos’altro che ha spinto l’ondata di vendite. Ed effettivamente qualcos’altro c’è stato.

Alle 09.30 la Lhc Clearnet ha aumentato i margini tra il 3% e il 5% su tutti i titoli di Stato italiani usati come deposito nel trading, nei pronti contro termine e cioè nelle operazioni all’ingrosso che consentono a banche e investitori istituzionali di ottenere denaro in prestito a tempo predeterminato in cambio di una garanzia collaterale in termini di titoli di stato. (http://www.lchclearnet.com/Images/Notice_FixedIncome_Parameters_20111108_GB_tcm6-59074.pdf)

Che significa? Significa che i trader, a partire da quel momento, avrebbero dovuto offrire un numero maggiore di titoli italiani come garanzia per i propri prestiti.

Questa operazione, seguita a ruota dal rialzo dei margini della della nostrana (CC&G) Cassa di Compensazione e Garanzia, ha declassato di fatto l’Italia allo status di emittente più rischioso di Francia e Spagna, i cui titoli sono gravati da margini meno onerosi.

Col risultato, così, di indebolire “selettivamente” una componente importante della domanda per i titoli della Repubblica, e cioè l’utilizzo del portafoglio delle banche per il loro finanziamento, rendendo gli istituti italiani, che logicamente sono i più grandi detentori di BTp, ancora più dipendenti dai finanziamenti collateralizzati della Bce.

A partire da questo dato, la rincorsa dello spread è facilmente spiegabile: gli investitori hanno preferito disinvestire in titoli italiani e investire in altri titoli, portando lo spread a livelli folli. : in pochi minuti lo spread contro il decennale tedesco è salito al massimo storico dall’entrata dell’euro di 575 e il rendimento si è portato al 7,36 oltre la soglia psicologica che ha costretto Irlanda, Portogallo e Grecia a chiedere aiuto all’Europa. Più allarmante l’andamento delle scadenze brevi: la scadenza a due anni è salita di 96 centesimi al 7,48% e quella a cinque anni al 742 per cento. L’intervento della Bce ha calmierato il mercato e in serata i rendimenti del BTp io anni è sceso al 7,25% con lo spread sul titolo tedesco a 552 punti base. Il senso di panico che si respirava ieri ha pervaso tutti i mercati con l’Italia per un giorno fulcro della disfatta.

Gli effetti si sono fatti sentire sull’euro sceso contro tutte le altre valute, persino contro il dollaro australiano.

La domanda da porsi, dunque, non è quanto le dimissioni di Berlusconi abbiano influito sui mercati, ma se quello della LCH è stato un intervento dovuto.

Sembrerebbe di no.
Guardando al passato recente, ovvero agli altri paesi deboli dell’euro (Irlanda e Portogallo), LCH aveva adoperato la stessa politica quando veniva superato il tetto dello spread a 450 punti tra il rendimento dei Btp a dieci anni e quello di un paniere di titoli di Stato rating “AAA”. I titoli italiani, mercoledì, viaggiavano al di sotto di quella soglia (seppur di poco) dunque la mossa del LCH non può essere spiegata come: “una risposta al deterioramento delle condizioni del mercato e della liquidità, dettata dalle valutazioni di risk management, per contrastare il rischio controparte”, in primo luogo perché “il deterioramento delle condizioni di mercato” è arrivato dopo l’annuncio della LCH e non prima; e in secondo luogo perché le soglie di vigilanza del risk management non erano ancora state raggiunte. Anche i tempi di questo annuncio sono molto sospetti. Non si era mai verificato che i margini venissero cambiati in maniera così repentina.

Per l’Italia è scattata subito prima della rottura di quella soglia.

Oltretutto i nuovi margini sono stati spalmati lungo tutte le scadenze in circolazione (+3,5% per i titoli fino a tre mesi, +4% dai 3 mesi ai 3,25 anni, + 4,5% da 3,25 a 7 anni, +5% da 7 e 30 anni compresi i Btp indicizzati all’inflazione).

La decisione ha confermato di fatto l’incremento della rischiosità dei titoli italiani e dell’illiquidità sul mercato secondario, accrescendo di conseguenza i costi di trading e finanziamento: per Barclays capital questo intervento a elevato da 4 a 8 miliardi i requisiti dei margini su pronti contro termine sui bond italiani per circa 113 miliardi.

Tutto questo si intreccia a una crisi generale di tutti i nostri istituto di credito.
Sono almeno tre mesi infatti, che gli istituti di credito italiani devono far fronte al cosiddetto credit crunch, cioè a meno denaro a disposizione per fare prestiti e finanziare le attività. Con lo spread tra Btp e Bund salito tra luglio e agosto oltre i 300 punti sono aumentati proporzionalmente anche i rendimenti che le banche devono offrire agli investitori per collocare i propri bond. Se a questo si aggiunge che le banche non si prestano più denaro a vicenda in quanto temono brutte sorprese nei bilanci dei concorrenti, si capisce come gli unici canali rimasti aperti siano la Bce e i privati cittadini attraverso la rete di sportelli sul territorio. Dopo la decisione di Lch e CC&G questo fenomeno si inasprisce ancor di più ed è molto probabile che a breve parta una vera e propria caccia alla liquidità dei clienti delle banche, attraverso offerte più convenienti sulla remunerazione dei conti correnti o con la vendita di bond e prodotti particolari per attrarre liquidità e nello stesso tempo battere la concorrenza dei titoli di stato che ormai sono arrivati a offrire rendimenti molto elevati.

Proviamo allora a spiegare questa mossa della LCH, e a partire da questo, cerchiamo di disegnare un possibile scenario futuro.

Chi c’è dietro LCH?
Sulla carta è una società indipendente responsabile di assicurare il corretto funzionamento di una borsa future. In realtà essa una società anglo-francese che fa capo alle banche e ai broker sulla piazza londinese. Dando uno sguardo al suo “board_of_directors.asp” troviamo rappresentanti delle: Goldman Sachs (Denise Wylliey), J.P. Morgan (Christopher Willcox), UBS (Edward Pla), Credit Suisse (Laurent Curtat), Deutsche Bank (Lawrence Shaw), Barclays Capital (Mike Bagguley), Credit Agricole (Olivier Motte), BNP Paribas (Vivien Levy-Garboua ), HSBC Bank (Nazir Badat ), Royal Bank of Scotland (Martin Ryan) e molte altre.

(http://www.lchclearnet.com/about_us/corporate_governance/board_of_directors.asp)

E’ dunque una società privata, formata prevalentemente da grossi gruppi finanziari, che riveste un ruolo pubblico-istituzionale rilevante. Come abbiamo visto, una sua decisione sui “margin calls” riesce a dare un brusco colpo al ribasso ai titoli di un Paese, aumentando lo spread in maniera repentina, avviando un massiccio trasferimento di capitali da una parte all’altra dei mercati. Nei mesi scorsi è successo per l’Irlanda e il Portogallo; per l’Italia,è successo mercoledì.
Difficile pensare che questo tipo di decisioni non vengano utilizzate dalle organizzazioni finanziarie che compongono la LCH per fare speculazione, all’interno di un conflitto d’interessi mascherato, eppure fortissimo. Tanto più, che la maggior parte di questi istituti, in questi giorni, sta operando nel medesimo modo nei confronti del debito italiano: vende senza sosta.

