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Posted by on 1 Nov 2011 in crisi | 0 comments

Perché nessuno riesce a credere nel fondo salva stati

Perché nessuno riesce a credere nel fondo salva stati

«La crisi dei debiti sovrani nell’eurozona non sarà risolta nello spazio di un anno». Lo ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel durante un convegno del suo partito in Baviera. Ha poi sottolineato che: «La zona euro sta affrontando una crisi di fiducia che non andrà via in un giorno o in un anno con un semplice colpo di spugna».

Probabilmente questa è la migliore fotografia dello stato dell’UE in merito alla crisi che sta divorando la sua periferia e si avvia ad aggredire anche il centro finanziario ed economico dell’Unione; ed è una fotografia che rivela la forte perplessità della Germania riguardo agli interventi che l’Europa sta prendendo per contrastare la crisi, interventi nei quali, tra l’altro, proprio la Germania ha un ruolo importante, quasi decisivo.
Detto in soldoni: nemmeno la Germania crede nella possibilità che il fondo salva stati (Efsf) riesca a risolvere una situazione tanto ingarbugliata. Del resto, dando uno sguardo ai mercati, è evidente che siamo ancora molto lontani da una soluzione realmente risolutiva: volatilità alle stelle, borse che salgono o crollano a ritmi vorticosi, senza una direzione chiara, passando dall’euforia incontrollata per i proclami dei capi di stato europei alla depressione più viscerale nel giro di 24 ore. E nessun “sacrificio” (sottrarre reddito alle popolazioni dei paesi colpiti dalla crisi per sostenere le banche) sembra davvero rovesciare la tendenza.

Ma perché nessuno riesce a credere nel fondo stati? Possibile che si tratti semplicemente di una “crisi di fiducia”?
Proviamo ad analizzare la questione da più vicino, tentando di capire qual’è il nocciolo della questione, senza lasciarci abbagliare dai mille termini tecnici utili soltanto a confondere le acque.
Mercoledì scorso (26 ottobre), al seguito di una girandola infinita di incontri informali e noi, i leader europei, a Bruxelles, hanno preso essenzialmente tre decisioni in tutto: imporre una perdita del 50% sul debito greco detenuto da privati, aumentare la potenza di fuoco del fondo salva-Stati, portandola (secondo un’interpretazione diffusa) a 1.400 miliardi e ricapitalizzare le banche.

Cosa significano?

Haircut del 50%
La prima è evidente. I titoli greci non valgono più quasi nulla. Hanno un valore nominale, ma il valore reale è molto vicino a nulla (in quanto la Grecia è a un passo dall’essere dichiarata insolvente – il famoso default). Naturalmente al momento nessuno li vuole. Il loro crollo però potrebbe avere effetti a catena piuttosto critici (importanti istituzioni bancaria francesi e tedesche, tanto per fare un esempio, detengono una fetta importante di quei titoli, ovvero del debito greco). Per questa ragione, assieme agli altri paesi dell’Euro, hanno istituito un fondo comune, attraverso il quale comprare quei titoli, in modo che questi non perdano il proprio valore. Visto che comprarli al loro valore di emissione (il famoso valore nominale) sarebbe stato troppo esoso, hanno deciso un taglio sul loro valore del 50%. In pratica invece di perdere 200 miliardi di euro, ne perderanno circa 100.
Il meccanismo in fondo è molto semplice: un investitore può scambiare cento euro in titoli greci in scadenza per 50 euro in nuovi titoli ai quali va aggiunto un collaterale garantito dall’Efsf (con tripla A) pari a 15 euro. Alla fine il rischio “greco” cui dovrà far fronte sarà per 35 euro. Tanto per indicare la differenza rispetto all’accordo di luglio, in cui si prevedeva un taglio del 21% del valore facciale netto dei titoli, con un ‘haircut’ del 50% il debito/pil può’ calare del 45% in 9 anni, con il vecchio accordo sarebbe calato nel 2020 al 163% del pil. In linea teorica e’ possibile che “temporaneamente, per pochissimo tempo” la Grecia possa trovarsi in una condizione di ‘default’ selettivo temporaneo, ma “sarebbe come entrare in una posizione per uscirne subito dopo” quanto lo scambio dei vecchi titoli con i nuovi sarà avvenuto.

