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Posted by on 24 Nov 2011 in crisi | 3 comments

Il ruolo della Germania all'interno della crisi dell'euro

Il ruolo della Germania all'interno della crisi dell'euro

La giornata di mercoledì 23 novembre, a suo modo, è stata una giornata storica per l’evoluzione della crisi dell’eurozona: per la prima volta, gli investitori di grandi dimensioni (gli speculatori e le banche, insomma) hanno iniziato a disinvestire anche sui titoli di stato tedesco.

Mercoledì, infatti, il ministero del tesoro tedesco ha cercato di piazzare 6 miliardi di Bund con scadenza a 10 anni. Di solito la domanda ha sempre superato di due o tre volte l’offerta, specie nell’ultimo periodo nel quale la crescente sfiducia verso la capacità di solvenza dei PIIGS ha dirottato gli investitori ad acquistare titoli di stato come quelli tedeschi, considerati più affidabili.
Al contrario delle previsione, l’asta di mercoledì invece è andata al ribasso.
La Germania non è riuscita a piazzare tutti i titoli, malgrado la Bundesbank – con una mossa che in Italia è vietata alla Banca d’Italia – abbia acquistato a piene mani riducendo gli effetti del danno. Altrimenti la disfatta sarebbe stata epocale. Naturalmente il rendimento dei bund tedeschi è dovuto salire per compensare la mancanza di domanda, andando oltre all’1,98% iniziale.

La speculazione, insomma, ha iniziato ad attaccare anche i titoli tedeschi, tanto da costringere la banca centrale tedesca a comprare il debito del suo Stato, e la Merkel a riconsiderare la sua posizione in merito all’ipotesi di una Bce che stampi moneta emettendo gli euro bond.
La Bce, per trattato, infatti non può svolgere il ruolo attivo che altre banche centrali ricoprono in situazioni analoghe, ovvero stampare moneta con il ciclostile, in quantità potenzialmente infinita in modo da ridurre il debito dei propri Stati. In questi giorni da più parti sono arrivate pressioni affinché si modifichino tali trattati per permettere alla Bce di sostenere il debito dei paesi membri dell’eurozona, pressioni alle quali la Germania ha risposto spesso con un secco no. Secondo alcune indiscrezioni, però, adesso essa starebbe facendo dietro-front su questo veto, spinta dall’attacco ai suoi titoli di stato.
L’articolo che segue tenta di spiegare l’apparente contraddittorietà del comportamento di Berlino nei confronti dell’euro, a partire da dati macro-economici.

Una piccola premessa, anzi due. L’articolo investiga il ruolo e le responsabilità della Germania all’interno della crisi del debito che stiamo vivendo, questo però non vuol dire che tali responsabilità siano ascrivibili interamente alla Germania. Le origini della crisi attuale sono molto più complesse, la Germania non è che un attore all’interno di un quadro più ampio. Però, in questo momento, è un attore determinante, quindi vale la pena di studiarlo.
In secondo luogo, nell’articolo che segue, non si parla di una partita geopolitica molto importante, quella che Cina, Russia, India e America stanno giocando sulla “predominio nella zona del pacifico”. Questo semplifica la trattazione, ma in qualche modo falsa la realtà. Consci di questo effetto, nei prossimi giorni proveremo a pubblicare un articolo anche su tale “partita”.

Perché emettere eurobond (o stampare moneta) dovrebbe rimettere in piedi l’economia europea?
Come ha scritto Galapagos in un editoriale del manifesto: “Senza entrare in discussioni teoriche, è sufficiente ricordare che stampare moneta è negativo quando un sistema economico attraversa una fase di piena utilizzazione dei «fattori produttivi». Le virgolette non sono casuali, visto che chi si dice di sinistra sostiene (o dovrebbe) che esiste un solo fattore produttivo: il lavoro. E vale la pena ricordare che negli anni scorsi hanno stampato moneta non gli stati, ma – autonomamente e senza controlli – il sistema finanziario, provocando così quel crollo che ancora viviamo.
Stampare moneta in un qualsiasi forma da parte delle autorità centrali è, invece, utile e necessario quando i sistemi economici presentano una fase di scarsa utilizzazione dei «fattori produttivi»” anche a costo di aumentare il livello d’inflazione.

