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I mercati iniziano a scommettere anche contro la Germania

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I mercati iniziano a scommettere anche contro la Germania

Difficile credere che si tratti soltanto di un fenomeno isolato. E’ molto più probabile che si tratti di un segnale di cambiamento di tendenza ed è un segnale che è impossibile prendere sottogamba. Malgrado nessuno lo dica ancora apertamente, i mercati hanno iniziato a scommettere pesantemente anche contro Berlino. Nell’ultima settimana, Hedge fund, grandi investitori istituzionali e fondi internazionali hanno acquistato volumi sostanziosi di credit default swap per coprirsi dal rischio di insolvenza della Germania.

Coma abbiamo già ripetuto più volte su questo sito, i credit default swap (cds) sono degli strumenti finanziari che agiscono da polizza assicurativa contro la perdita di valore delle obbligazioni a cui sono riferite, in questo caso: i titoli di stato tedeschi.

Il loro funzionamento è semplice: se in futuro i titoli tedeschi crolleranno, gli “assicurati” (ovvero i detentori di cds), non perderanno nulla, perché le loro perdite saranno coperte dall’assicurazione. E’ esattamente lo stesso meccanismo che sta alla base delle assicurazioni automobilistiche: se qualcuno ti brucia l’auto, l’assicurazione ti risarcisce i danni. In questo modo, hai la possibilità di metterti al riparo dagli eventi: paghi e l’hai la certezza di non perdere l’auto. Lo stesso vale per i cds: paghi e hai la certezza di non perdere i tuoi soldi se un titolo crolla. L’unica differenza è che nel campo automobilistico per poter stipulare un’assicurazione la macchina la devi possedere, mentre in borsa puoi stipulare un’assicurazione anche su un’obbligazione che non possiedi. Per il resto è tutto uguale.
Detto questo, appare chiaro che, se aumenta il numero dei cds su un titolo, evidentemente significa che c’è un sacco di gente che inizia a dubitare della tenuta di quel titolo, altrimenti non correrebbe a spendere soldi per assicurarsi contro la sua caduta.

Ed è esattamente quello che sta succedendo in questo momento.
Stando ai dati relativi all’ultima settimana, i contratti cds sui bund tedeschi sono aumentati  di 671 milioni di dollari, per un totale di 19,8 miliardi di dollari.
Tanto per fare un paragone, basti pensare al fatto che i cds sull’Italia ammontano a circa 21 miliardi di dollari, e, sulla carta, l’Italia corre un rischio di maggiore di default rispetto la Germania, il che vuol dire che il valore netto complessivo delle assicurazioni sul crack italiano dovrebbe essere molto più alto di quello relativo a un ipotetico crack tedesco. Eppure non è così.
Evidentemente per i mercati, la situazione dell’Europa è molto più complicata e critica di quella descritta tutti i nostri media. Gli investitori non si fidano né dell’Europa, né della crescita, né tanto meno della Germania.
Stanno correndo a mettersi al riparo contro una probabile deflagrazione della zona euro, è dura ammetterlo, ma è così.
Se si analizzano meglio i dati, è anche possibile iniziare ad individuare i movimenti di capitali.
Innanzitutto occorre spiegare un paradosso apparente: se da un lato è vero che gli investitori comprano polizze assicurative, ovvero cds, dall’altro è anche vero che comprano Bund tedeschi. I rendimenti dei titoli tedeschi infatti viaggiano sui minimi storici, su tutte le scadenze (a due, cinque, dieci e trent’anni).
Dunque, i mercati apparentemente si fidano dei bund tedeschi, eppure comprano polizze assicurative per mettersi al riparo dal loro crollo.

Come si spiega questo atteggiamento contraddittorio?
Smettendo di considerare i mercati come un unico organismo economico, ma considerandoli in maniera più corretta come un sistema complesso di relazioni tra diversi assetti capitalistici in competizione tra loro.  Questo significa che banalmente chi compra i bund (facendo calare i rendimenti e scommettendo sulla tenuta dell’euro) non appartiene allo stesso gruppo di investitori che fa esattamente l’opposto, ovvero compra i cds sui titoli tedeschi scommettendo contro la caduta dell’euro.