Aumentare la potenza di fuoco del fondo salva stati.
La seconda misura è quella che dà più da pensare agli economisti di tutto il mondo. Essa riguarda la consistenza del cosiddetto Fondo Salva Stati. Facciamo un passo indietro e proviamo a descrivere di cosa si tratta.
Istituito il 9 maggio dell’anno scorso (quando la crisi greca si era già fatta dirompente), ha già avuto tre differenti versioni, anche se la sostanza più o meno è rimasta sempre la stessa: il fondo Salva Stati (tecnicamente sintetizzato nell’acronimo Efsf (European financial stability facilty) soccorre Stati e banche in difficoltà comprando buoni del tesoro e concedendo prestiti, finanziando i propri interventi attraverso l’emissione di obbligazioni1 (con rating AAA, garantite dai 27 paesi dell’Unione) che vengono messe in vendita sul mercato globale dei capitali.
In pratica il suo scopo è di ripulire il mercato di tutti quei titoli che stanno perdendo valore, sostituendoli con titoli considerati affidabili.

Perché fa questo?
Solitamente queste sono funzioni assolte dalla Banca Centrale, che con la sua capacità di alzare e abbassare i tassi d’interesse e di creare moneta viene in aiuto degli stati in difficoltà (la Fed per esempio durante la crisi dei subprime ha giocato molto con i tassi d’interessi fino a farli diventare quasi nulli). La Banca Centrale Europea, però, per regolamento non può adoperare questo tipo di politiche, per evitare sia fughe inflazionistiche che fughe deflazionistiche. Non può e non vuole, perché dall’inizio della crisi a oggi molte regole sono saltate, senza che nessuno levasse barricate. Ma su questo torneremo dopo.
In questo momento la dotazione del fondo salva-Stati è pari a 440 miliardi di euro; di questi, circa 140 miliardi sono impegnati per Irlanda, Portogallo e Grecia (ammesso che l’haircut imposto ai creditori privati sia sufficiente). Rimangono, al più, 300 miliardi, e tali resteranno, perché il Parlamento tedesco ha proibito di aumentare la partecipazione della Germania.

Perché allora parlano di mille miliardi? Da dove escono fuori questi soldi?
Da un meccanismo molto elementare chiamato leva finanziaria. Mettiamo che voi abbiate un’impresa nella quale avete investito 20 milioni di euro. Questa quota è detto capitale di rischio, perché ovviamente è il capitale che rischiate in caso di fallimento. Qual’è la soluzione più facile per aumentare questo capitale e avere più liquidità? Semplice: fare debiti. Mettiamo che riusciate a trovare qualcuno che vi presti 80 milioni di euro, alla fine dei conti in tutto avrete 100 milioni di euro. Il rapporto tra il debito di un’impresa e il suo capitale complessivo, in questo caso l’80%, è detto leva finanziaria, o con come dicono gli inglesi: leverage.
Tornando al fondo salva stati. Prima abbiamo detto che in tutto si tratta di 300 miliardi di euro.
Per arrivare a mille miliardi, dovrebbe utilizzare un effetto leva considerevole. Quali sono state le soluzioni proposte?
Alla fine dei giochi sono state soltanto due: la prima prevede la trasformazione del fondo in assicuratore, incitando gli obbligazionisti ad acquistare titoli di debito pubblico sul mercato primario2 nella zona euro sapendo che una parte del valore è comunque garantito.
La seconda invece consiste nella nascita di un veicolo speciale, dotato di denaro pubblico e privato, con il compito di acquistare obbligazioni sul mercato secondario3.
Secondo la prima proposta, i 300 miliardi residui del fondo verrebbero utilizzati, attraverso un meccanismo complesso, per assicurare il primo 20% di perdite sul debito sovrano acquistato da privati. Questi potrebbero così acquistare 1.500 miliardi di titoli in sicurezza, ammesso che la perdita non superi il 20 per cento. In pratica i 300 miliardi verrebbero utilizzati per far da garanzia nell’emissione di nuovo debito, in questo modo gli investitori sarebbero incoraggiati a comprare nuovo debito. Questa soluzione parte dal presupposto che la crisi che stiamo vivendo derivi soltanto da una crisi di fiducia nei confronti dei titoli di stato di alcuni paesi dell’euro. In realtà la crisi è fortemente influenzata dai problemi di solvibilità di alcuni dei paese membri (ad es. la Grecia e probabilmente l’Italia). Se domani, per esempio lo Stato italiano dovesse annunciare di poter pagare solo l’80% del debito di 1.500 miliardi, la garanzia del fondo pagherà i 300 miliardi restanti e i privati non ci rimetteranno niente. Si tratta di un trasferimento dal fondo salva Stati ai creditori dell’Italia. Niente di più, niente di meno.