E Noi? In che fase siamo? Siamo in una fase di piena utilizzazione dei fattori produttivi o di scarsa utilizzazione degli stessi?
Proviamo a dare uno sguardo ai dati recenti: nel mese di settembre gli ordinativi all’industria, nell’eurozona, sono calati del 6,4% rispetto al mese precedente. Significa che nei prossimi mesi gli stabilimenti avranno meno lavoro, aggravando una tendenza recessiva ormai manifesta.
Come al solito, l’Italia registra la peggiore prestazione in assoluto, con un calo che arriva al 9,2%.
Lo squilibrio che si è venuto a creare è un importante segnale di recessione. Gli ordini crollano nei paesi più importanti (Italia, Germania, Francia, Spagna), mentre aumentano in quelli dell’Est (Lettonia, Polonia, Repubblica Ceca). A segnalare, certo, una delocalizzazione ormai radicale che ha ridisegnato la «divisione continentale del lavoro» e delle produzioni, ma anche l’incapacità di «compensare» la caduta nei paesi più grandi.
Ora, poiché gli ordinativi altro non sono che produzione futura delle imprese, sulla base della domanda attuale, questo lascia prevedere un calo della produzione nei prossimi mesi, con un possibile esaurimento della crescita su base annua, portando la contrazione anche su base tendenziale e non solo congiunturale.
In parole povere, c’è il rischio che i numeri siano in calo nei prossimi mesi anche nei confronti dei livelli dell’anno precedente. Se a questo aggiungiamo una probabile mancanza di ripresa molto robusta negli altri settori dell’economia, ciò significa che siamo in recessione.
Del resto anche David Beers, direttore della divisione rating sovrani di Standard & Poor’s, in una nota ha confermato che “l’Europa l´anno prossimo entrerà in recessione se i rendimenti dei titoli di Stato resteranno agli attuali livelli e se la crisi del comparto bancario non sarà risolta”.
Egli ha dichiarato inoltre che “la recessione minerà il processo di consolidamento dei conti pubblici ed intensificherà le pressioni per un taglio dei rating sovrani dell’area euro”.
Dunque evidentemente siamo in una condizione di scarsa utilizzazione dei fattori produttivi, all’interno della quale l’opposizione della Germania a una risposta “monetaria” alla crisi appare incomprensibile.
Ci deve essere qualcos’altro sotto. Proviamo a capire cosa, ponendoci alcune semplici domande.

Qual’è la situazione economica attuale della Germania?
Recentemente, L’OCSE ha pubblicato i risultati della crescita economica tedesca del terzo trimestre del 2011. Il PIL è in crescita dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso. Anche la media annuale registra un positivo 3%.
Questo significa che la Germania sta continuando a crescere anche in un contesto di crisi come quello attuale. Questa crescita conferma la sua posizione di capolista nell’Eurozona e ciò le permette di mantenere la sua posizione di forza nei confronti dei ‘partner’ europei.
Nel loro comunicato, gli analisti dell’OCSE spiegano anche da cosa deriva questa crescita di produzione: essa è sostenuta dall’aumento della domanda interna. Il volume dell’export tedesco soffre invece la forte contrazione del mercato europeo e rimane invariato.
In fondo era un dato ampiamente prevedibile: dal momento che il 40% delle sue esportazioni è diretto infatti ai paesi della zona Euro, a una contrazione dell’economia di quei paesi corrisponde una riduzione delle esportazioni verso quei paesi.
La crisi del debito, infatti, si ripercuote sulle singole economie nazionali che diminuiscono la richiesta di prodotti e servizi dall’estero. Se questo andamento rimane invariato, gli esperti dell’OCSE, prevedono per il 2012 una crescita media in Germania dello 0,1% del PIL.
Ricapitolando: da un lato i dati dimostrano che l’economia della sola Germania è l’unica che sta resistendo alla crisi del debito, dall’altro però dimostrano anche quanto l’economia tedesca sia strutturalmente connessa al mercato europeo.
Cerchiamo di capire la natura di tale connessione.

Lo squilibrio strutturale della Germania all’interno dell’euro
All’origine dell’avanzo commerciale della Germania e della sua solidità all’interno dell’euro, c’è un fatto virtuoso: una crescita della produttività molto accentuata che ha spinto imprese e prodotti a guadagnare quote di domanda internazionale. Tale crescita ha riguardato soprattutto la manifattura; mentre è risultato del tutto assente negli altri settori (specie quelli che offrono servizi ad elevato grado tecnologico dove si addensano le produzioni non esposte alla competizione globale). Una simile divaricazione ha interessato anche quasi tutti gli altri sistemi europei, ma lo sbilanciamento nel loro caso è stato meno accentuato: in Germania, la produttività manifatturiera è salita, tra il 2002 e il 2007, del 19 per cento rispetto a quella stagnante degli altri settori; nell’eurozona tale divario è stato solo del 6 per cento.

Questa incredibile crescita nel settore manifatturiero ha provocato due macro-effetti:
1. l’intensificarsi dei rapporti con la Cina. Dal 1999 al 2007 la Germania ha avuto un deficit crescente verso i BRIC (quello verso la Cina è aumentato di circa 20 miliardi di dollari; Tab. 1). I 239 miliardi di aumento del surplus tedesco sono spiegati per due terzi dagli scambi con i paesi europei, di cui un terzo da quelli coi paesi meridionali. L’innovazione c’entra poco: queste dinamiche sono spiegate dalla competitività di prezzo che favorisce in maniera pesantemente la Germania. La Germania fa crescere la Cina acquistandone i beni coi soldi ricavati vendendo beni a noi.
2. I tassi di inflazione dell’eurozona non convergono. Dal 2000 al 2007 la Germania ha avuto l’inflazione media più bassa (1.6%) del resto dell’Europa. All’estremo opposto Irlanda (3.4%), Grecia (3.2%), Spagna (3.1%) e Portogallo (2.9%) hanno avuto l’inflazione più alta: a causa di tale squilibrio, la competitività è diminuita, le importazioni di beni dai paesi “virtuosi” dell’eurozona sono aumentate, le esportazioni diminuite. Per finanziare il deficit estero i PIGS hanno fatto ricorso al credito dei paesi virtuosi, e il resto è storia, aumentando così i propri disavanzi. La figura mostra come nei PIGS l’indebitamento estero si sia mosso in simmetria con lo scarto fra prezzi interni e prezzi tedeschi: a maggior inflazione cumulata corrisponde maggior indebitamento estero (in maggior parte privato).