I dati parlano chiaro: Bnp Paribas, la banca francese che possedeva più titoli italiani in portafoglio, li ha tagliati del 40%, vendendo sul mercato e riducendo così l’esposizione nei confronti dell’Italia da 20,5 miliardi al 30 giugno 2011 a 12,2 miliardi al 30 ottobre. Una svendita contenuta se paragonata all’operazione compiuta all’inizio di giugno da Deutsche Bank, la quale ha portato la sua detenzione di debito italiano da 8 miliardi di euro a meno di uno, coprendosi per la quasi totalità con cds.. Lo stesso ha fatto Credit Agricole all’indomani del mercoledì nero riducendo di due miliardi la sua esposizione. Secondo gli stress test dell’Autorità bancaria europea, al 31 dicembre 2010 l’esposizione complessiva verso i bond italiani delle banche francesi era pari a 40 miliardi. Nell’ultimo trimestre l’inglese Barclays ha ridotto la sua esposizione netta sui Piigs di 2,6 miliardi di sterline a 8 miliardi, mentre le cinque principali banche Usa, nel terzo trimestre hanno tagliato di circa 5 miliardi di dollari la loro esposizione netta, ora intorno a 42 miliardi. Anche chi, come Ubs e Credit Suisse, aumenta l’esposizione “lorda” verso i titoli pubblici italiani, riduce quella netta coprendosi contemporaneamente con i cds.

Che istituti tedeschi, francesi e inglesi stiano svendendo i nostri titoli, dunque, è indubbio, ma in situazioni simili non è la quantità di debito che si scarica a contare, bensì a quale prezzo i nostri titoli vengono venduti e se l’operazione contempla in contemporanea l’acquisto di credit default swaps a copertura. In ogni caso, riuscire a determinare le possibili svalutazioni del titolo, aiuta eccome.

Perché stanno vendendo?
Perché i titoli di stato italiani sono considerati rischiosi. Lo ha certificato European banking authority (Eba) a fine ottobre, imponendo aumenti di capitale per 106 miliardi di euro solo alle banche più esposte sui titoli di Stato di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Tenere dunque dei titoli di stato dei PIIGS è pericoloso sia perché questi titoli sono soggetti a forte svalutazione sia perché impone un aumento di capitale proporzionale alla percentuale di titoli di stato che si detiene.
Questa decisione è stata aspramente criticata per un semplice motivo: non diceva nulla riguardo ai titoli tossici.

Per titoli «tossici» si intendono quelle obbligazioni a salsiccia, create impacchettando mutui subprime e titoli strutturati, che da anni non hanno più un mercato. Sono definiti tossici perché sono tra i principali responsabili della crisi finanziaria del 2008.
Sono classificati a «livello 3» nei bilanci e pesano in Europa per 337 miliardi. Dove stanno? Soprattutto nelle grandi banche del Nord Europa.
Solo il 4% è in Italia. Intesa Sanpaolo e UniCredit, infatti, hanno asset «tossici» in bilancio per soli 3,5 e 10,4 miliardi: si tratta, rispettivamente, dell’8% e del 18% del patrimonio di vigilanza. Percentuali tranquille. Ben diversi, invece, i numeri delle banche tedesche e francesi: Deutsche Bank a fine 2010 aveva 46,6 miliardi di euro di titoli «Livello 3», Commerzbank 5,9 miliardi, Bnp Paribas 32,7 miliardi.
Rispetto al patrimonio di vigilanza, Deutsche Bank ha titoli «tossici» per un valore pari al 96%. Ben più del 18% di UniCredit.
Discorso opposto per l’esposizione sui titoli di Stato: è ovvio che le banche dei Paesi in crisi siano piene di bond di casa. Le italiane hanno fatto incetta di BTp italiani (58 miliardi per Intesa e 48 per UniCredit), le spagnole di Bonos locali (53 miliardi il Bbva e 41 il Santander).
E questo è il problema: imponendo il rafforzamento patrimoniale solo a chi ha tanti titoli di Stato periferici, e non a chi è pieno di titoli «tossici», si è voluto penalizzare soprattutto banche italiane e spagnole, creando un ulteriore svalutazione dei loro titoli, già bersagli della speculazione.

Se è vero che i titoli di Stato sono rischiosi, ma perché non sono stati considerati tali i tossici?
Stesso discorso per la leva finanziaria, cioè la quantità di attività rispetto al capitale. Ebbene: le banche italiane – calcola l’Abi – hanno la leva più bassa in Europa: gli attivi sono appena 14 volte più grandi del patrimonio netto. Le banche tedesche e francesi, invece, su questa voce hanno l’allarme rosso acceso da anni: la leva è mediamente di 35 in Germania e di 30 in Francia. Insomma: da loro le banche svolgono attività 35 volte maggiori del capitale che hanno, ricorrendo al debito. Per capire la sproporzione: è come se una persona, disponendo di 100mila euro, ottenesse un mega-mutuo per la casa da 3,5 milioni di euro. Impossibile vero?
Eppure l’Eba non ne ha tenuto conto.
Chi ci guadagna in tutto questo: le banche francesi e tedesche in primo luogo, perché non devono ricapitalizzarsi in relazione ai titoli tossici.
I loro titoli di stato perché non sono considerati “rischiosi” e quindi continuano ad avere un mercato.

Era proprio necessario che la CC&G (l’analogo nostrano della LCH) seguisse la sua “concorrente” anglo-francese LCH-Clearnet nella decisione di aumentare i margini dei pronti contro termine sui BTp?

No.
Anzi al contrario, in un regime concorrenziale, avrebbe potuto approfittare della mossa del concorrente per continuare ad applicare condizioni, divenute più vantaggiose in termini relativi, e conquistare in questo modo nuovi clienti su strumenti di investimento in cui dovrebbe vantare una naturale leadership. Eppure ha seguito alla lettera le modifiche sui margin call della concorrente, amplificando la caduta dei nostri Btp.
Un comportamento strano che non è sfuggito a molti analisti.
La motivazione ufficiale è stata che ha agito così “per garantire l’interoperabilità” tra le due clearing house, un principio che consente di evitare la segmentazione del mercato e che è regolato da contratti bilaterali, le cui clausole sono però private. Cosa ci sia scritto esattamente in quelle clausole è segreto e a quanto pare nessuno vuole saperlo.
In realtà un’ipotesi che spiegherebbe questo comportamento tanto strano esisterebbe: LCH è in trattativa per essere rilevata dallo stesso gruppo cui appartiene Borsa italiana, e cioè la Borsa di Londra. Nel caso dei BTp, Lch-Clearnet e Cassa di compensazione e garanzia di fatto oggi si spartiscono il mercato: da una parte ci sono gli intermediari internazionali, dall’altra quelli italiani. Una suddivisione della clientela che si è accentuata dal momento in cui Mts, il mercato all’ingrosso dei titoli di Stato nato in Italia, aveva deciso di confluire in Euronext, la confederazione di Borse europee centrata su Parigi che era anche nel capitale di Clearnet, poi fusosi con la London clearing house. Quando Borsa italiana ha recuperato Mts, la clientela internazionale ha continuato ad appoggiarsi alla struttura di Parigi. Dunque la LCH avrebbe dovuto coordinarsi con la controparte tricolore nella decisione sui margin call e invece non l’ha fatto, costringendo di fatto la CC&G a seguirla a ruota.