Il motivo è semplice: se c’è un problema di solvibilità, vuol dire che le tasse future non sono sufficienti a ripagare l’intero valore nominale del debito. L’unico modo per evitare un haircut sul debito (ovvero di tagliare il valore dei titoli) è farsi regalare i soldi mancanti: non importa che sia sotto forma di garanzia, prestito a fondo perduto, o regalo tout court, l’importante è sganciare. Ma non c’è modo di moltiplicare il regalo: in questo momento è al massimo di 300 miliardi, e tale resterà. Non c’è dunque una leva in questa proposta.
Secondo la seconda proposta, invece, per “fare leva” ci si dovrebbe dotare di “veicoli speciali” con contributi da privati, Fmi e Cina. Sembra che anche questi veicoli usufruiranno di qualche garanzia del fondo salva Stati, e potranno poi emettere proprio debito.
Questa soluzione presuppone che l’UE abbia la forza di convincere gli investitori a cedere miliardi di euro per investire in un veicolo con un mandato sempre più esteso, che presta denaro ai governi europei, alle banche proprio nel momento in cui il mercato ha deciso che questi governi e banche sono insolventi. Non è un gioco da ragazzi.
Ma analizziamo uno per uno chi dovrebbero essere questi investitori:
Naturalmente, i privati possono già comprare debito sovrano europeo. Il contributo dell’Fmi sarà limitato, sia per motivi politici, sia perché in ogni caso non cambierebbe molto: sarebbero soldi provenienti in gran parte dall’Europa stessa, che dopo gli Usa è la maggior contribuente dell’Fmi. Gli unici soldi veri potrebbero arrivare dalla Cina. E la garanzia fornita dal fondo salva Stati diluirebbe ulteriormente gli usi possibili dei 300 miliardi che gli rimangono.

Il problema allora diventa la Cina vuole finanziare l’Efsf?
Klaus Regling, il direttore del Efsf è piuttosto scettico a riguardo: «Non mi attendo alcun risultato immediato dai nostri colloqui con le autorità cinesi».
Niente di strano. Il governo cinese, prima di mettere mano al portafoglio, intende vederci chiaro nell’operazione di salvataggio del Vecchio Continente. Vuole innanzitutto capire come funzionerà tecnicamente e praticamente questo Special Purpose Vehicle sul quale si discute a Bruxelles. Purtroppo nessuno lo sa con certezza, perché il suo funzionamento probabilmente dipenderà anche dalla quota che la Cina sarà disposta a investire in questo progetto. E’ un po’ come il cane che si morde la coda.
In secondo luogo, vorrebbe capire in cosa consiste esattamente questo fantomatico “effetto leva” che dovrebbe moltiplicare gli attuali 440 a mille miliardi di euro. Ai suoi economisti probabilmente non è sfuggito un dato essenziale: nei vertici europei si parla di migliaia di miliardi di euro come se fossero bruscolini, anche se i soggetti garanti possibili in realtà sono e rimangono sempre due: l’insieme degli stati e la Bce. Nessuno dei due possiede “strumenti illimitati”. Gli stati per evidenti limiti di bilancio (specie in tempi di austerity, che obbliga a tagliare), la Bce per problemi istituzionali4.
Dare al fondo la possibilità di emettere obbligazioni per quantità crescenti a fronte di “garanzie” che rimangono inalterate o quasi, dunque non riduce il peso dei debiti, né incoraggia la sostenibilità del debito stesso, non risolve alcun problema di solvibilità, crea semplicemente altro debito.