Proviamo a spiegare questi due ultimi macro-effetti
Un paese è in surplus quando i suoi beni sono molto richiesti. In una situazione “normale” di mercato (quella che propongono gran parte degli economisti come situazione “classica”), la maggiore domanda a favore dei beni e del lavoro dell’industria dovrebbe condurre a corrispondenti aumenti salariali e quindi in una spinta ai consumi. In tal modo, la spinta si diffonderebbe anche agli altri comparti che non hanno sperimentato rialzi di efficienza, determinando un riequilibrio complessivo tra i vari comparti produttivi e un aumento generale della produttività. In pratica, il rialzo delle retribuzioni, attivato dal settore beneficiario del boom di produttività, sarebbe il motore del riequilibrio complessivo che porterebbe a una generale redistribuzione delle ricchezze, oltre che a meccanismi di inflazione e di rialzo dei prezzi, in virtù di una maggiore disponibilità di liquidità da parte dei consumatori (questo meccanismo prende il nome di rivalutazione reale).
Se in più il paese ha una valuta propria, il cambio si apprezzerà perché la valuta dell’esportatore viene domandata per acquistarne i beni: si chiama rivalutazione nominale.

Le cose, in Germania, sono andate in senso esattamente opposto.
Il salario industriale, non solo non è aumentato man mano che la produttività aumentava, ma al contrario è sceso in maniera paurosa: del 14,5 per cento in rapporto al valore del prodotto medio del lavoro tra il 2002 e il 2007. Questo fenomeno si chiama: “compressione dei salari”. Ha come unico scopo quello di massimizzare i profitti per i proprietari delle industrie manifatturiere a scapito della retribuzione dei propri operai.
L’aggiustamento dovuto all’aumento di produttività, infatti, avrebbe richiesto, tenuto conto dei divari settoriali di produttività, una dinamica dell’inflazione relativa tedesca quasi speculare a quella osservata.
Dal momento che al contrario, le retribuzioni e i prezzi tedeschi sono scesi del 10 per cento circa rispetto ai partner europei, è evidente che la Germania ha creato a tavolino un fenomeno di deflazione concorrenziale, che ha minato l’intero equilibrio macroeconomico europeo.
In assenza di un apprezzamento reale in Germania, ovvero di una spinta inflazionistica, l’onere del riequilibrio è caduto per intero sui paesi dell’euro, che sono stati chiamati a confrontarsi con questa distorsione deflattiva, abbassando prezzi e salari sotto i livelli dell’economia tedesca.
Questa esigenza di correggere lo squilibrio con l’economia tedesca ha spinto, tra l’altro, i paesi dell’euro a fare simmetricamente quel che è stato realizzato in Germania, emulandone l’espansione sbilanciata nella manifattura e trascurando la produttività negli altri settori. È un’evoluzione quasi obbligata, ma catastrofica. In un’economia in cui la spesa dei cittadini è orientata per circa il 60 per cento in servizi, distribuzione e public utilities, a bassa efficienza e scarsamente sostituibili con importazioni, questa rincorsa alla manifattura ha rappresentato un ulteriore meccanismo di indebitamento.
Il risultato è che Germania ha infatti guadagnato quindi in termini di competitività, e non solo “nei confronti degli altri paesi maggiormente avanzati, ma anche verso gli stessi altri membri dell’Eurozona”. La bilancia dei pagamenti tedesca, che prima versava in una condizione di “lieve deficit” è passata a una condizione di “forte surplus”, mentre a perdere in termini di competitività sono stati soprattutto paesi europei che sono stati salvati, come Grecia e Irlanda. Idem per il Portogallo, che ha pagato anch’esso lo scotto di una minore competitività. Il prossimo grafico mostra chiaramente come al forte surplus tedesco corrisponda un deficit di segno opposto nei paesi periferici.

In base a questo grafico, tra l’altro, il New York Times (non certo un organo marxista), ha affermato la bilancia commerciale tedesca non sarebbe così in salute come ora se al posto dell’euro ci fosse ancora il marco.
Senza contare il fatto poi che la Germania, negli anni, ha anche ricevuto diversi sussidi governativi, visto che molti flussi bancari si sono riversati nel paese: di fatto, molti flussi sono usciti dalle banche periferiche in quanto considerate poco affidabili nelle banche tedesche: e la stessa crisi dei Piigs ha portato gli investitori a fare incetta di titoli di stato tedeschi.
Il prossimo grafico mostra come i flussi di depositi che le banche tedesche hanno ricevuto l’anno scorso, a spese delle banche dei paesi periferici.

In pratica, negli ultimi vent’anni, la politica industriale ed economica tedesca si è basata su una deflazione competitiva (che equivale a una svalutazione reale competitiva) che ha scaricato sui paesi periferici i costi di tale squilibrio trasformando l’eurozona in un gioco a somma nulla: da una parte c’è stato un piccolo pool di stati che produce ed esporta (Germania in testa), dall’altro c’è stato e c’è ancora un ampio pool di stati che al contrario ha importato beni tedeschi e si è indebitato sempre di più. Il nucleo, in pratica, si è alimentato a spese della periferia, giocando sull’assenza di un’adeguata politica monetaria, fiscale e politica europea, causando il dissesto finanziario dei paesi periferici, e creando in tal modo quantità incredibile di debito.

