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Posted by on 3 Set 2015 in collettivo experia, slide | 1 comment

IL FILO SPINATO DELLO SFRUTTAMENTO

IL FILO SPINATO DELLO SFRUTTAMENTO

 

L’immigrazione è una frattura dolorosa per chi si lascia alle spalle il proprio paese, distrutto dalla guerra, devastato dalla miseria e infine svuotato di intere generazioni.
La Sicilia e le regioni del Sud del paese portano ancora oggi le ferite profonde delle emigrazioni che dagli inizi del secolo scorso, poi nel dopoguerra e fino a oggi, in flussi più o meno copiosi ma costanti hanno visto interi territori svuotarsi e i propri abitanti partire per andare a spezzarsi la schiena nelle miniere del Belgio, negli altoforni della Germania, nelle catene di montaggio di Mirafiori o nelle acciaierie lombarde.

Forza lavoro semianalfabeta, disadattata, ghettizzata e respinta, che si è riversata nel mercato del lavoro delle economie sviluppate, creando concorrenza al ribasso, abbassando il costo del lavoro o vivendo ai margini della società, aumentando degrado e delinquenza se rimasta disoccupata.
Dall’inizio dell’era moderna, le migrazioni economiche hanno attraversato l’Occidente: partendo da aree economicamente depresse verso i paesi protagonisti di uno sviluppo capitalistico ruggente, dall’Irlanda devastata dalle carestie verso gli Stati Uniti, dalle ex-colonie come l’India verso il Regno Unito e dai potentati dell’Africa subsahariana verso i Paesi Bassi ecc.

Manovalanza necessaria a costruire il nuovo impero dei grossi gruppi industriali, a sostenere la cavalcata del capitalismo occidentale, velocemente e al prezzo più basso.

 

Una crescita economica che ha subito diverse fasi di contrazione o di arresto, assolutamente intrinseche a un sistema basato su sfruttamento e profitto e sempre risolte con la creazione di conflitti, guerre civili, aggressioni imperialiste.
Le crisi economiche nei paesi del benessere vengono affrontate con l’esportazione di queste crisi per sostenere l’industria bellica e il suo grande indotto, per depredare nuove risorse, cercare più carbone prima, più petrolio poi e più gas adesso.

Dalla Siria della guerra civile sostenuta e finanziata dai nostri governi, dall’Afghanistan bombardato dai nostri eserciti, dalla Nigeria prosciugata del suo petrolio dalle nostre industrie migliaia di persone, famiglie e giovani uomini e donne, sono costretti a spezzare ogni legame con la propria terra e attraversare i continenti per sopravvivere.
Il loro primo approdo è il Sud Europa devastato dalla crisi economica, la loro meta finale i paesi del Nord Europa a cui le braccia di proletari tedeschi, belgi, italiani, spagnoli, ghanesi e bulgari hanno permesso di ottenere economie salde.

Se scampano al mare, alle tempeste e agli scafisti, arrivano nel nostro paese: le leggi europee che pretendono di regolare le migrazioni li trattengono dal continuare il loro percorso verso la Germania, la Svezia, la Francia, verso i ricongiungimenti familiari e li obbligano a rimanere sul territorio in cui sono sbarcati.

Quello che ci hanno sempre presentato come una criticità, un’emergenza è stato in realtà il più grosso business degli ultimi anni. Come dire, trovato il problema, fiutato l’affare: mafia, politica e perfino quella destra che gridava all’invasione barbarica hanno sapientemente costruito un sistema criminale capace di proliferare assorbendo enormi flussi di denaro ipocritamente stanziati dall’UE per l’accoglienza ai migranti, creare galere a cielo aperto e guadagnare sulla pelle dei profughi.

Il CARA di Mineo, mega-riserva in cui confinare in lunghissime attese persone di svariate nazionalità è diventato il buco nero di centinaia di migliaia di euro: soldi pubblici che arricchiscono apparati di potere (Compagnia delle Opere) vicini a uomini di governo (come Alfano e Castiglione) ma anche della lega delle cooperative legate al PD. Soldi che i migranti (rifugiati e non) non vedranno mai, perché continueranno a dormire in letti sporchi, a mangiare cibo scadente, a non vedere riconosciuti i loro diritti all’assistenza legale o all’inserimento in un lpercorso di formazione decente.