E di debito è pieno il mondo. Il Credit Suisse, calcola che dal 2008 il debito totale dei Paesi industrializzati sia nel complesso aumentato: quello privato è diminuito di mille miliardi di dollari, ma quello pubblico (degli Stati) è cresciuto di 8mila miliardi. Una montagna. Che riguarda gli Stati, ma anche i privati. Perché se i primi sono pieni di debiti, i secondi non sono da meno. Basti pensare che il settore privato (banche escluse) in un Paese come l’Irlanda ha, secondo Goldman Sachs, debiti che valgono il 370% del Pil. Dublino non fa testo, ma che dire del Regno Unito che cumula debito privato che vale più del doppio della ricchezza prodotta? Per gli Stati Uniti siamo al 163% del Pil.
Nella Vecchia Europa le cose non vanno meglio: famiglie e imprese tedesche hanno un’esposizione che vale il 142% del Pil; la Francia è oltre il 200% e la Spagna ha livelli di debito privato al 280% del prodotto interno lordo. Come se non bastasse ci sono le banche che hanno sempre mantenuto una leva troppo alta anche dopo Lehman: se, come avviene per molte grandi banche europee, il capitale azionario tangibile vale il 2% se non poco più delle masse che compongono l’intero bilancio, vuol dire che ci si espone a un rischio incalcolabile.
Non c’è da stupirsi allora che il governo cinese pretenda delle garanzie dalla Unione Europea. In particolare, chiede a Bruxelles di vigilare affinché i paesi più indebitati e a rischio insolvenza mettano subito in atto delle severe e vincolanti politiche di austerità fiscale per riportare in equilibrio i propri conti pubblici. In pratica pretende che gli stati insolvibili, facciano cassa in ogni modo, per dare consistenza ai propri titoli di stato. Non importa se questo significa macelleria sociale, l’importante è che il valore dei titoli sul mercato “tenga” per un periodo sufficientemente lungo da permetterle di speculare sul suo “aiuto”.
Secondo alcune indiscrezioni trapelate dal Financial Times, il governo Cinese starebbe valutando di investire in questo nuovo “veicolo finanziario” una cifra compresa tra 50 e 100 miliardi di dollari.

Le motivazioni di questa scelta sono essenzialmente tre:
1. La Ue è il primo partner commerciale della Cina. Per questa ragione, un’eventuale implosione dell’Eurozona sarebbe una sciagura per le esportazioni del made in China, da cui dipendono i destini di un sistema estremamente ramificato di piccole e medie imprese cinese già messo alle corde da due anni di politica monetaria restrittiva.
2. Sebbene la Cina abbia investito due terzi delle proprie riserve valutarie (3.200 miliardi di dollari al 30 settembre scorso) nell’area dollaro, a Pechino rimane comunque un gettone da oltre 600 miliardi di euro da puntare sul debito di diversi paesi europei che non vorrebbe mai vedere andare in fumo.
3. Aiutando Bruxelles a uscire dalle sabbie mobili dei debiti sovrani, la Cina otterrebbe probabilmente due importanti vittorie sul piano politico. L’UE sarebbe costretta infatti a darle riconoscimento immediato dello status di economia di mercato, con quattro anni di anticipo secondo quanto previsto dagli accordi Wto; e in secondo luogo, probaiblmente dovrebbe concederle anche l’abolizione dell’embargo alla vendita di armi a Pechino, imposto nel 1989 dopo il massacro studentesco di Piazza Tiananmen. Sitratta di affari di migliaia di miliardi di euro, a fronte dell’investimento di poche centinaia di miliardi di euro: un buon affare.

Inoltre la Cina potrebbe chiedere in cambio del proprio appoggio, anche toni più morbidi sulla politica valutaria cinese, motivo di tensione con il Vecchio Continente.
Potrebbe infine chiedere che parte dell’investimento sia in yuan, così da tutelarsi da eventuali fluttuazioni dei cambi.