Chi ha deciso dunque quell’aumento?
Beh, al momento non ci è dato saperlo. Si possono soltanto avanzare delle ipotesi.
E’ arduo pensare che sia connesso interamente alla “sfiducia dei mercati” in merito all’instabilità politica successiva alle dimissioni di Berlusconi. La situazione non può essere ridotta sempre a dei giudizi pro o contro il nostro governo. Ci deve essere dell’altro.
Proviamo ad analizzare gli effetti di quella decisione.
Evidentemente, quell’aumento ha favorito i titoli di stato più forti, stabilizzando le loro fluttuazioni. Dal momento che i titoli francesi al momento stanno subendo un allargamento molto forte dello spread, probabilmente Parigi un qualche ruolo nella faccenda lo ha avuto.
D’altra parte è impossibile che le banche all’interno della LCH non abbiano influenzato quella decisione in merito ai Btp che detengono nei propri portafogli.
Dal momento che molte di esse hanno anche beneficiato della decisione del Eba, è difficile non vedere il collegamento tra le due decisioni.
A quanto pare, sia l’Unione Europea (che ogni giorno ci chiede sacrifici e poi per bocca di un suo organismo (l’Eba) attacca i nostri Btp), che molte delle banche a “rilevanza sistemica” che devono essere salvate per il bene dell’Europa, in queste ultime due settimane hanno posto le condizioni per trarre profitto dalla nostra corsa verso il baratro.
Ma ora la situazione è migliorata, no? Adesso lo spread si sta riducendo e il rendimento dei titoli italiani è poco sopra il 6%, quindi evidentemente stiamo risalendo la china, vero?

No, purtroppo non è così, perché il problema non è “la crisi di fiducia”.
Il crollo dei titoli di Stato di mercoledì è il segno evidente che l’Italia è entrata in crisi di liquidità. Lo Stato ha sempre più difficoltà a finanziarsi sul mercato ed è costretto a pagare tassi crescenti, che riducono la sostenibilità del debito, rendendo sempre iù probabile una sua ristrutturazione e aumentando così il rischio per gli investitori. L’aumento del rischio innalza il margine di garanzia richiesto per finanziare le posizioni in titoli di Stato, rendendo il costo dell’investimento proibitivo. Un circolo vizioso che porta in breve tempo all’espulsione dello Stato dal mercato dei capitali. E’ il film visto in Grecia.
Anche nell’ipotesi che il gettito fiscale basti a coprire le spese, la crisi di liquidità diventa velocemente crisi di insolvenza, perché bisogna comunque pagare gli interessi sul debito e rinnovare quelli in scadenza (per l’Italia quasi 300 miliardi l’anno prossimo). Così si è costretti a chiedere aiuto all’Europa e agli organismi internazionali, che però ti impongono la loro politica di austerity che, come ha detto oggi il premio nobel per l’economia Stiglitz,: «da sola è la miglior ricetta per il suicidio di un paese». L’alternativa è il default e la conseguente uscita dall’euro.
Quello che è successo mercoledì indica quando il mercato ritenga concreto il rischio di una crisi di insolvenza dell’Italia nei prossimi 12 mesi. I vaneggiamenti di Berlusconi centrano solo in parte. Ed è folle illudersi che la crisi si sia allontanata solo perché giovedì il Tesoro è riuscito a collocare BoT annuali al 6,2% piuttosto che al 7%: sono tassi comunque insostenibili e la discesa dei rendimenti è stata frutto degli interventi della Bce sia in maniera diretta sul mercato secondario, che in maniera indiretta finanziando le banche a costi irrisori affinché sottoscrivessero i Bot in asta.
La verità è che nessuno compra i nostri titoli, a parte la Bce che lo fa in maniera consistente, inondando il mercato di acquisti, drogando la domanda e decidendo di fatto quanto devono valere i nostri titoli di Stato.
In questo modo la nostra crisi di liquidità si sta trasformando velocemente in crisi di insolvenza e gli analisti finanziari lo sanno bene.
Come lo sanno bene anche Mario Draghi e Mario Monti. Pensare che questa crisi di liquidità si risolva in pochi mesi, adottando le misure richieste dalla Bce (ovvero tagli alle spese e privatizzazioni) è semplicemente da cretini. Lo ha ammesso persino l’UE, che ha rivisto al ribasso tutte le stime che aveva fatto sulla situazione economica dell’Europa.

Quali sono le prospettive, dunque?
Partiamo ancora una volta dai dati. Non c’è ragione di credere che LCH riservi all’Italia un comportamento diverso da quello che ha riservato agli altri PIIGS. Il prossimo intervento dunque sarà provocato dallo sforamento di 450 punti base tra i titoli italiani a 10 anni e il paniere dei titoli tedeschi, francesi e olandesi (molto vicino) con un aumento dei margini del 15%. Questa ulteriore decisione probabilmente farà schizzare lo spread a livelli mai visti. Si rischia poi, in base ad altre soglie, di altri rialzi del 30%, del 45%, del 55%, fino all’80%.
Le agenzie di rating nel frattempo declasseranno ulteriormente i nostri titoli, cosa che farà correre al ribasso le loro quotazioni.
Ognuna di queste operazioni sarà legata a pressioni crescenti di UE e FMI affinché si facciano le riforme strutturali che ci hanno richiesto, riforme il cui unico scopo evidente è quello di diminuire l’avanzo primario colpendo duramente lo stato sociale a suon di riforme del lavoro e delle pensioni, privatizzando e svendendo nello stesso tempo, tutto ciò che è possibile.
Mario Monti, con la sua figura autorevole di tecnico votato alla politica, imporrà questa scelte impopolari ( un elegante eufemismo dietro il quale si nasconde il termine più crudo di macelleria sociale), spingendo il più possibile sull’illusione che servano veramente a risollevare le sorti del nostro paese. In questo sarà aiutato da un governo di larghe intese dove tutti da destra a sinistra si assumeranno la responsabilità delle scelte effettuate.
Le agenzie di rating, frattanto, avranno già abbassato il rating della Francia e del Fondo Salva Stati. Quest’ultimo dato è un po’ più complesso da capire per cui è giusto soffermarsi su di esso.
Il fondo salva-Stati basa infatti tutta la sua credibilità sulle garanzie fornite da tutti i Paesi dell’area euro. Attualmente i sei paesi con rating “Tripla A” garantiscono il 57,89% del fondo, mentre i Paesi in crisi (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna) offrono insieme il 36,63% delle garanzie. Ma se la Francia perdesse la “Tripla A”, il rapporto di forze si pareggerebbe: i cinque paesi forti rimasti, garantirebbero solo il 37,58% del fondo salva-Stati. E se anche l’Austria dovesse gettare la spugna, i quattro Paesi rimanenti con il rating “Tripla A” garantirebbero appena il 34,8% del fondo salva-Stati: i Piigs, insomma, diventerebbero il “partito di maggioranza” con il 36,63%.
Ovvio che questo rappresenterebbe per l’Europa un colpo durissimo. Perdere la “Tripla A”, infatti, potrebbe essere alla fine lo stesso fondo salva-Stati: questo aumenterebbe ulteriormente il costo dei suoi finanziamenti, rendendo di fatto sterile la sua capacità di salvare i Governi in crisi.
Questo significa che nell’ipotesi di un crollo dei nostri titoli, l’eventuale soccorso del fondo salva-stati sarebbe molto esiguo, lo stesso vale per quanto riguarda la FMI che facendo i conti, al massimo potrebbe prestarci una cinquantina di miliardi di euro a condizioni pesantissime.

