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Posted by on 10 Nov 2011 in crisi | 0 comments

E' caduto veramente?

E' caduto veramente?

Proviamo a ragionare su quanto è accaduto, nonostante il caos di queste ore, anche se è difficile, molto difficile.
Ieri, in seguito al tracollo di preferenze subito dalla votazione sul rendiconto dello Stato, Berlusconi – anzi Napolitano per lui – ha dichiarato che “se ne andrà dopo l’approvazione della legge di stabilità”.

Cosa significa?
Da settimane siano nell’occhio del ciclone. I mercati stanno speculando sul ribasso dei nostri titoli di stato, colpendo pesantemente tutte le banche che hanno in pancia quei titoli.

Lo spread tra i nostri BtP e gli analoghi tedeschi non fa che salire.
Approfittando di questo momento, qualche giorno fa la UE ha chiesto esplicitamente una manovra aggiuntiva da circa quaranta miliardi, oltre all’approvazione in tempi rapidissimi di quanto previsto nella lettera che lo stesso Berlusconi ha consegnato al Consiglio Europeo alla fine di ottobre. Il cavaliere sa benissimo che qualunque governo si formi sarà costretto a varare quelle misure, pena una furia speculativa ancora maggiore dei mercati finanziari.
Pur sapendo questo, il premier ha comunque riempito il “maxi-emendamento” alla legge di stabilità di cose impossibili da votare (ad es. la norma per la modifica del diritto ereditario a suo uso consumo, la riforma delle professioni, il finanziamento tramite defiscalizzazione e realizzazione del corridoio Torino-Lione (ovvero la tav), etc) e si appresta a porre su di esso la fiducia. Un azzardo, evidente.
E’ altamente improbabile che i “traditori”, dopo averlo costretto a rassegnare le dimissioni, tornino all’ovile per votare la fiducia.
Al contrario, è probabile che si scatenino altre defezioni tra le sue file, trai tanti che appoggerebbero qualsiasi governo si formi, pur di arrivare a fine legislatura.
D’altronde Bce, Fmi e Confindustria pressano da giorni perché si faccia presto nel creare un nuovo governo che obbedisca alla Ue; e che faccia una nuova legge elettorale tale da impedire il ricrearsi di una situazione simile.

La campagna mediatica attorno a questo tema è stata impressionante.
Napolitano, nel frattempo, non fa altro che parlare di larghe intese e probabilmente ha già in tasca una “maggioranza tecnica”, che può fare a meno sia della Lega che dei Pdl-lini legati al premier.
E’ la stessa “maggioranza tecnica” che da giorni è sulla bocca di tutti, una sorta di super-governo formato da quasi tutte le forze politiche e presieduta da un uomo di fiducia della UE, Mario Monti. L’alternativa sempre più pallida potrebbe essere quella di un governo Letta, allargato all’Udc, che Letta comunque ha già smentito con una dichiarazione stamattina.
Mario Monti, tra l’altro, non è una figura da poco: è stato commissario europeo per 10 anni dal 1994 al 2004, attualmente riveste il ruolo di presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller, è membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg e come se non bastasse è pure International Advisor per la Goldman Sachs, una delle banche che sta lucrando ampiamente sulla caduta dei titoli di stato Italiano.
Monti è allo stesso tempo un uomo di fiducia sia della Bce che di uno dei più grossi gruppi finanziari contemporanei. La sua insomma è una candidatura “pesante”. Il pressing sulla sua figura è impressionante: da Napolitano, alla Bce, al PD, al terzo polo, al FMI, a Confindustria, a pezzi interi del Pdl, tutti in pratica spingono verso un governo di “emergenza nazionale”.
E poi diciamocelo francamente: nessuno vuole le elezioni. In questo momento perderebbero tutti.