Ricapitalizzare le banche.
La terza misura è diventata una sorta di mantra. Da ogni parte sentiamo dire: “bisogna ricapitalizzare la banche perché sono il cuore dell’economia”. Nessuno però mai che spieghi perché bisogna salvare le banche. Sembra quasi una superstizione. E, in effetti, come ogni buona superstizione la convinzione che le banche debbano essere salvate appoggia su un fondo di verità.
La maggior parte della gente comune pensa che le banche siano dei semplici intermediari tra i depositanti e i creditori. Un’altra maniera di esprimere questa opinione ampiamente condivisa sarebbe dire che le banche non fanno altro che raccogliere il risparmio dei loro clienti, e utilizzare quel risparmio per finanziare gli investimenti. Quindi se ad esempio una banca X ha una riserva di 100 milioni di euro, essa avrà a disposizione 100 milioni di euro da prestare a privati, aziende e Stati.
Purtroppo non è così semplice e gli economisti lo sanno bene. Le banche prestano denaro senza alcun rapporto con l’ammontare dei depositi e del risparmio privato che è loro affidato. Non sono mai state dei semplici intermediari. Ovvero anche la banche usano il meccanismo della leva finanziaria per creare profitto. Perché? Perché le banche fanno soldi prestando soldi, quindi più una banca presta, più i suoi profitti sono elevati. E’ molto semplice. Se invece di prestare 100, una banca a sua volta si indebita per prestare 1000, alla fine trarrà un profitto molto superiore a quello che avrebbe avuto prestano 100. Basta far bene i conti.
Nel corso degli scorsi due decenni, le banche hanno concepito dei mezzi che permettono loro di seguire questa strada. Le “innovazioni finanziarie” hanno dato nascita ad una rete molto densa di transazioni interbancarie (Cartolarizzazioni, Cds, derivati, Cod, Abcp, etc.).
È a partire da queste “innovazioni” che le banche hanno potuto azionare anche loro il proprio “leverage”, il cui ammontare (fino a più del 30%) le mette in permanenza in situazione di grande fragilità. Le banche lo sanno, ma contano sui governi per assicurarle in qualsiasi circostanza e qualunque sia il costo sociale della rete di sicurezza, in caso estremo la socializzazione delle loro perdite.
Per questo, sono stati messi a punto alcuni paletti, per evitare che le banche abusassero troppo della propria capacità di indebitamento, mettendo a rischio intere economie. Uno dei paletti più importanti è rappresentato dagli accordi di Basilea. Questi definiscono la soglia minima (9%) di capitale che deve essere mantenuto all’interno di una banca e che non può essere investito in attività finanziarie, il cosiddetto core tier1 (in pratica: Utili non distribuiti e Riserve al netto dell’avviamento + Azioni ordinarie e di risparmio). Detto in termini molto semplificati: se una banca possiede un capitale di 100 milioni di euro, 9 di questi milioni non possono essere titoli di debito.
Ed è proprio questo accordo, il nodo cruciale della ricapitalizzazione delle banche. In Europa molti istituti di credito non riescono ad assicurare la quota minima del 9%. Il Fondo salva stati dovrebbe servire anche a ristabilire quella quota minima in tutte le banche che non la raggiungono.
Perché fare questo? Perché altrimenti quelle banche rischiano di fallire continuamente, anche perché hanno comprato sia titoli di stato che titoli tossici che rischiano di perdere completamente il loro valore nel giro di pochi mesi.

Tutto questo ha senso?

Dipende.
L’obbligo di ricapitalizzare le banche europee per 106 miliardi di euro, come indicato dall’Eba, rischia infatti di rivelarsi un boomerang. Innanzitutto perché i 106 miliardi rischiano di essere insufficienti, qualora i titoli di Stato dei Paesi periferici dovessero perdere quota ulteriormente. Tant’è che alcuni analisti stimano necessità maggiori: 200 miliardi di euro secondo il Fondo Monetario, 230 miliardi secondo gli analisti del Credit Suisse.
Qual’è il numero giusto? Nessuno probabilmente lo sa, perché nessuno al momento conosce le possibili perdite su titoli di Stato, su titoli tossici, su crediti in sofferenza e su tutte le “innovazioni” finanziarie che sono state messe in atto in questi anni. La cifra di 106 miliardi è semplicemente una stima.
Ora si guarda al valore dei titoli di Stato “deboli”, ma non si tiene conto che almeno in Italia, molti di quei 200 miliardi di BTp sono nei portafogli di proprietà e saranno tenuti fino a scadenza.
Non si guarda invece ad altre aree assai più delicate e pericolose. Ricordate i titoli tossici? Gli abs, i Cdo. i subprime e quant’altro. Come il caso Dexia insegna, stanno ancora nei portafogli delle grandi banche. Nei bilanci sono segnalati alla voce «Attivi di livello tre». Ubs – secondo Bloomberg – ne ha per 34 miliardi, cifra che corrisponde al 3% del bilancio; Barclays per 77 miliardi (il 4,6% dell’attivo); Santander per 24 miliardi. Se quei titoli resteranno per sempre bruciati, prima o poi si dovranno svalutare.
E’ come se si tentasse di riempire nuovamente un secchio pieno di buchi aprendo un rubinetto, facendo finta che quel secchio non abbia buchi, nella tacita speranza che quei buchi si aggiustino da soli. Naturalmente, finché il rubinetto resterà aperto, se l’acqua che riempie il secchio è maggiore di quella che esce dai buchi, il livello dell’acqua salirà. Il problema è capire cosa succederà quando il rubinetto sarà di nuovo chiuso.
Secondo Giuseppe Guzzetti, presidente dell’associazione delle Fondazioni bancarie, questa operazione non è soltanto inutile, è anche dannosa: «Così si mette a rischio il settore bancario italiano». Insomma non solo l’acqua non basterà mai, ma quella che ci apprestiamo a versare aprirà nuovi buchi, ancora più grandi.