I dati sembrano confermare tale ipotesi: stando a quanto dicono gli analisti, i maggiori acquirenti di titoli tedeschi sono per lo più investitori tedeschi. Comprano euro perché sono costretti a scommettere sulla Germania. A questi si aggiungono quegli investitori internazionali che essendo costretti a investire in euro preferiscono scegliere i bund tedeschi semplicemente perché, al momento, sono i titoli più liquidi e più sicuri (salvo poi mettersi al riparo acquistando cds).

Mentre, al contrario, i grossi fondi internazionali (tra cui spiccano quelli statunitensi e cinesi) stanno scommettendo pesantemente sulla caduta dell’euro in modo da rafforzare le proprie posizioni nello scacchiere finanziario globale, e per tale motivo hanno iniziato a comprare ingenti quantitativi di cds in modo da lucrare su una futura caduta della moneta unica.

Eppure, secondo paradosso, l’euro resta forte e anzi sale sul dollaro.
Questa secondo contraddizione può essere spiegata in vari modi.

Primo: per molti investitori internazionali il fallimento dei debiti sovrani (i default) ha dei costi economici molti inferiori rispetto a quelli derivanti dalla disgregazione dell’euro, per cui stanno puntando sull’euro.

Secondo: la crisi economica europea in realtà sta celando una crisi molto più profonda e molto più esplosiva: quella legata al debito americano. Sono mesi che analisti di tutto il mondo stanno analizzando la situazione americana e stanno convergendo verso l’ipotesi dell’esplosione di una crisi parallela a quella europea che potrebbe portare, tra l’altro, a una pesante svalutazione del dollaro.

Terzo: l’euro viene percepito sempre di più come la valuta della Germania. Nell’ipotesi di una Germanificazione dell’Europa (ovvero di un’acquisizione marcata di capitali dei paesi periferici ad opera dei capitali tedeschi), l’incognita impossibile da valutare è la presenza o meno nei prossimi anni del mercato unico europeo. Come abbiamo descritto in un precedente articolo  e come sintetizzato al meglio da Anton Boerner, il presidente dell’associazione esportatori tedeschi, qualche mese fa: “La Germania può senz’altro vivere senza l’euro, a patto che il mercato resti libero”. Ciò significa che dalle macerie dell’euro potrebbe uscire sia una Germania rafforzata e competitiva sul piano  globale, che una Germania ridotta all’osso a causa dell’implosione del mercato comune europeo. Nessuno però, al momento, è in grado di prevedere quale direzione prenderà la caduta dell’Europa.

 

Come abbiamo visto, dunque, malgrado i bund sembrino ancora ben saldi e malgrado l’euro salga nei confronti del dollaro, le analisi dei dati di mercato sembrano convergere tutte quante verso previsioni pessimistiche nei confronti dell’euro.
Ciò spiega anche altri due dati molto importanti.

In primo luogo, la pioggia di vendite sui titoli relativi a banche e assicurazioni italiane e spagnole: i fondi internazionali stanno ripulendo i propri portafogli da obbligazioni che incorporano due rischi: quello legato alla recessione dei paesi periferici dell’euro e quello legato a un loro probabile ritorno alla valuta nazionale.

In secondo luogo, le dichiarazioni di Draghi: dalle parole del presidente della BCE traspare che nei prossimi mesi non vi saranno né futuri tagli dei tassi, né un nuovo finanziamento a lungo termine della banche, né lo stesso volume di acquisti sui bond sovrani.

Ciò significa che  la BCE ha scelto scientemente di inasprire il credit crunch dei paesi periferici in modo da permettere ai grossi capitali nordeuropei di fare: “shopping a buon mercato” nei paesi del Sud Europa. Banche, imprese, monumenti, commodity, ogni settore in difficoltà può essere acquisito a prezzi stracciati da chiunque in questo momento possegga la liquidità e l’appoggio della BCE.

In quest’ottica, l’ondata di recenti acquisizioni di piccole, medie e grandi aziende nel triveneto ad opera di gruppi tedeschi, rischia di diventare un fenomeno diffuso a livello nazionale.

 

 

 

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