La Germania è veramente preoccupata della tenuta dell’euro?
In uno scenario simile la preoccupazione principale dei tedeschi non verte principalmente sul mero pericolo di un default e di una svalutazione da parte dei paesi periferici.
Da una parte infatti simili eventualità darebbero svariati problemi alla Germania, poiché, di fatto, infliggerebbero un duro colpo alle banche tedesche che hanno nella propria pancia titoli di stato dei PIIGS e dunque sarebbero costrette a ridurre i prestiti alle imprese tedesche, riducendo quindi la competitività di queste ultime.
Dall’altra, però, un’eventuale svalutazione concentrata nei paesi periferici (ovvero una serie di default localizzati su stati periferici e conseguenti uscite dall’euro) ridurrebbe il valore dei capitali situati nei paesi periferici, e quindi darebbe occasione ai capitali tedeschi di effettuare “shopping a buon mercato” nel Sud Europa: dalle isole greche alle banche italiane, le opportunità di acquisizione estera diventerebbero innumerevoli. In altre parole, una eventuale esplosione della zona euro non interromperebbe il processo di centralizzazione dei capitali e la connessa “germanizzazione” europea, anzi probabilmente l’accellerebbe.
I veri timori, in Germania, sono altri. Il vero problema tedesco è capire quali saranno gli effetti della caduta della moneta unica sul mercato unico europeo. La preoccupazione reale espressa dalla Merkel è che i paesi periferici estromessi dall’euro si vedano a un certo punto costretti anche a introdurre controlli sui movimenti di capitali e al limite di merci. Questo costituirebbe un enorme problema per la Germania, che come abbiamo visto ha fondato da decenni la propria strategia di sviluppo su esportazioni realizzate in larghissima misura in Europa, grazie agli acquisti a debito effettuati dai paesi periferici oggi sotto attacco.
D’altronde lo stesso Anton Boerner, il presidente dell’associazione esportatori tedeschi, qualche giorno fa, ha lanciato un chiaro messaggio politico: “La Germania può senz’altro vivere senza l’euro, a patto che il mercato resti libero”.

Dunque c’è una situazione di stallo chiaramente visibile, anche se non raccontata dai media.
Da una parte abbiamo i Paesi vulnerabili semplicemente non sono in grado di eliminare solo con le proprie forze il rischio di illiquidità o il rischio di frattura dell’euro. A questi paesi viene richiesta una politica di austerità aggressiva che inevitabilmente indebolirà l’economia, penalizzando il Pil, abbassando ulteriormente il costo del lavoro e deprimendo i consumi, Il problema è che se tali politiche di “tagli” non riuscissero a incidere sul differenziale di inflazione, i sacrifici sarebbero vani, perché persistendo lo squilibrio esterno proseguirebbe l’accumulazione di debito privato (a fronte di riduzioni del debito pubblico rese modeste dal rallentamento della crescita, e vanificate periodicamente dalla necessità di salvare la finanza privata). Ma anche se i tagli avessero successo, riportando l’inflazione dei paesi periferici in linea o leggermente al di sotto di quella della Germania, la risposta tedesca non si farebbe attendere: ulteriori ribassi competitivi dell’inflazione, come sperimentato anche nel passato recente, e così via. Tale tipo di approccio, quindi, più che rafforzare la credibilità la penalizza.
Dall’altra parte abbiamo un piccolo insieme di paesi leader, con Germania in testa, che hanno fondato la propria crescita sulla debolezza dei paesi periferici, imponendo scelte economiche di lungo periodo proprio a partire da quelle scelte.

Per evitare quindi un ulteriore avvitamento nella spirale recessiva, logica imporrebbe che si adottassero due misure.
In primo luogo bisognerebbe intervenire sul debito stampando moneta. La Bce dovrebbe acquistare quantità illimitate di titoli riducendo la volatilità e riportando i rendimenti ai livelli pre-crisi. Non di tutti i Paesi, solo di quelli, come Italia e Spagna, che non sono insolventi. In realtà probabilmente sarebbe sufficiente che la Bce annunciasse l’intenzione di stabilizzare i rendimenti a un determinato livello: di acquisti veri e propri ne dovrebbe fare pochi.
In secondo luogo bisognerebbe colmare in gran parte il divario di competitività che si è venuto a creare tra paesi “virtuosi” e i paesi della periferia.
Ma come la Germania sa bene, data la sua storia nell’ultimo decennio, la realizzazione di quest’ ultimo obiettivo sarebbe molto più facile se nei Paesi periferici ci fosse un’inflazione relativamente alta. In pratica la Bce, nei prossimi anni, dovrebbe cercare di garantire una domanda sufficiente ad agevolare il miglioramento di competitività di cui in questo momento i Paesi della periferia hanno bisogno.
Tale soluzione però minerebbe agli interessi della Germania, che proprio su tali dislivelli ha costruito un impero.
L’unica terapia sarebbe quella di indurre la Germania a sostenere la propria crescita con la propria domanda interna, espandendo i consumi, anziché, come ha fatto finora, con la nostra domanda, espandendo le esportazioni. Il problema è che tale soluzione può essere portata avanti, anche senza l’euro, a patto però che si garantisca l’esistenza del mercato unico europeo. Per cui la Germania ha tutto l’interesse a frenare la possibilità che la Bce stampi moneta fino a che questo non si riduca in una ridefinizione del mercato unico europeo.