L’alternativa del governo Alfano, di cui parlano solo alcuni giornali di destra, non è mai stata veramente credibile. Era ovvio.
Stando così le cose, impedire un “governo tecnico” è realmente impossibile. Al limite, a posto di Monti, potrebbe profilarsi la figura di Giuliano Amato, o anche quella di Letta (ripescato in extremis), ma la sostanza non cambia.

Perché allora ostinarsi a combattere questa ipotesi?
Potrebbe darsi che il premier lo faccia per difendere le sue aziende da possibili “attacchi”.
Così si spiegherebbe, tra l’altro, il senso del vertice che in piena crisi ha tenuto con i suoi figli, Confalonieri e Ghedini.
Ma se l’intento di Berlusconi era quello di evitare un attacco speculativo ai danni delle sue aziende, evidentemente questo obbiettivo non è stato raggiunto.
Oggi il titolo Mediaset è andato in caduta libera, perdendo quasi il 10% del suo valore.
I titoli del gruppo televisivo di proprietà di Berlusconi hanno infatti subito una sospensione al ribasso, dopo aver aperto in profondo rosso dopo la diffusione dei dati dei primi 9 mesi con un utile netto in discesa a 166,6 milioni di euro, dai 192,6 milioni dell’anno scorso e ricavi per 3,04 miliardi (-0,17%). La raccolta pubblicitaria è diminuita del 2,9% a 1,876 miliardi.
E’ chiaro che è in atto un attacco pesante alle sue proprietà, che con le sue mosse, il premier ha acuito, piuttosto che lenito.
Chiunque, al suo posto, seguendo anche soltanto una logica puramente economica, si sarebbe dimesso.

Allora perché aspettare tanto?
A quanto pare l’unica ipotesi rimasta sul piatto, per quanto sembri incredibile, è che semplicemente Berlusconi non voglia uscire di scena, che non accetti di aver perso, nonostante il tracollo dei sondaggi, l’attacco alle sue aziende, il fuggi-fuggi all’interno della sua coalizione, la pressione internazionale e chi più ne ha, più ne metta.
Probabilmente, il premier ha capito che senza il blocco di potere che ha costruito in questi quindici anni, non è altro che un uomo finito (da tutti i punti di vista: quello economico, quello politico, quello finanziario, quello giudiziario); di conseguenza sta facendo di tutto per restare a galla, tentando di distruggere ogni altra alternativa possibile (governi tecnici, maggioranze allargate, etc).

Come?
Perdendo tempo, lasciando che la situazioni peggiori ogni giorno di più, in modo da fare emergere le contraddizioni dei suoi avversari. Niente di più banale ed efficace.
L’unico problema, però, è che il cavaliere è rimasto solo a combattere questa battaglia.
Terribilmente solo. Nessuno lo appoggia più. E senza l’appoggio dei “poteri forti”, questa sua ipotesi è destinata a naufragare.
In Grecia, Papandreou è stato costretto a lasciare il suo posto a Lucas Papademos, un uomo della Bce, come Monti, che ha messo su un governo di unità nazionale con l’unico scopo di licenziare altre 150.000 persone e per “liberalizzare” tutti i settori strategici che potevano ancora permettere alla Grecia di risollevarsi.
L’intera operazione ha sollevato grossi interrogativi, per via della perdita assoluta di sovranità del popolo greco che ne è conseguita, tanto che alcuni analisti hanno parlato di “colpo di Stato” soft.
Probabilmente quello che è successo in Grecia è simile a quello che succederà in Italia, a patto che Berlusconi si faccia veramente di lato.
In caso contrario, non è impensabile che i piani alti della governance mondiale non scelgano di seguire altre vie, più “decise” (diciamo così).
D’altronde, la situazione è estremamente confusa, nulla vieta di rispolverare vecchie pratiche che il FMI ha utilizzato in passato in Africa e America Latina e che hanno dato sempre i frutti sperati. Come si dice: il fine giustifica i mezzi.

Centro Popolare Experia
10 novembre 2011

 

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