La Francia può perdere la sua tripla A?
Certo. Basta osservare l’andamento dei titoli di Stato francesi: lo spread sui Bund tedeschi giovedì 10 è salito al record di 167 punti base. Per intenderci: l’Italia aveva lo stesso differenziale sui Bund tedeschi l’8 giugno scorso.
Cosa succede? Il mercato si sta muovendo, proprio come ha fatto con i PIIGS: vendendo. O meglio uscendo dalla Francia. Lo hanno fatto i fondi monetari Usa che, dopo aver azzerato già a luglio l’esposizione su Italia e Spagna, hanno proseguito nella loro fuga dall’Europa meridionale, scaricando la Francia. Tra agosto e settembre, secondo le rilevazioni di Fitch, l’esposizione dei primi dieci money market fund Usa sulle banche francesi è calata del 42%. Se non è una fuga poco ci manca. Secondo gli ultimi dati di Lipper sul mercato dei fondi in Europa, la Francia è il paese dove i deflussi sono stati più consistenti, in particolare nel mese di settembre. Parigi avrebbe perso il 16% degli asset in soli 30 giorni. E da inizio del 2011 i flussi in uscita sono pari a 98 miliardi su asset per 588 miliardi. La storia recente di queste crisi ha mostrato che quando i fondi se ne vanno è comunque un cattivo segno.
A questi dati si aggiunge la gaffe di una delle agenzie di rating, la S&P, che giovedì ha annunciato il declassamento della Francia sul proprio sito per poi rimangiarsi la notizia diffondendo un comunicato: “per effetto di un errore tecnico, è stato spedito ad alcuni clienti di Standard & Poor’s un messaggio che suggeriva il declassamento del rating della Francia. La notizia non corrisponde alla realtà: il rating della Repubblica francese resta “AAA” con prospettive stabili”.
Non è la prima volta che succede. Spesso le agenzie di rating hanno diffuso delle voci incontrollate per sfruttare la propria posizione di privilegio nell’accesso alle informazioni di borsa a proprio vantaggio o a vantaggio di investitori istituzionali. Lo hanno fatto con la Grecia, lasciando correre la voce di una possibile ristrutturazione del debito pubblico greco, senza aver neppure fatto finta di effettuare un’analisi, e con il Portogallo paventando una possibile declassazione dei titoli portoghesi. Naturalmente hanno poi speculato sulla svalutazione dei titoli greci e portoghesi.
Succede da sempre, nonostante ci siano norme negli Stati Uniti che impongono alle agenzie di rating di dare notizia dei voti sulle emissioni di titoli soltanto dopo che ne sia stata avviata la vendita, in modo da non alterarne eccessivamente l’andamento con l’aumento immediato e rilevante dei premi di rischio.
C’è una authority incaricata di vigilare all’osservanza delle regole. Ma basta fare correre una voce ad hoc, con l’ausilio magari di compiacenti giornali economici, che l’operazione speculativa va efficacemente in porto.

D’altro canto, non è un segreto che la Francia non abbia una situazione economica perfetta. Dei sei Paesi dell’eurozona a massimo rating, la Francia è quella con il debito (85% del Pil) e il deficit (5,7%) più alti. Non solo: è l’unica ad avere un deficit primario, cioè al netto dell’onere sul debito, e un disavanzo (enorme) della bilancia commerciale. Tant’è che per molti economisti – e probabilmente per i mercati – la tripla A è praticamente già persa.
Ammettiamo dunque che la Francia perda la sua tripla A, e che quindi si avvii anch’essa verso un percorso analogo a quello dei PIIGS e che il fondo salva stati naufraghi completamente.
A quel punto la situazione dell’Italia diventerebbe insostenibile. Stressata dall’insolvibilità e impossibilitata a trovare la liquidità necessaria a colmare i propri debiti, dovrebbe dichiarare default e uscire dall’euro. Sarebbe il “baratro” di cui tutti parlano, compresa la Marcegaglia che dopo anni di spensierato appoggio al governo Berlusconi, si è improvvisamente risvegliata in questi ultimi mesi.
Bene, a questo punto proviamo a dare uno sguardo a questo famigerato baratro.

Il baratro
Il baratro, ovvero la bancarotta, può assumere diverse forme: la bancarotta ordinaria (orderly default), quella disordinata (disorderly default) e quella strong (l’uscita dall’euro).

Opzione A: Orderly default (caso Grecia)
Non è nient’altro che un concordato fallimentare. I creditori accettano un taglio al valore nominale dei titoli italiani e un tetto al relativo tasso d’interesse. L’Italia alleggerirebbe il suo debito pubblico (ad esempio del 30 per cento), portandolo a livelli più vicini a quelli di paesi più virtuosi. Collocare nuove emissioni presso investitori già scottati, tuttavia, comporterebbe tassi di interesse relativamente alti. Dal momento che il 12 per cento dei titoli è in mano alle famiglie, un altro terzo lo detengono i fondi, il taglio sarebbe una pesante tosatura che si andrebbe ad aggiungersi agli effetti delle “misure impopolari” promosse dall’Europa.
Le banche, italiane ed estere (gli istituti francesi e tedeschi hanno in pancia circa 150 miliardi di euro in titoli pubblici italiani) accuserebbero forti perdite di bilancio e avrebbero bisogno di aiuti per ricapitalizzarsi: in ogni caso, ridurrebbero il credito alla clientela, aggravando gli effetti che la recessione europea sta già causando.
La fuga delle banche dai titoli di stato italiani dunque non è casuale. Riuscire a sbarazzarsi dei titoli italiani vuol dire evitare pesanti perdite future.