Quali sono le opzioni sul piatto?
Al momento convergono tutte verso una copertura del debito dei paesi che stanno subendo l’offensiva dei mercati.
Le modalità presentate sono essenzialmente due: il fondo salva stati o gli eurobond.
Nel caso del fondo salva stati, l’idea di fondo è stata quella di creare un fondo comune attraverso cui chiedere soldi al mercato per difendere i titoli di stato dall’attacco dei mercati. Naturalmente questa ipotesi presenta più di un problema logico. Ne abbiamo discusso in un nostro recente articolo.
Nel caso degli eurobond, si tratterebbe di mettere in un pozzo unico tutto il debito dei Paesi dell’euro e garantirlo grazie alla forza dei Paesi virtuosi, quelli a tripla A (Germania, Olanda, Austria, Finlandia, Lussemburgo e, per ora, Francia), cioè finanziariamente più solidi e fino adesso solo in parte toccati dal contagio della crisi. A onor del vero, questa è stata la prima formulazione, a cui se ne sono aggiunte molte altre.
Ce n’è una in particolare, molto più articolata, che è quella che sembra essere preferita da Bruxelles.
Essa prevede di mettere in comune solo il 60 per cento dei debiti di ogni Paese, per i quali verrebbe emesso un bond blu garantito da tutti i 17 membri dell’Eurozona, per lasciare il resto nella forma di obbligazioni nazionali (bond rosso). In questo modo, però, gli Eurobond rossi rischierebbero di essere immediatamente considerati dai mercati come titoli spazzatura, in sostanza intoccabili (questo, per dire, varrebbe per metà del debito pubblico italiano, oggi al 120 per cento). Inoltre, il Trattato di Lisbona vieta trasferimenti di bilancio tra un Paese e l’altro dell’Eurozona. Un Eurobond, invece, significherebbe che la Germania dovrebbe garantire la solvibilità di tutti: cosa che porterebbe probabilmente la stessa Berlino a perdere la tripla A e a dovere rinunciare ai suoi privilegi. Naturalmente la Germania ha già detto no.

Ma serve realmente a qualcosa che la Bce emetta gli eurobond?
Al punto in cui siamo arrivati, servirebbe a poco. Come del resto serve a poco che fosse il Fondo Salva-Stati a comprare il debito, ammesso che trovi i fondi necessari per farlo dal mercato..
Questo tipo di “manovre” o di “salvataggi”, infatti, intervengono sulla finanza pubblica, a valle di uno squilibrio reale privato, lasciando inalterato quest’ultimo.
L’acquisto di titoli pubblici è un palliativo che non risolve i problemi di competitività (causati da diversità strutturali dei mercati del lavoro), né quelli del debito privato (causato dagli sbilanci esteri), né tanto meno quelli derivanti da una finanziarizzazione estrema del capitalismo che oramai genera debito a mezzo di debito.
Un intervento di questo tipo non sarebbe altro che un semplice trasferimento tra possessori di debiti sovrani, non una cura: quindi gli investitori privati resterebbero lontani. Del resto la storia della Grecia parla chiaro: la Bce ha comprato circa il venti per cento del debito greco senza che l’effetto di riduzione dei tassi d’interesse sui titoli di Atene si sia visto.
Anzi, si potrebbe anche argomentare che, dal momento che i paesi periferici hanno tassi di inflazione più elevati, il livellamento dei tassi nominali su cui si basano tali manovre, porterebbe in questi paesi a tassi reali più bassi di quelli del nucleo, e al limite negativi, con il rischio di innescare ulteriori bolle immobiliari o comunque una ulteriore espansione del debito privato.

Qual’è la partita che sta giocando Berlino in questi giorni?
Quella di ridefinire il governo economico e politico dell’Europa, ancorandolo ancora più saldamente alla Germania, in modo da poter gestire in maniera più agevole il controllo su un’area che conta circa 500 milioni di persone.
In questo momento si stanno vagliando molte ipotesi.
Qualcuno ha proposto la creazione di un ministero delle Finanze europeo. Berlino chiede regole rigide di stabilità finanziaria e sanzioni automatiche — cioè non politiche e comminate dalla Corte di Giustizia—per chi non le rispetta. In un quadro del genere, nel quale tutti accettano la filosofia e le norme della stabilità finanziaria tedesca e rinunciano a una politica economica nazionale, la signora Merkel sarebbe probabilmente disposta ad accettare Eurobond, a quel punto rappresentativi di un’area economica e finanziaria integrata, emessi da un Fondo monetario europeo. Ciò comporterebbe enormi perdite di sovranità nazionale, dal momento che la politica economica e finanziaria è uno degli elementi cardine dell’esistenza di uno Stato.
In quest’ottica il Fondo Salva Stati sarebbe dovuto servire da tampone temporaneo mentre si arrivava alla definizione di un governo economico dei 17.
La sfiducia nel Fondo Salva Stati ha rallentato questo iter. La Germania, comunque, tra qualche settimana, proporrà al Consiglio europeo del 9 dicembre di varare una Convenzione, tipo quella che ha elaborato il Trattato di Lisbona, della durata di un anno che decida i cambiamenti necessari per questo spostamento di sovranità.
Dopodiché i 27 Paesi della Ue dovrebbero ratificarli. Probabilmente questa ratifica sarà possibile solo se sarà accompagnata da un’immensa campagna mediatica favorevole che giustifichi tale scelta e che smorzi le proteste che probabilmente esploderanno in tutta Europa.