Il CARA è inoltre un bacino sempre colmo di manovalanza disponibile alla schiavitù nelle campagne, un ghetto degradato in cui, come in una piccola città, lo sfruttamento, la piccola criminalità, la prostituzione hanno proliferato.
Una favela come quelle delle megalopoli, costruita però accanto a dei piccoli centri urbani di poche migliaia di abitanti, che ha creato l’aumento di piccoli furti, lo scontro con la criminalità operante nel territorio e una generale sensazione di insicurezza per i residenti.

L’orrendo omicidio a Palagonia di una coppia di anziani di cui è accusato un ospite del CARA è deflagrato come una bomba in un’estate già caldissima per i numerosi naufragi e le centinaia di morti, gli scontri alle frontiere in Macedonia, i flussi inarrestabili attraverso l’Ungheria.
Un crimine ingiustificabile che ha lasciato tutti sgomenti e che ha fornito la benzina per la destra xenofoba di Salvini, Grillo e Meloni e per i fascisti di CasaPound e Forza Nuova pronti a saltar fuori a comando quando fiutano l’occasione, per incendiare gli animi esasperati di lavoratori, disoccupati, famiglie stremate dalla crisi e indicare il colpevole in un’intera categoria di nemici.

La stessa destra di Maroni che ha voluto il CARA, la stessa destra che ha preso i voti in cambio di posti di lavoro e appalti all’interno del CARA, la stessa destra che pianifica nuovi centri per migranti, nuove barriere, nuovi ghetti per creare emarginazione e povertà, per mettere in competizione il bracciante migrante che accetta di lavorare nei campi a 1 euro l’ora contro il bracciante palagonese che pretende un paga dignitosa e per questo viene lasciato a casa dai caporali e dai padroni.

Per questo l’immigrazione nel 2015, nell’Europa della BCE e di Frontex, è un fenomeno che gronda sangue e scuote le classi povere che già vacillano sull’orlo del baratro economico.

Parliamoci chiaro: fermare questa ondata migratoria è, come già in passato, impossibile.

 

Se in Siria non ci fosse una sanguinosa e sporca guerra, se l’Africa intera non fosse compromessa e interdetta a sviluppo e benessere per i suoi abitanti, nella nostra Europa avvolta dal filo spinato ci verrebbero in pochi, né a costo della vita su bagnarole sovraccariche né probabilmente su un comodo aereo di linea.

Questo filo spinato che si moltiplica intorno ai migranti, nel tentativo spesso ridicolo di arrestarne il viaggio, è già dipanato da tempo nelle nostre città: ci nega ogni giorno di più l’accesso ai servizi sociali, agli ospedali, ci allontana dai diritti conquistati dai lavoratori e che ora ci sono stati sottratti, ci abbassa gli stipendi, ci costringe ad accettare paghe da fame (600 euro al mese per 54 ore settimanali, ce lo ha raccontato ieri un’amica reduce da un colloquio di lavoro) ci rende proibito il sogno di costruire un’indipendenza economica, una famiglia, dei figli da mantenere e da far studiare. Si avvita intorno al collo dei lavoratori, dei precari, di chi perde la casa, di chi è travolto dai debiti.

Chi è allora il vero nemico?
Saranno i profughi che arrivano scalzi sulle spiagge della Grecia o la Troika che ha imposto sotto ricatto una macelleria sociale al popolo greco?
Sono gli Eritrei che sbarcano a Catania e a Pozzallo con la morte negli occhi o i padroni che ci tengono in nero, ci assumono a progetto, ci licenziano per andare a guadagnare di più in Romania?!

È arrivato il momento per gli sfruttati di tutte le nazioni di rompere le catene che li legano, di tagliare il filo spinato che li separa e costruire insieme una società equa che garantisca dignità e sicurezza ai lavoratori italiani come a quelli tunisini, che garantisca istruzione e futuro ai giovani greci come a quelli somali, che sottragga le donne rumene come quelle nigeriane alla violenza e alla sopraffazione, che consenta alle famiglie francesi come a quelle siriane di vivere in pace nella terra dei loro padri o ovunque vorranno.

 

Collettivo Experia Catania
3 settembre 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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