Opzione B: Disorderly default (caso Argentina)
L’Italia annuncia che non pagherà più i suoi debiti, togliendo dal tavolo 1900 miliardi di euro. Almeno per qualche anno, nessun investitore estero ci presterebbe più soldi. Tecnicamente, non è un problema gravissimo: lo Stato continuerebbe a funzionare, a patto però che i settori strategici non siano stati tutti privatizzati (cosa che Monti si appresta a fare con solerzia).
Al netto degli interessi, infatti, il nostro bilancio è quasi in pareggio. Gli effetti economici sarebbero comunque devastanti. Il rischio di fuga dei capitali – già presente nello scenario “dolce” – diventerebbe immediato.
Oltre allo Stato, anche le aziende italiane si vedrebbero chiudere l’accesso ai mercati. In questa prospettiva, l’impatto sulle banche e sul sistema finanziario mondiale sarebbe molto grande e il “credit crunch” una certezza.

Opzione C: L’uscita dall’euro
Tecnicamente un disoderly default implica anche un’uscita dall’euro.
E’ una situazione del tutto inedita, per cui gli effetti si possono solo ipotizzare. Sicuramente bisognerebbe rivedere i trattati europei e rivotarli, stampare la nuova moneta, riprogrammare computer e bancomat con la nuova valuta.
La fuga di capitali diventerebbe una certezza, nel tentativo di spostare i propri euro all’estero, prima della conversione in lire.
Agli sportelli delle banche, ci sarebbe l’assalto. Verrebbero varati stringenti controlli sui movimenti di capitali e, probabilmente, ci sarebbe anche un congelamento dei conti correnti bancari, come in Argentina. La nuova moneta sarebbe svalutata, rispetto all’estero. Questo rilancerebbe le esportazioni (escludendo ritorsioni commerciali da parte degli ex partner europei), ma l’Italia, uscendo dall’euro, uscirebbe anche dall’Unione europea e non potrebbe più usufruire dei vantaggi del mercato unico.
La svalutazione, d’altra parte, renderebbe più competitive le esportazioni italiane, ma renderebbe assai più care le importazioni, a cominciare dal petrolio. Il risultato sarebbe una corsa dell’inflazione e la rincorsa prezzi-salari. Molto ovviamente dipenderebbe dall’entità della svalutazione che, però, è difficilmente gestibile.
Ma il crollo della nuova lira, secondo gli analisti dell’Ubs, sarebbe inizialmente molto più alto, fino al 50-60%. Per questo, gli esperti della banca svizzera (che ipotizzano barriere commerciali nel resto d’Europa contro i prodotti italiani a costo stracciato) calcolano che il Pil italiano potrebbe inizialmente contrarsi anche del 40%. All’Ubs sono, probabilmente, troppo pessimisti, ma il punto è che l’introduzione della nuova lira sarebbe assai diversa dalle svalutazioni della vecchia, perché rimarrebbero valide le precedenti obbligazioni dell’euro.
Molte aziende, con incassi in lire e debiti in euro, finirebbero schiacciate e, a catena, dovrebbero chiudere.
Tutto questo nell’ipotesi che sia solo l’Italia a uscire dall’euro e non una macro-area. In quest’ultimo caso i rapporti di forza sarebbero profondamente differenti, si potrebbe ipotizzare una nuova moneta e probabilmente molti degli effetti catastrofici a breve termine sarebbero mitigati.

E’ un ipotesi remota?
Tutt’altro.
Mercoledì mattina, proprio mentre i nostri titoli stavano crollando, i giornali internazionali riportavano alcune indiscrezioni secondo le quali il direttorio Franco Tedesco progettano da mesi nuove divisioni dentro e fuori la moneta unica, evocando persino la nascita di un piccolo euro tra i soli Paesi tripla A (Germania, Francia, Olanda, Austria, Finlandia e Lussemburgo). Salvo smentire categoricamente, appena le sue manovre diventano di pubblico dominio.
Dato che una “notizia non è reale finché non arriva la smentita ufficiale”, evidentemente quelle indiscrezioni devono avere un fondo di verità. E questo fondo di verità deve essere anche molto consistente se se José Barroso giovedì si è sentito in dovere di lanciare l’allarme: «Il crollo dell’euro – ha avvertito il presidente della Commissione Ue – costerebbe inizialmente il 50% del Pil ai suoi membri e il 3% oltre a un milione di disoccupati alla sola Germania».
A quanto pare le istituzioni a Parigi, Berlino e Bruxelles hanno discusso la possibilità di uno o più paesi possano lasciare la zona euro, mentre il nucleo restante potrebbe avviarsi verso una maggiore integrazione economica, anche per quanto riguarda le tasse e la politica fiscale.
“Francia e Germania hanno avuto intense consultazioni su questo tema negli ultimi mesi, a tutti i livelli”, ha detto alla Reuters un alto funzionario UE a Bruxelles, rimasto anonimo.
In questo modo si spiegherebbe tra l’altro il comportamento dei regolatori finanziari in Europa che negli ultimi giorni sono stati impegnati in un attento monitoraggio dello stato di salute delle loro banche pesantemente esposte, preoccupati che le turbolenze potrebbero portare ad un default del debito o addirittura alla rottura della moneta unica.
George Osborne, appena tre settimane dopo aver consegnato la sua dichiarazione d’autunno sullo stato di salute dell’economia, ha dichiarato che i problemi dell’Europa stiano compromettendo le prospettive di crescita del Regno Unito, ma utilizzerà la svendita dei titoli italiani per insistere sul fatto che non c’è alternativa ai suoi piani di austerità.
Nick Clegg, il vice primo ministro, ha trascorso la giornata di mercoledì a Bruxelles sollecitando il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, e un gruppo di commissari Ue a concentrarsi sulla crescita, non su possibili variazioni per nuovo trattato, avvertendo che se l’Europa non diventa più competitiva andrà a finire in una spirale di declino perenne.