Quali sono le incognite?

  1. La portata della recessione I dati sul calo di ordinativi dell’industria mostrano che la gerarchia industriale imposta negli ultimi anni dalla Germania – che ha trasformato in «contoterzisti» molti produttori dei paesi confinanti o quasi, comincia ora a incontrare seri limiti. Le possibilità di esportare verso la Cina grandi macchinari (centrali a carbone, intere linee produttive, ecc) si scontra in questo momento con il rallentamento della crescita del celeste Impero, causata proprio dalla riduzione delle importazioni europee e statunitensi. La riduzione del potere d’acquisto del lavoro dipendente – che accomuna sia gli americani che gli europei ha ridotto i consumi ritorcendosi contro il funzionamento del sistema globale. Proprio ieri l’Hong Kong and Shanghai banking corporation (Hsbc) ha reso noto che l’attività dell’industria cinese si è ulteriormente contratta in novembre. Il Purchasing manager index (Pmi) chiuderà novembre a livello 48, tre punti sotto i 51 fatti registrare in ottobre; ma sotto anche la soglia dei 50, che separa tradizionalmente le fasi espansive da quelle recessive.
  2. La Cina. Ufficialmente, il rapporto debito/PIL cinese non va oltre al 19,1%. Secondo l’agenzia di rating Moody’s, però, a questo dato andrebbe aggiunto il debito degli enti locali. In Cina, agli enti di secondo livello sono infatti assegnati sia il finanziamento che il funzionamento di buona parte delle funzioni tipiche del welfare state, come pensioni, assistenza sanitaria e istruzione.
    Inoltre, con l’inizio della crisi, alle istituzioni locali è stato demandato il compito di costruire una domanda interna che potesse colmare la diminuzione dell’export, tramite l’utilizzo delle classiche leve keynesiane di spesa pubblica. Per ottenere il credito necessario, le autorità locali cinesi, in perenne competizione tra loro, hanno quindi costruito complessi e pericolosi schemi finanziari con i soldi forniti dalle grandi entità bancarie pubbliche. Il risultato è un debito statale localizzato che ammonterebbe complessivamente al 29,5% del PIL cinese. E, sempre secondo Moody’s, buona parte di questo debito sarebbe di pessima qualità. Il fatto che Moody’s sia a maggioranza gestita da capitali americani, però, getta più di un’ombra sulla veridicità di tali affermazioni.
    La verità è che quelle cifre sul rapporto Debito/Pil cinese sono tutte falsate dal rapporto tra dollaro e Yuan. Attualmente infatti il tasso di cambio tra yuan e dollaro non corrisponde agli attuali rapporti di forza tra Cina e resto del Mondo. Il rischio, per l’elite al potere in Cina, è quello di essere costretti a dover apprezzare massicciamente lo Yuan per sciogliere almeno parzialmente le tensioni sui mercati monetari internazionali e favorire una ripresa “atlantica”.
    Ciò comporterebbe una significativa variazione del rapporto tra attivi esteri da svalutare e stock di debito interno rivalutato (se espresso in dollari). Con sullo sfondo, il rischio di una nuova diminuzione dell’export oltre che di una saturazione nel breve periodo del mercato interno; come dimostrano i timori espressi sia dalle agenzie di rating che da parte dell’intellighenzia cinese rispetto al possibile scoppio di una bolla del mercato immobiliare, ormai prossimo alla saturazione.
  3. La portata reale del debito. I dati sul debito pubblico globale in scadenza, riportati anche dal sole 24 ore di mercoledì 23 novembre, riportano una cifra pari a 52 miliardi di dollari. Questi dati, però, sono relativi soltanto dell’enorme ammasso di debito pubblico globale, ma dimentica la massa dei “prodotti derivati” (600.000 miliardi!) messi in giro dai “privati” (le banche, di fatto), e a tutti gli effetti da registrare come “debito”. Gran parte di questo debito privato presenta alti livelli di rischiosità (è molto probabile cioè che siano carta straccia). Le banche europee sono molto esposte verso questo debito “privato”. Al momento nessuno sa a quanto ammonti veramente il debito che grava sull’Europa e sul resto del mondo.