Com’è possibile?
Supponiamo che le stime della ricapitalizzazione siano inesatte. Questo significherebbe che le banche per mantenere gli impegni presi dovrebbero necessariamente cercare nuovo capitale. In un periodo come questo, trovare nuovi capitali sul mercato è difficile (nessuno presta soldi a nessuno a tassi bassi, per paura di fallimenti o di inadempienze). E in ogni caso è molto costoso (tassi più elevati). Messe troppo alle strette, le banche finiranno dunque per fare un’altra cosa: da un lato aumenteranno solo in minima parte il capitale, dall’altro ridurranno il credito a famiglie e imprese. Tecnicamente si chiama “credit crunch”, è di fatto il dimagrimento forzato della attività. Si può effettuare vendendo attività secondarie, ma dato che in questo periodo è difficile farlo (chi le compra?), l’unica soluzione che rimane allora è staccare la spina al credito.
Questo però significa anche bloccare ulteriormente l’economia e quindi ridurre le possibilità che gli stati, le famiglie e gli stati possano onorare i debiti contratti.
In assenza di una politica reale di risanamento questo nuovo aumento di insolvenza si tradurrà a sua volta in una nuova stretta al credito e così via.
La sfiducia nei mercati crea insolvenza che a sua volta crea sfiducia che a sua volta crea insolvenza in una spirale senza fine.
Insomma il secchio rischia di diventare uno scolapasta.

Dove sta l’inghippo?
Utilizzare miliardi di euro per ricapitalizzare le banche non risolve il problema di base: la mancanza di crescita economica in molti paesi dell’euro. Senza di essa, il debito che gli Stati hanno contratto non farà altro che aumentare, imponendo nuove strette al credito e vanificando di fatto l’effetto di questo finanziamento a pioggia. Insomma: è parecchio difficile che uno scolapasta si riempa se prima non si tappano i buchi.

Conclusioni
A quanto pare, l’efficacia del fondo salva stati è legata essenzialmente a due presupposti: la fiducia nell’effetto leva che dovrebbe portare i 440 miliardi stanziati a 1000 miliardi, e la stima di 106 miliardi per quel che riguarda il volume di ricapitalizzazione delle banche.
Abbiamo visto come entrambi i presupposti non poggino su alcuna base certa e che anzi ci siano notevoli evidenze che lasciano prevedere il totale fallimento di questo tipo di politiche.
Al momento, in merito alla crisi, si stanno fronteggiando essenzialmente due scuole di pensiero: quella keynesiana, inascoltata, che indica nell’impoverimento delle popolazioni una causa di aggravamento della crisi. E quella dei liberisti duri e puri (che è seguita da grande parte dei capi di stato, compresi i nostri), secondo cui, al contrario, la crisi non è ancora stata superata perché non si è agito con “sufficiente durezza” contro i redditi più bassi, le tutele del lavoro, le pensioni o la sanità.
Entrambe non hanno portato alcuna soluzione efficace per fronteggiare la crisi. Per lo più denotano una più diffusa “percezione della crisi” da parte di politici ed economisti. Sia i primi che i secondi sono consapevoli dell’inadeguatezza degli strumenti utilizzati per combattere i suoi effetti, eppure continuano a mostrare una fiducia pressoché totale in essi. Nel frattempo stanno cambiando sia le fisionomie di alcuni dei paesi centrali dell’area dell’euro (per mezzo dei continui attacchi allo stato sociale, al costo del lavoro, alla stessa sovranità dei paesi interessati) che gli equilibri storici tra di essi e tra essi e il mondo, come dimostra il richiesto, possibile, non gratuito intervento cinese.

 

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