Qual’è il ruolo della BCE in tutto questo?
In teoria dovrebbe essere l’unica entità effettivamente capace di stabilizzare la situazione.
Nello specifico, se volesse realmente salvare l’Italia, la Bce dovrebbe innanzitutto aumentare l’acquisto di bond italiani: nel caso in cui il rendimento di tali bond non arrivasse ai livelli di quelli tedeschi, non c’è modo alcuno in Italia che consenta alle cifre nude e crude di quadrare.
Ma la Bce potrebbe fare ancora molto di più per sostenere la crescita economica, potrebbe per esempio decidere di tagliare i tassi d’interesse in maniera consistente.
La sua decisione di tagliare i tassi di interesse di 25 punti base alla prima sessione indetta sotto la nuova presidenza di Mario Draghi è stata troppo debole ed è arrivata in profondo ritardo. 25 punti base sono soltanto una goccia nel mare, una goccia che non è riuscita a calmare la tempesta del debito. La BCE potrebbe e dovrebbe fare molto di più. Potrebbe coprire il debito, aumentando l’inflazione, come fanno tutte le banche centrali al mondo, tenuto conto, tra l’altro, che l’Europa è avviata alla recessione, e dunque il pericolo di alzare l’inflazione è nullo.
Peccato che la BCE per statuto non possa diventare “prestatore di ultima istanza”, in quanto vincolata al rigido contenimento dell’inflazione. Per cui, mentre in tutto il mondo, le altra banche centrali aiutano le proprie economie alzando e abbassando i tassi d’interesse, in Europa interi stati sono in ginocchio, per paura di toccare l’inflazione. L’euro non è una valuta come tutte le altre. Questa evidente asimmetria tra lE’uropa e il resto del mondo è stato spesso oggetto di dibattito. Molti analisti di diversi schieramenti concordano nel fatto che all’Europa occorra una banca centrale normale, ovvero una banca che non si limiti esclusivamente a prendere di mira l’inflazione come un automa, ma che comprenda anche le proprie responsabilità di ente prestatore di ultima istanza.
Purtroppo a questa convergenza di visioni, non corrisponde un’unità d’azione.
Draghi però ha fatto capire di essere riluttante a considerare che la Bce possa diventare prestatore nei confronti dei governi. Rassicurare i mercati con l’adozione di riforme strutturali – ha osservato – è in senso stretto una responsabilità dei governi stessi, non della banca centrale.
Capito? Mario Draghi, l’Italiano a capo della BCE, di fronte ai problemi degli stati periferici, non trova nient’altro da dire che non è affar suo, lui eseguo soltanto gli ordini e gli ordini sono: mantenere l’inflazione sotto controllo. Stop.

Cosa sta succedendo allora?
Beh, è molto complesso riuscire ad analizzare dei fatti in corso d’opera, specie in periodi come questo, dove ogni giorno sembra durare mesi.
Sicuramente la situazione è confusa, ci sono interessi estremamente divergenti e attori differenti per ruolo, obbiettivi e strategie d’azioni. Proviamo ancora una volta a partire da un dato obbiettivo. Il prossimo anno in Europa andrà in scadenza un enorme ammontare di debito pubblico e privato, si parla di 4 mila miliardi di euro (cifra calcolata per difetto, perché non tiene adeguatamente conto delle perdite relative ai titoli tossici nelle banche svizzere, tedesche e francesi) e nessuno ha i soldi per rinnovarlo interamente. Con buone probabilità i PIIGS con l’aggiunta eventualmente della Francia, si dichiareranno insolventi.
Questo vuol dire che ci deve essere una parte che deve rimanere a secco. Gli attori sono tre: i debitori (i paesi europei), i creditori (banche e istituzioni finanziarie) e gli assicuratori sul debito (per lo più grosse istituzioni americane). Naturalmente ognuno vuole fare in modo che siano gli altri a rimanere a secco. I mercati, ovviamente, vorrebbero che fossero gli Stati a pagare. Questo però non vuol dire che vogliano che gli Stati paghino tutti allo stesso modo. Sarebbe troppo complesso e troppo laborioso. Probabilmente si sta ricercando una soluzione di compromesso che spalmi su tutti il peso del debito in maniera proporzionale al peso politico di ogni Stato.
In un’ottica come questa, il restringimento della zona euro avrebbe senso, perché sbilancerebbe gran parte del peso del debito solo su alcuni stati (i PIIGS) privilegiando gli altri.
La BCE dal canto suo, una volta ristretto il perimetro dell’euro, potrebbe trasformarsi miracolosamente in “prestatore d’ultima istanza” e così ridurre al minimo il peso sull’inflazione delle sue scelte monetarie.
Tra l’altro, mediante le politiche d’austerity, sia gli stati dell’”eurozona ristretta” che i privati (banche e assicurazioni) riuscirebbero a mettere mano sulle risorse dei PIIGS a prezzi stracciati tramite privatizzazioni, liberalizzazioni, etc.

Succederà veramente tutto questo?
Nessuno possiede una palla di cristallo, attraverso il quale è possibile vedere il futuro. In questo intervento abbiamo soltanto analizzato dei dati.
A partire dai dati si possono formulare delle ipotesi e poi verificarle in corso d’opera. Niente di più. Una cosa è certa: stiamo assistendo a una modifica sostanziale dell’assetto geopolitico ed economico di tutta l’Unione Europea.
Al momento non esistono forze politiche capaci di contrastare le scelte che banche, Stati e gruppi finanziari stanno operando sulla pelle di milioni di persone. Questo probabilmente sta accelerando questo processo, dandogli una direzione ben precisa.
Nei prossimi mesi, occorrerà organizzare una risposta adeguata e bisognerà farlo velocemente.

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Per i non addetti ai lavori:

BTP e SPREAD for dummies
i titoli di Stato non sono altro che debiti che lo Stato contrae con gli acquirenti dei titoli stessi, allo scopo di finanziare il proprio debito pubblico. In pratica comprando un titolo di Stato non fai altro che un prestito allo Stato che è tenuto a pagarti gli interessi ogni anno e restituirti i soldi che gli avevi prestato alla scadenza del titolo stesso. I titoli di Stato hanno diverse scadenze (mensili, annuali, decennali, etc) e in base a queste scadenza il rendimento del titolo cambia, solitamente quelli più a breve scadenza rendono di quelli a lunga scadenza. I titoli possono essere acquistati sia quando questi vengono emessi, sia successivamente quando sono già sul mercato. Lo spread non è altro che il differenziale tra un titolo rischioso (ad es. i BtP italiani a 10 anni) e un titolo analogo considerato poco rischioso (in europa si utilizza il bund tedesco). Il meccanismo è semplice: se un Btp con una certa scadenza ha un rendimento del 7% ed il corrispettivo Bund Tedesco con la stessa scadenza ha un rendimento del 3% allora lo spread sarà di 7-3=4 punti percentuali ovvero di 400 punti base. E’ semplice in fondo.

Perché è preoccupante il fatto che lo spread aumenti? Perché vuol dire che nessuno vuole comprare i nostri Btp e quindi il ministro dell’economia e delle finanze è costretto ad aumentare i possibili rendimenti per attirare i creditori (in pratica il titolo perde valore). Questo da un lato significa che lo Stato Italiano ha difficoltà ha trovare qualcuno che presti ad esso dei soldi, dall’altro che lo Stato Italiano ogni anno dovrà pagare interessi più alti ai suoi creditori e quindi indebitarsi ulteriormente per far fronte anche a questo aumento. Immaginate di aver bisogno di soldi, essere abituati a rivolgervi a banche e usurai per far fronte a questi debito (pagando il debito con altro debito), e da un giorno all’altro trovare sempre meno banche e usurai che vi prestano soldi e a un tasso sempre più alto. Ecco più o meno la situazione è quella, solo che un po’ più complicata.