Perché gli investitori non stanno comprando più il debito tedesco?
Le proposte del governo di Berlino presentano difficoltà enormi e di tempi lunghi. Per coprire gli anni necessari all’operazione senza che nel frattempo crolli l’euro – dicono a Berlino – bisognerà da una parte usare il fondo salva-Stati da 440 miliardi rafforzato e dall’altra tenere alta la pressione sui governi ad alto deficit o alto debito, per dare ai mercati il senso che in tutta l’eurozona è iniziata la convergenza verso conti pubblici virtuosi.
Nel frattempo, la Merkel dovrebbe riuscire a convincere i popoli di 27 stati a concedere parti enormi della propria sovranità, in cambio di un salvataggio effimero, basato su politiche di sacrifici enormi, con lo spettro che i sacrifici imposti, in alcuni casi, possano comunque fallire. In questo caso, l’eurozona si troverebbe di fronte a tre possibili scenari, tutti sgradevoli: uno Stato membro in perenne depressione economica, uno Stato membro tenuto in vita artificialmente a tempo indefinito, o uno Stato membro che esce dall’euro.
In tutti questi scenari, la tenuta dell’euro e la tenuta del mercato unico sembrano molto complesse. Ci sono tutti i numeri perché l’attuale crisi di liquidità si trasformi in crisi di solvibilità e che la recessione nei prossimi mesi si ingigantisca.
Nessuno, al momento, può capire se la Germania riuscirà a tenere in piedi il mercato unico, anche a costo di perdere l’euro, è una partita troppo complessa e per certi versi poco chiara.
Nel dubbio allora conviene disinvestire, anche perché una possibile caduta dell’euro potrebbe essere utilizzata anche come mezzo per far cadere dei grossi gruppi finanziari legati agli States che a causa dei cds sul debito dei Piigs, sono legati mani e piedi alla solvibità dei paesi periferici e quindi per colpire l’America.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Centro Popolare Experia
24 novembre 2011


News ultim’ora: “Piano segreto Merkel-Sarkozy per cambiare subito i trattati Ue” (da Repubblica.it)


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  1. complimenti per l’esaustività e la chiarezza Daniele. Cionondimeno e cercando di essere per quanto possibile sintetici. Tu parli di una sorta di dumping attuato dalla Germania attraverso una politica interna deflazionistica. Per fare ciò avrebbero accresciuto la produttività senza un’adeguata redistribuzione salariale. Sottaci però che proprio la Germania, grazie ad un’attenta politica sindacale compartecipativa, ha garantito hai propri operai stipendi medi assai più alti che in qualunque altra parte in Europa. Forse rispetto all’aumento di produzione potevano aumentarli ulteriormente, ma quale operaio italiano ha un salario di 2500 euro mensili??? Inoltre, come la poni tu, sembra che i prodotti tedeschi giungano in altri Paesi dell’area euro sotto prezzo e che riescano ad affermarsi grazie a questo. Ma a te risulta che i prodotti Siemens, o le varie marche automobilistiche (comprese quelle di fascia medio bassa) o altra tecnologia (tipo i pannelli fotovoltaici), o i pneumatici Continental o altro roba tipo Wurth costino meno rispetto ai prodotti italiani o francesi? Ti assicuro che non è così, anzi. Sono mediamente più cari, ma anche di qualità eccellente e tecnologicamente avanzati. Sono l’unico Paese europeo che riesce a non patire troppo il dumping cinese e, soprattutto, delocalizzano assai meno che in altri Paesi. Siemens, ad esempio, è rimasta dov’era ed i suoi manager non hanno di certo ragionato come il “nostro” Marchionne, “tedesco” a corrente alternata (in realtà, più che altro, cinoamericano). Inoltre, dimentichi secondo me due aspetti. In primo luogo la signora Merkel sa bene che al proprio elettorato di riferimento non va proprio giù il fatto di soccorrere Paesi con alto livello di corruzione, evasione fiscale, controllo dell’economia da parte della criminalità, ecc. ecc. ecc. Inoltre, i tedeschi ricordano bene la goccia che fece traboccare il vaso verso il nazismo all’epoca di Weimar: una devastante iperinflazione. Per loro questo è una sorta di tabù psicologico. Inoltre, a mio personalissimo parere, un’inflazione determinata da crescita della domanda è un fatto fisiologico e, quindi, in una certa misura sano. Se però in un periodo recessivo pensiamo di risolvere la faccenda facendo crescere i prezzi l’unico vero effetto è la stagflazione, vale a dire povertà diffusa per anni. Paragonare la BCE alla Federal Reserve non ha molto senso. L’Europa non ha alcuna uniformità di politiche fiscali e di bilancio. E quindi, come è mai pensabile che possa avere una banca centrale che stampa moneta. Come accidenti dovrebbe fare? Come farebbe a regolarsi quando ognuno va per la propria strada quanto a fisco, politica dei redditi e di bilancio. Prima devono uniformarsi questi fondamentali aspetti e poi possiamo stampare moneta. Fare il contrario mi pare una follia, sebbene ultimamente stia di fatto avvenendo, senza concludere molto, ovviamente. Tutti stanno a farla complicata sulla faccenda della cessione di sovranità. Ma o diventiamo una sorta di Stato federale oppure non possiamo pensare di andare a pietire moneta alla Bce quando nessuno ci presta più un euro. Non ha semplicemente senso. Pare, infatti, che vogliano seguire questa strada: prima un blocco francotedesco che condivide regole fiscali e di bilancio, e via via gli altri paesi, se ritengono e se sono in grado, si aggregano al gruppo uniformandosi. Molti grideranno e sbraiteranno su questo. Ma se non ci si uniforma attorno a regole serie e condivise, come si può pensare ad un Europa solidale? Devono essere certamente i popoli ad eleggere il governo, ma non si può immaginare alcuna unità se i governi sono 25 ed ognuno applica politiche fiscali e di bilancio arbitrarie, quali che esse siano. In ultimo, non credo che la Germania miri semplicemente ad un mercato libero. Tu scrivi che la manifattura tedesca si è affermata grazie a misure deflazionistiche scaricandone il prezzo sui salari, ma fuori dall’euro la svalutazione delle monete nazionali sarebbe ben superiore a qualsivoglia deflazione attuata ad arte. Se si tornasse alla lira, in poco tempo una Polo o una Golf costerebbero in Italia, in proporzione alla capacità di acquisto, quanto oggi una Audi top class. Questo sarebbe devastante per la Germania, mercato libero o meno.