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5 Comments

  1. Questa, scusatemi, è una verità in salsa complottista. Sostengono la medesima tesi Ferrara, Scilipoti e Forza Nuova. Il debito da quasi 2000 mld esisteva anche nel 2008, ma ai tempi di Prodi e Padoa Schioppa lo spread con i bund tedeschi era di appena 37 punti. In pratica i nostri titoli di Stato rendevano più o meno come quelli tedeschi, meno dello 0,5% in più. E come mai adesso rendono circa il 5% in più? Si sono forse coalizzati tutti gli speculatori per fotterci? Suvvia. E’ evidente che il problema sta nel rapporto tra pil e debito pubblico. Era stato riequilibrato dai governi di centro sinistra a partire dal governo Amato in avanti. Poi è arrivato Berlusconi ed in tre anni di completa assenza di governo dell’economia (nel bel mezzo di una crisi planetaria causata dalle bislacche idee del signor Greenspan) ha completamente disastrato i fondamentali di bilancio. Dopodiché è ovvio che i cosiddetti mercati seguono logiche di speculazione pura, avvoltoi che si accaniscono sulle carogne. Ma non sono certo loro ad averci ridotto allo condizione di carogna. E poi questa barzelletta secondo la quale adesso Monti governerà al servizio delle grandi banche straniere non è seria. Io non condivido in toto il Monti pensiero, affatto. Ma è pur vero che è da sempre fautore di politiche sociali di mercato. In primo luogo proverà a rimuovere i privilegi tipici della realtà italiana. Noi abbiamo numerose barriere all’entrata nelle professioni e strani fenomeni tipo i Notai. Proverà, spero, ad eliminare comuni/condominio e Provincie. Dovrebbe riuscire a ridurre il numero dei parlamentari. Dovrebbe adeguare il sistema pensionistico squilibrato dalla gobba dei pochi che pagano i contributi rispetto ai tanti in pensione. Dovrebbe adeguare il welfare al fine di spostare risorse a favore dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Dovrebbe riequilibrare la distribuzione del reddito spostando la tassazione dal reddito da lavoro alle rendite. Dovrebbe introdurre misure di tassazione patrimoniale. Come ha già dichiarato, il lavoro da fare è enorme. Ma non c’è tanto da scervellarsi per capire qual è la strada giusta. Politiche di mercato in una logica socialdemocatica si sono rivelate efficaci e funzionali. Germania e Paesi del Nord docet. Inoltre, è un bene, e non certo un male, che conosca a fondo i meccanismi che regolano i cosiddetti mercati. Chi deve difenderci da una situazione del genere, uno che non li conosce affatto? Chi può fare la voce grossa quando di punto e in bianco i btp come collaterali di garanzia vengono declassati a carta straccia? Scilipoti forse? O il clown che ha “governato” per anni? Avete fatto caso alle pubblicità Conto arancio, Che Banca e compagnia bella? Se depositi anche pochi euro da loro per un anno ti danno il 4,25%. Ma se le banche spendono tanto per procurarsi i soldi, a che prezzo possono poi prestarli a famiglie a piccole e medie imprese? Di questo passo sarà letteralmente impossibile ottenere credito. Si chiama credit crunch. Sapete cosa comporta? Fallimenti di imprese a catena, perdita di migliaia di posti di lavoro ed impossibilità di trovarne uno. E’ un processo già chiaramente in atto. Che facciamo? Stiamo a guardare che l’apocalisse si realizzi in tutto il suo splendore o diamo fiducia ad un tizio dotato di solide competenze che, sia chiaro, non si limiterà a fare tagli lineari idioti alla Tremonti, ma proverà ad equilibrare spesa pubblica e misure per la crescita. Voi parlate di doversi organizzare, ma per fare cosa di grazia? Imporre il nuovo ordine comunista mondiale? Eh si, come no. Campa cavallo che nel frattempo l’erba muore tutta.

  2. Ciao Luciano,
    onestamente nella tua risposta rilevo molte mancanze:

    1. non spieghi perché LCH Clearnet ha di fatto alzato i margin call. Mi piacerebbe conoscere la tua opinione in merito.

    2. non spieghi perché S&P sulla sua homepage ha lasciato per un giorno intero un’indiscrezione sull’abbassamento del rating della Francia. Mi piacerebbe anche qui conoscere la tua opinione in merito

    3. non spieghi da dove deduci che Monti ” è da sempre fautore di politiche sociali di mercato”. Se leggi i suoi paper vedrai che Monti ha elaborato delle analisi tese a evidenziare l’inefficienza dei controlli amministrativi. Da questo ha dedotto che anziché basarsi su di essi, l’azione politica dovrebbe essere orientata allo scopo di introdurre regole in grado di far funzionare al meglio i meccanismi del libero mercato. Non parla di politiche sociali, ma di funzionamento del libero mercato. A tale impostazione Monti, tra l’altro, è rimasto fedele anche in ambito politico, specialmente in qualità di commissario europeo al Mercato interno e in seguito alla Concorrenza. Il suo disegno di fondo, all’interno di quella commissione, era quello di render compatibili il libero funzionamento del mercato e la sopravvivenza di un efficiente sistema di welfare europeo (“efficiente” non corrisponde con “equo”). Da un lato, infatti, Monti si è battuto per rimuovere gli argini e gli ostacoli nazionali all’unificazione del mercato europeo. Dall’altro, si è fatto promotore di svariate iniziative per avviare un processo di armonizzazione fiscale tra i paesi dell’Unione europea, soprattutto allo scopo di contrastare fenomeni di concorrenza al ribasso sulla tassazione dei capitali. Sul primo versante i risultati sono stati tutt’altro che trascurabili, sul secondo Monti è stato pressoché ogni volta bloccato e sconfitto.
    In ragione di questa sua vocazione “liberoscambista” e alla sua strenua difesa del mercato unico, trovo improbabilme che egli si adoperi per proporre politiche di sviluppo che preveda delle riduzioni significative nella libera circolazione di merci e capitali all’interno dell’Unione, oltre che di controllo della speculazione. Al contrario è assai improbabile (e del resto non è un segreto) che egli potrebbe accettare l’idea che la moneta unica venga meno, e opporsi risolutamente a una implosione del mercato unico europeo. Questa sua posizione sarebbe compatibile con gli interessi dei capitali europei ed extra europei più “forti”. Il fatto, non secondario, che sia al contempo membro di Goldman Sachs, Bildberg e della commissione Trilateral rende le ipotesi complottistiche quanto meno preoccupanti. Il fatto congiunto che un altro uomo della Goldman Sachs sia in questo momento al vertice della BCE rende quelle teorie ancora più preoccupanti.

    4. in una situazione come quella italiana (in cui abbiamo un elevato indebitamento, un rapporto deficit/pil limitato, un elevato disquilibrio nella distribuzione della ricchezza, e un elevato carico fiscale) dubito che le soluzioni che proponi (quasi tutte agenti sulla riduzione della spesa pubblica) riescano realmente ad abbassare quel rapporto, semplicemente perché non agiscono sul Pil, anzi rischiano di farlo collassare. Oltre tutto le entrate relative al taglio delle pensioni, all’abolizione delle province, alla liberalizzazione delle professioni che sono quantificabili sono modeste, non riescono a risolvere il problema neanche dal punto di vista semplicemente contabile. Se hai dati diversi in merito (dati però, non congetture) ti prego di rendermeli noti.

    4. in realtà anche la tua premessa mi è poco chiara: l’elevato rapporto debito/Pil secondo te è derivato da un eccesso di spesa pubblica? Da un elevato disavanzo primario? O da cos’altro? Se è così, da quali dati lo evinci?

    In secondo luogo, secondo te l’attacco speculativo sul debito italiano è interamente addebitabile a quel rapporto? Anche qui mi piacerebbe capire in base a quali dati trai queste considerazioni.

  3. Ah dimenticavo: mi piacerebbe anche sapere la tua posizione su quello che è successo nel 92 in Italia, dove abbiamo provato una soluzione di austerity analoga a quella che propone Monti.

  4. grazie sempre x la risposta Daniele. Ti rispondero’ con piacere nei prossimi giorni non appena rientrero’in Sicilia ed avro’ un pc disponibile. Adesso scrivo da un cellulare. A presto.

  5. Allora,

    sulla questione della politica sociale di mercato ti propongo questa recente intervista a Monti: http://www.vita.it/news/view/114879
    Credo sia sufficientemente esaustiva in merito.
    Quanto alle questione inerenti LCH oltre che all’azione delle società di rating, è indubbio che sono entità che ci marciano e spesso agiscono, come dire, ai limiti del regolamento. Ma non è solo questo, attività come il “layering” che si avvalgono dei sistemi di transazione finanziaria Hft sono cose, a parere del sottoscritto, di pura giungla finanziaria. Andrebbero vietate punto e basta. Ma non bisogna fare confusione. La mancanza di regolamentazione seria e ferrea nel settore delle transazioni finanziarie non toglie che, per ragioni non attinenti con queste ultime, l’Italia si sia cacciata in un gran casino con le sue proprie mani. Siamo noi che ci offriamo su un piatto di argento agli speculatori. Se non avessimo un tale indebitamento non ci sarebbe materia prima su cui speculare. Lo stesso se avessimo una crescita adeguata al debito: non ci sarebbe materia su cui speculare. Per evitare lo scempio speculativo, a mio avviso si dovrebbe trovare il sistema di vietare le vendite dei titoli di stato sotto la pari nel mercato secondario. Ma francamente non so se questa è una strada che ha una qualche chance di spuntare da qualche parte. Se fosse possibile farlo avremmo risolto la porcheria delle vendite di massa fatte con il mero scopo di far calare il prezzo, per poi acquistare con la stessa quantità di liquidi ricavati dalla vendita gli stessi titoli ma a prezzi ribassati. Quanto al layering, cosa ben più sporca, chi lo pratica andrebbe messo in cella senza se e senza ma. Quanti agli aspetti di politica economica, io non penso affatto che la soluzione stia nella mera riduzione della spesa pubblica. Anzi, un’azione del genere non avrebbe alcun senso. L’Italia ormai da molti anni ha un enorme debito pubblico, ma fino a poco tempo fa aveva anche entrate sufficienti a far fronte a tale indebitamento. Il noto avanzo primario non sta messo male neanche adesso. E’ la recessione ad aver complicato tutto. Scarsa crescita comporta che le entrate non crescono in maniera adeguata rispetto alla necessità di rimborso del debito e degli interessi. Che fare? Bè, è necessario ristabilire l’equilibrio tra pil ed indebitamento. E fin qui siamo all’ovvio. Ma come agire? A mio avviso da una parte si deve ridurre la spesa pubblica improduttiva ed immotivata. Lo spreco degli enti locali e statali è abnorme, soprattutto dei primi ed in certe regioni come la nostra. In merito ti invito a leggere l’articolo di ieri sul Corriere a firma di Stella e Rizzo: davvero agghiacciante! Di certo, ridurre la spesa pubblica non significa fare ciò che viene comunemente definita “macelleria sociale”. Quest’ultima è iniqua ed inutile. Causa solo recessione e problemi in termini di coesione sociale. Inoltre è necessario attuare un’attenta politica redistributiva attraverso misure di tassazione su patrimoni di un certo ammontare. Non guasterebbe aumentare l’iva sui beni di lusso. Tanto chi è ricco non spenderà di meno sa causa di un incremento di spesa di 2/3 punti percentuali. Aumentarla indiscriminatamente sui beni di consumo normali è invece una misura chiaramente iniqua e, secondo me, potenzialmente recessiva. E’ inoltre evidente che bisogna attuare misure per rafforzare la tracciabilità dei flussi di danaro, facendo si che l’uso del contante diventi un fatto residuale. Soprattutto a livello delle piccole partite iva il nero è abnorme in quanto diffusissimo: è imprescindibile porvi rimedio. Ma su una cosa non ho davvero dubbi! Non si può scherzare con l’inflazione. E’ questa, infatti, la peggiore e la più iniqua della tasse. Un vero massacro per i più deboli. L’odiata Bce, in realtà, si occupa di tenerla a bada attraverso la politica monetaria. Non sono convintissimo che sia utile trasformare la Bce in un prestatore di ultima istanza. Se così fosse avrebbe libertà di stampare moneta. Ma questo, appunto, causa inflazione. Non lo so, non mi convince. Inoltre, francamente, trovo molto pericolosa la soluzione vagamente napoletana del “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato a dato”. Un’insolvenza di Stato è un fatto che comporta grande sofferenza nelle classi sociali deboli (e non solo). Di recente uno studio di Ubs evidenziava, in caso di uscita dall’euro da parte dell’Italia, una svalutazione del “nuovo conio” (la lira) pari a circa il 50%. Probabilmente lo studio esagera, ma una svalutazione intorno al 30% in caso di uscita dall’euro mi pare ineluttabile. Alcuni sostengono che una simile svalutazione, come succedeva negli anni 80 e 90, consentirebbe alle imprese italiane di essere ipercompetitive e che l’esportazione crescerebbe molto. E’ vero, ma è una soluzione fasulla. Una moneta svalutata comporta inflazione selvaggia e crescita del debito pubblico fuori controllo, a parte il fatto che non è un modo serio di competere con le imprese estere (è un trucco monetario). Una moneta svalutata è qualcosa che, dopo un po’, ti presenta il conto. Insomma, prima di prospettare allegramente scenari di default, forse è meglio mettere mano agli sprechi e a una attenta politica economica che indirizzi le risorse verso la crescita e l’equità sociale. Forse…

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