  2. Dimenticavo. La faccenda dei disavanzi della bilancia commerciale non la possiamo confondere tout court con l’indebitamento sovrano. Uno Stato può avere un’ottima bilancia commerciale, ma allo stesso tempo un debito pubblico molto alto, o viceversa. L’Italia ha tutto sommato una buona bilancia commerciale, ma un notevole indebitamento pubblico. E’ vero che se la prima peggiora diminuisce il pil e, quindi, le entrate dello Stato. Ma non direi che i debiti sovrani siano andati in tilt perché la Germani ha giocato a dadi con la bilancia commerciale altrui. Mi pare un po’ azzardato.

  3. Ciao Luciano, ti ringrazio per la risposta 🙂 vista la lunghezza degli interventi, provo a puntualizzare solo alcune cose, in maniera (spero breve).

    Probabilmente dall’articolo non si evince chiaramente quello che secondo me è il dramma tedesco: leggendo l’attuale dibattito economico nelle riviste di settore tedesche, risulta abbastanza evidente che esistono due gruppi di potere divergenti.
    Da una parte (come dici anche tu, nella parte finale) c’è un gruppo di interessi che ha bisogno di un’eurozona per continuare ad avere un mercato interno e un livello di inflazione capace di permettere un dato livello di crescita aggregata. Dall’altra invece c’è un altro gruppo di interessi che possiede i capitali e le alleanze per “fare shopping” a buon mercato di capitali stranieri svalutati nel caso di un crollo dell’eurozona e che quindi spingono verso un collasso di essa, proponendo allo stesso tempo misure capaci di non ridurre la circolazione di merci e capitali al suo interno.

    Per non scendere troppo nel complicato, penso che i due gruppi d’interesse siano espressioni politiche ed economiche di gruppi geopolitici molto più ampi che di fatto al momento sono entrati in una fase di stallo decisionale (pieno di azioni confliggenti) .

    Questa fase di stallo inevitabilmente si riflette sulle scelte della Merkel che, a mio parere, tenta una mediazione molto complessa tra queste due ipotesi di fondo, percorrendo all’interno di tale mediazione diverse strade: il pilotaggio delle decisione dell’Eba, la ristrutturazione del debito greco a fronte delle problematiche relative ai cds, l’introduzione del fondo di stabilità, la scrittura di un nuovo trattato di stabilità, la continua riconfigurazione dell’europa a due velocità e lo studio continuo dei meccanismi mediante i quali dei paesi possano uscire dal(e rientrare nel) euro.

    Nel frattempo, però, la crisi di liquidità si sta acuendo e presto diventerà crisi di insolvibilità. Al momento, mi pare che questo dato non sia correttamente valutato da molti analisti economici nostrani, mentre al contrario è tenuto in considerazione con sempre maggiore frequenza nei report di molti istituti finanziari (sebbene in molti casi, sia presentato come worst-case-scenario). Se vai a leggere queste ultime analisi, però, ti accorgerai che tutte danno per scontato che l’esplosione dell’eurozona si tradurrà in uno “spezzatino valutario” (ovvero il ritorno alla dracma, alla lira, etc), senza mai prendere in considerazione molte altre possibilità come per esempio: la creazione di nuove alleanze monetarie tra i paesi periferici, la creazione di possibili cartelli tra i paesi virtuosi, la creazione di meccanismi di regolazione dei flussi di capitali e merci in maniera non bilanciata, etc. A mio avviso, queste sono tutte possibilità che influenzerebbero in maniera determinante le dinamiche di fuoriuscita dall’euro e di ristrutturazione del debito.

    A mio avviso quindi tali studi vanno letti per quello che sono: ovvero segnali di una crescente convinzione dell’incapacità dell’euro di far fronte alla propria crisi di liquidità e della possibile riconfigurazione di tutta un’area geopolitica all’interno di un quadro economico mutato.
    In questo scenario, la Germania non è altro che un attore come tanti altri – e forse neanche il più importante.

    Per quanto riguarda il problema della cessione di sovranità, quest’ultimo secondo me è forse il dato più interessante di tutti questi i mesi, perché ritengo sia connesso a una nuova tendenza in seno al capitalismo che qualcuno ha già definito: postdemocrazia.

    Ma qui il discorso si fa troppo lungo e sono soltanto le due del pomeriggio di una lunga domenica assolata che è veramente un peccato trascorrere interamente davanti al pc.

    😀

    Daniele

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